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Francesco Mancini NOTIZIE Storia

17 marzo 1861, la nascita dell’Italia e la costruzione incompiuta della nazione

Il centosessantacinquesimo anniversario dell’Unità nazionale invita a riflettere sul Risorgimento e sulle contraddizioni dell’unificazione

Francesco Mancini

Abstract: Il 17 marzo 2026 ricorre il centosessantacinquesimo anniversario della proclamazione del Regno d’Italia, avvenuta nel 1861 al termine di un processo risorgimentale che trasformò profondamente gli equilibri politici della penisola e contribuì alla ridefinizione dell’assetto europeo. L’unificazione rappresentò il risultato dell’incontro, non sempre privo di contraddizioni, tra aspirazioni nazionali, iniziative rivoluzionarie, diplomazia internazionale e strategie della monarchia sabauda. La nascita dello Stato unitario non coincise tuttavia con la formazione immediata di una comunità nazionale omogenea, poiché persistettero profonde differenze economiche, sociali, culturali e territoriali, destinate a condizionare lo sviluppo delle istituzioni italiane. Il contributo ripercorre le principali tappe dell’unificazione, analizzando il rapporto tra Stato e nazione, le difficoltà dell’integrazione territoriale e l’eredità politica e istituzionale del Risorgimento nella costruzione dell’identità repubblicana contemporanea.

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La nascita dello Stato italiano

Il 17 marzo 1861, con la promulgazione della legge n. 4671 del Regno di Sardegna, Vittorio Emanuele II assunse il titolo di Re d’Italia, sancendo formalmente la nascita di uno Stato unitario che raccoglieva gran parte dei territori della penisola dopo secoli di frammentazione politica. L’evento rappresentò il momento culminante di un processo storico complesso, nel quale le aspirazioni all’indipendenza nazionale si intrecciarono con le trasformazioni economiche e sociali dell’Ottocento, con le rivoluzioni liberali e con il progressivo indebolimento degli equilibri territoriali stabiliti dal Congresso di Vienna del 1815.

L’unificazione italiana non fu il risultato di un percorso lineare, né l’espressione di un movimento politico ideologicamente omogeneo, ma nacque dall’incontro tra differenti concezioni della nazione e dello Stato. Giuseppe Mazzini immaginava una repubblica fondata sulla partecipazione popolare e sull’educazione civile, Camillo Benso di Cavour perseguiva l’unificazione attraverso la diplomazia e il rafforzamento della monarchia costituzionale sabauda, mentre Giuseppe Garibaldi rappresentava la dimensione volontaristica e rivoluzionaria del Risorgimento, capace di mobilitare uomini e risorse al di fuori delle strutture tradizionali del potere.

La seconda guerra d’indipendenza del 1859, la spedizione dei Mille del 1860 e le successive annessioni territoriali crearono le condizioni per la proclamazione del nuovo Regno, che tuttavia non comprendeva ancora Roma e il Veneto, acquisiti rispettivamente nel 1870 e nel 1866. L’Italia del 1861 era dunque uno Stato unitario sul piano politico e istituzionale, ma il completamento della sua configurazione territoriale e la costruzione di una coscienza nazionale condivisa avrebbero richiesto un processo assai più lungo.

Stato e nazione

La nascita del Regno d’Italia pose immediatamente una questione fondamentale, destinata ad accompagnare l’intera storia nazionale, relativa alla differenza tra l’unificazione delle istituzioni e l’effettiva integrazione delle popolazioni.

L’esistenza di un unico sovrano, di un Parlamento nazionale e di un ordinamento amministrativo comune non comportava automaticamente il superamento delle profonde differenze che caratterizzavano i territori della penisola, nei quali convivevano tradizioni politiche, sistemi economici, consuetudini giuridiche e identità linguistiche profondamente diversificate.

La maggioranza della popolazione parlava prevalentemente dialetti e lingue locali, mentre l’italiano letterario, pur rappresentando un importante elemento di riferimento culturale, era utilizzato quotidianamente soltanto da una parte relativamente limitata degli abitanti. L’analfabetismo, particolarmente diffuso nelle aree rurali, costituiva inoltre un ostacolo significativo alla partecipazione politica e alla formazione di una cittadinanza consapevole.

Il nuovo Stato si trovò pertanto nella necessità di costruire strumenti comuni di identificazione e appartenenza, affidando alla scuola, all’amministrazione pubblica, al servizio militare e alle istituzioni nazionali il compito di favorire una progressiva integrazione delle popolazioni.

La celebre espressione attribuita a Massimo d’Azeglio, secondo la quale, fatta l’Italia, sarebbe stato necessario fare gli italiani, pur nella sua formulazione storicamente discussa, sintetizza efficacemente la distanza tra la costituzione giuridica dello Stato e la formazione di una comunità politica capace di riconoscersi in valori e istituzioni condivisi.

Le contraddizioni dell’unificazione

Il processo unitario fu accompagnato da tensioni che ne condizionarono profondamente gli sviluppi, soprattutto in relazione al rapporto tra il nuovo potere centrale e le realtà territoriali precedentemente appartenenti agli Stati preunitari.

La scelta di estendere progressivamente al nuovo Regno gran parte delle strutture amministrative e legislative piemontesi favorì la costruzione di un ordinamento uniforme, ma contribuì anche a determinare difficoltà di adattamento nei territori caratterizzati da differenti tradizioni istituzionali.

Particolarmente complessa risultò la situazione del Mezzogiorno, dove l’unificazione si intrecciò con conflitti sociali, problemi agrari, resistenze politiche e fenomeni di violenza che alimentarono il brigantaggio postunitario e la dura repressione militare attuata dalle autorità del nuovo Stato.

La cosiddetta questione meridionale emerse progressivamente come uno dei principali problemi della storia nazionale, evidenziando la persistenza di squilibri economici e infrastrutturali che non potevano essere risolti attraverso la sola uniformità legislativa.

L’interpretazione di queste vicende richiede di evitare tanto una rappresentazione esclusivamente celebrativa del Risorgimento quanto letture che riducano l’unificazione a un semplice processo di conquista territoriale, poiché la formazione dello Stato italiano fu il risultato di dinamiche politiche, sociali e internazionali differenti, nelle quali aspirazioni nazionali, interessi dinastici e conflitti locali agirono contemporaneamente.

La comprensione storica dell’Unità nazionale impone quindi di riconoscere le conquiste dell’unificazione senza ignorarne le contraddizioni, distinguendo il valore politico della costruzione dello Stato dalle modalità concrete attraverso le quali essa venne realizzata.

La cittadinanza incompiuta

Un ulteriore elemento di complessità riguardava la natura stessa del sistema politico nato nel 1861, fondato sullo Statuto Albertino del 1848, esteso al nuovo Regno e destinato a rimanere in vigore, attraverso profonde trasformazioni, fino all’avvento della Costituzione repubblicana.

L’Italia unita nacque come monarchia costituzionale caratterizzata da una partecipazione elettorale fortemente limitata, poiché il diritto di voto era riservato a una minoranza della popolazione maschile, individuata attraverso requisiti di età, alfabetizzazione e capacità economica.

L’unificazione politica non coincise pertanto con l’affermazione di una democrazia rappresentativa nel significato contemporaneo del termine, ma costituì l’avvio di un percorso nel quale l’ampliamento dei diritti politici, l’organizzazione dei movimenti sociali e l’evoluzione delle istituzioni avrebbero progressivamente modificato il rapporto tra Stato e cittadini.

Le rivendicazioni del movimento operaio, l’affermazione delle organizzazioni socialiste e cattoliche, l’estensione del suffragio e la crescente partecipazione delle masse alla vita pubblica contribuirono a trasformare uno Stato inizialmente costruito attorno a un’élite politica e amministrativa in una realtà sociale e istituzionale più articolata.

La successiva esperienza del fascismo dimostrò tuttavia come l’esistenza di uno Stato nazionale non costituisse, di per sé, una garanzia sufficiente contro la soppressione delle libertà politiche e la concentrazione autoritaria del potere.

Soltanto con la nascita della Repubblica e l’entrata in vigore della Costituzione del 1948 il principio dell’unità nazionale venne inserito in un ordinamento democratico fondato sulla sovranità popolare, sul riconoscimento dei diritti inviolabili e sulla tutela del pluralismo.

L’unità nella Repubblica

Il significato contemporaneo del 17 marzo 1861 non può essere compreso senza considerare la trasformazione intervenuta nel rapporto tra identità nazionale e ordinamento costituzionale.

L’articolo 5 della Costituzione afferma che la Repubblica è una e indivisibile, ma riconosce e promuove le autonomie locali, individuando un equilibrio tra unità politica e pluralismo territoriale che rappresenta uno dei caratteri fondamentali dello Stato democratico.

La nazione non viene più identificata esclusivamente con la monarchia, con l’uniformità amministrativa o con l’appartenenza a una tradizione culturale dominante, ma trova il proprio riferimento istituzionale in una comunità politica fondata sull’uguaglianza, sulla partecipazione e sulla condivisione dei principi costituzionali.

Il riconoscimento delle autonomie territoriali, delle minoranze linguistiche e delle differenti identità culturali dimostra come l’unità nazionale non debba necessariamente coincidere con l’omogeneità, ma possa svilupparsi attraverso la capacità delle istituzioni di garantire diritti comuni all’interno di una società caratterizzata da molteplici appartenenze.

La legge 23 novembre 2012, n. 222, ha riconosciuto il 17 marzo come Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera, collegando simbolicamente la memoria del Risorgimento ai principi fondamentali dell’ordinamento repubblicano.

A centosessantacinque anni dalla proclamazione del Regno d’Italia, l’anniversario invita pertanto a considerare l’unificazione non soltanto come un evento concluso nel 1861, ma come l’origine di un processo storico nel quale la costruzione dello Stato ha preceduto, e in parte continua ad accompagnare, la ricerca di una piena integrazione civile, economica e sociale.

L’Italia nacque politicamente il 17 marzo 1861, ma la costruzione della nazione non si esaurì nella proclamazione del Regno, poiché l’unità autentica richiede qualcosa di più della condivisione di confini e istituzioni: presuppone il riconoscimento di una cittadinanza comune, fondata sull’uguaglianza dei diritti e sulla partecipazione alla vita democratica.

La memoria del Risorgimento conserva così il proprio valore più profondo non nella celebrazione di un’identità immutabile, ma nella consapevolezza che l’unità nazionale rappresenta una responsabilità collettiva, da rinnovare attraverso la capacità dello Stato di ridurre le disuguaglianze, riconoscere le differenze e garantire a tutti i cittadini le condizioni effettive per appartenere alla medesima comunità politica.


Riferimenti normativi e bibliografici

Regno di Sardegna. (1861). Legge 17 marzo 1861, n. 4671, con cui Vittorio Emanuele II assume il titolo di Re d’Italia.

Regno di Sardegna. (1848). Statuto fondamentale della Monarchia di Savoia, 4 marzo 1848.

Costituzione della Repubblica italiana, artt. 1, 2, 3, 5, 6 e 114.

Legge 23 novembre 2012, n. 222, Norme sull’acquisizione di conoscenze e competenze in materia di «Cittadinanza e Costituzione» e sull’insegnamento dell’inno di Mameli nelle scuole.

Banti, A. M. (2011). Il Risorgimento italiano. Laterza.

Beales, D., & Biagini, E. F. (2002). The Risorgimento and the Unification of Italy. Second edition. Longman.

Duggan, C. (2007). The Force of Destiny: A History of Italy Since 1796. Allen Lane.

Ginsborg, P. (1989). Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi. Einaudi.

Romeo, R. (1984). Vita di Cavour. Laterza.

Riall, L. (2007). Garibaldi: Invention of a Hero. Yale University Press.

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