La contesa tra Stati Uniti e Cina rivela come il controllo delle piattaforme digitali sia diventato una questione di sovranità, sicurezza nazionale e potere politico

Abstract: L’accordo annunciato nel settembre 2025 tra Stati Uniti e Cina sul futuro delle attività americane di TikTok rappresenta un passaggio significativo nella trasformazione delle piattaforme digitali da strumenti di comunicazione e intrattenimento a infrastrutture strategiche della competizione geopolitica. La controversia, sviluppatasi attorno alla proprietà cinese della piattaforma, alla protezione dei dati personali e al controllo degli algoritmi di raccomandazione, evidenzia una progressiva ridefinizione del concetto di sovranità nazionale, sempre più legato alla capacità di governare i flussi informativi e le tecnologie che orientano la formazione dell’opinione pubblica. Il coinvolgimento di Oracle e di investitori statunitensi nella prospettata riorganizzazione societaria di TikTok solleva interrogativi che superano la tradizionale contrapposizione tra sicurezza e libertà economica, investendo direttamente il rapporto tra potere politico, concentrazione tecnologica e pluralismo democratico. Attraverso una lettura delle implicazioni giuridiche, economiche e politiche della vicenda, il contributo analizza il rischio che la tutela della sicurezza nazionale si traduca in una diversa distribuzione del potere informativo, senza necessariamente garantire maggiore trasparenza e autonomia agli utenti. La questione fondamentale non riguarda soltanto chi possieda una piattaforma digitale, ma chi possa determinare quali informazioni raggiungano milioni di cittadini e secondo quali criteri esse vengano selezionate, valorizzate o marginalizzate.
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La nuova frontiera del potere non ha confini geografici
Per gran parte del Novecento la competizione tra le grandi potenze si è sviluppata attraverso il controllo dei territori, delle risorse energetiche, delle rotte commerciali e delle infrastrutture militari, secondo una concezione del potere internazionale nella quale la capacità di esercitare influenza dipendeva prevalentemente dalla forza economica, dalla superiorità tecnologica e dalla disponibilità di strumenti coercitivi. La progressiva digitalizzazione delle relazioni sociali e politiche ha modificato profondamente questo scenario, introducendo una dimensione strategica che non coincide più necessariamente con il possesso materiale delle infrastrutture, ma con la possibilità di governare la circolazione delle informazioni e i meccanismi attraverso i quali esse raggiungono gli individui.
È all’interno di questa trasformazione che deve essere collocata la controversia tra Stati Uniti e Cina sul futuro di TikTok, la piattaforma di video brevi controllata dalla società ByteDance, divenuta nel giro di pochi anni uno degli strumenti di comunicazione più influenti a livello internazionale.
Il 22 settembre 2025 l’amministrazione del presidente Donald Trump ha illustrato i principali elementi di un’intesa destinata a consentire la prosecuzione delle attività statunitensi della piattaforma attraverso una nuova struttura societaria, caratterizzata dalla partecipazione prevalente di investitori americani e da un ruolo significativo di Oracle nella gestione delle infrastrutture tecnologiche e dei dati.
Secondo le indicazioni diffuse dalla Casa Bianca, ByteDance avrebbe dovuto conservare una partecipazione inferiore al 20%, mentre il controllo della nuova società sarebbe stato affidato a una maggioranza di investitori non riconducibili alla proprietà cinese, con un consiglio di amministrazione prevalentemente statunitense.
La vicenda, apparentemente riconducibile a una complessa operazione societaria, presenta tuttavia implicazioni assai più profonde, perché investe il rapporto tra sovranità nazionale e proprietà delle infrastrutture digitali, tra sicurezza informatica e libertà di espressione, tra concorrenza economica e controllo politico della comunicazione.
Il problema, infatti, non consiste semplicemente nello stabilire se TikTok debba appartenere a una società americana oppure cinese, ma nel comprendere perché una piattaforma privata sia arrivata a rappresentare una questione di sicurezza nazionale tale da coinvolgere direttamente i vertici politici delle due maggiori potenze economiche mondiali.
Da applicazione di intrattenimento a questione di sicurezza nazionale
La crescente attenzione delle autorità statunitensi nei confronti di TikTok si inserisce nel più ampio deterioramento delle relazioni tra Washington e Pechino, caratterizzato dalla competizione commerciale, dalle restrizioni sulle tecnologie avanzate e dalla progressiva ridefinizione delle catene globali di approvvigionamento.
Le preoccupazioni americane si sono concentrate principalmente sulla possibilità che la legislazione cinese e i rapporti tra imprese e autorità pubbliche consentissero forme di accesso ai dati degli utenti o di influenza sui sistemi di raccomandazione dei contenuti.
Si tratta di timori che devono essere distinti dalle prove di eventuali condotte effettivamente realizzate. La valutazione di un rischio per la sicurezza nazionale, infatti, non coincide necessariamente con l’accertamento di un’attività illecita, ma può fondarsi sulla combinazione tra vulnerabilità tecnologiche, assetti proprietari e possibilità di interferenza da parte di soggetti stranieri.
Nel 2024 il Congresso degli Stati Uniti aveva approvato il Protecting Americans from Foreign Adversary Controlled Applications Act, una normativa che imponeva a ByteDance di procedere a una cessione qualificata delle attività americane di TikTok, prevedendo in caso contrario restrizioni alla distribuzione e all’aggiornamento dell’applicazione.
La legge, successivamente sottoposta al vaglio della Corte Suprema, ha rappresentato un passaggio particolarmente significativo perché ha subordinato la possibilità di operare nel mercato statunitense alla rimozione di un assetto proprietario considerato incompatibile con gli interessi di sicurezza nazionale.
Il 17 gennaio 2025 la Corte Suprema, nella decisione TikTok Inc. v. Garland, ha confermato la costituzionalità della disciplina contestata, riconoscendo il peso delle esigenze di sicurezza nazionale nell’ambito del bilanciamento con le libertà costituzionali coinvolte.
La controversia ha così evidenziato una tensione destinata a riproporsi sempre più frequentemente nelle democrazie contemporanee. Uno Stato può certamente adottare misure per proteggere i propri cittadini da rischi tecnologici e interferenze straniere, ma quando tali interventi incidono su piattaforme utilizzate da milioni di persone per comunicare, informarsi e partecipare al dibattito pubblico, la sicurezza nazionale diventa inevitabilmente anche una questione di libertà.
La particolare complessità del caso deriva proprio dalla natura ibrida di TikTok, contemporaneamente impresa commerciale, infrastruttura comunicativa, sistema di raccolta e trattamento dei dati e ambiente nel quale si sviluppano forme sempre più rilevanti di socializzazione politica.
L’accordo del settembre 2025 e il ruolo di Oracle
La soluzione prospettata dall’amministrazione Trump nel settembre 2025 ha cercato di conciliare tre esigenze difficilmente sovrapponibili: mantenere operativa una piattaforma utilizzata da circa 170 milioni di utenti negli Stati Uniti, ridurre i rischi individuati dalle autorità americane e preservare un margine di accordo con il governo cinese.
Il progetto prevedeva la costituzione di una nuova entità destinata a gestire le attività statunitensi di TikTok, con una partecipazione di ByteDance inferiore al 20% e una governance prevalentemente americana.
Oracle, società tecnologica statunitense già coinvolta nella gestione dei dati della piattaforma attraverso il progetto denominato Project Texas, avrebbe assunto un ruolo centrale nella conservazione delle informazioni degli utenti americani all’interno di infrastrutture cloud situate negli Stati Uniti.
Ma l’elemento più delicato riguardava l’algoritmo di raccomandazione dei contenuti, vale a dire il sistema attraverso il quale TikTok seleziona e propone i video agli utenti in funzione delle loro interazioni, delle preferenze rilevate e di numerosi altri segnali comportamentali.
Secondo quanto illustrato dalle autorità statunitensi, tale sistema avrebbe dovuto essere sottoposto a supervisione americana e riaddestrato utilizzando dati statunitensi, con l’obiettivo dichiarato di sottrarne il funzionamento al controllo operativo di ByteDance.
La distinzione tra proprietà dell’algoritmo, concessione in licenza della tecnologia e controllo effettivo del suo funzionamento rappresentava tuttavia uno degli aspetti più complessi dell’operazione, anche in considerazione delle restrizioni cinesi sull’esportazione di determinate tecnologie.
Il 25 settembre 2025 Trump ha firmato un ordine esecutivo volto a riconoscere la conformità dell’accordo quadro ai requisiti previsti dalla legislazione americana, senza che ciò significasse, in quel momento, il perfezionamento definitivo di tutti gli aspetti societari e operativi dell’intesa.
La questione appare particolarmente interessante perché dimostra come il controllo di una piattaforma non possa essere identificato esclusivamente con la titolarità delle sue quote societarie.
Possedere un’infrastruttura digitale, amministrarne i dati, svilupparne gli algoritmi e determinarne le regole di funzionamento costituiscono infatti forme differenti di potere, che possono essere distribuite tra soggetti diversi e produrre conseguenze profondamente differenti sulla capacità di orientare l’ambiente informativo.
Chi controlla l’algoritmo controlla una parte del dibattito pubblico
La centralità degli algoritmi nella controversia tra Washington e Pechino rappresenta probabilmente l’aspetto più significativo dell’intera vicenda, perché rivela una trasformazione della comunicazione politica che non può essere compresa attraverso le sole categorie tradizionali della propaganda e del controllo dei mezzi di informazione.
Nelle democrazie del Novecento il potere di influenzare l’opinione pubblica era prevalentemente associato alla proprietà dei giornali, delle emittenti radiofoniche e televisive, alla capacità di organizzare campagne politiche e alla disponibilità di risorse economiche per raggiungere gli elettori.
Le piattaforme digitali hanno introdotto un modello differente, nel quale la visibilità dei contenuti dipende in misura crescente da sistemi automatizzati che selezionano, ordinano e distribuiscono le informazioni attraverso procedure spesso difficilmente conoscibili dall’esterno.
L’algoritmo di TikTok non si limita a mostrare contenuti scelti direttamente dagli utenti, ma costruisce un flusso personalizzato che può contribuire a determinare quali temi acquisiscano centralità, quali rappresentazioni della realtà vengano ripetutamente proposte e quali contenuti rimangano marginali.
Questo non significa che l’algoritmo determini automaticamente le opinioni politiche degli individui, né che ogni scelta di raccomandazione costituisca una forma intenzionale di manipolazione. Le ricerche sugli effetti politici delle piattaforme mostrano infatti dinamiche complesse, nelle quali intervengono caratteristiche personali, relazioni sociali, contesti culturali e modalità di utilizzo degli strumenti digitali.
Resta tuttavia evidente che la capacità di organizzare la visibilità delle informazioni rappresenta una forma di influenza particolarmente rilevante, soprattutto quando viene esercitata su una popolazione di utenti sufficientemente ampia da incidere sulla formazione delle tendenze culturali e del dibattito pubblico.
La questione fondamentale diventa allora comprendere chi stabilisca i criteri attraverso i quali i contenuti vengono selezionati e quali strumenti di controllo possano essere esercitati su tali decisioni.
Il passaggio del controllo operativo di un algoritmo da una società cinese a una struttura societaria americana può ridurre specifici rischi individuati dalle autorità statunitensi, ma non elimina automaticamente quelli connessi alla concentrazione del potere informativo.
Un sistema opaco non diventa necessariamente trasparente per il semplice fatto di cambiare nazionalità.
Il paradosso americano tra sicurezza e libertà di espressione
La vicenda TikTok presenta una contraddizione particolarmente significativa per un Paese che ha storicamente collocato la libertà di espressione e la libera circolazione delle idee tra i principi fondamentali del proprio ordinamento costituzionale.
Da una parte, gli Stati Uniti hanno sostenuto la necessità di intervenire contro una piattaforma considerata potenzialmente vulnerabile all’influenza di una potenza straniera; dall’altra, la soluzione prospettata ha previsto il trasferimento del controllo verso una struttura imprenditoriale maggiormente riconducibile al sistema economico e istituzionale americano.
Il problema non riguarda la legittimità astratta di un intervento a tutela della sicurezza nazionale, ma la necessità di verificare se le misure adottate siano effettivamente idonee a ridurre i rischi individuati, senza introdurre nuove forme di concentrazione del potere tecnologico.
La protezione dei dati personali, ad esempio, non dipende esclusivamente dal territorio nel quale vengono conservati, ma anche dalle condizioni giuridiche che ne disciplinano l’accesso, dalle procedure di sicurezza, dai rapporti tra imprese e autorità pubbliche e dall’effettività dei controlli indipendenti.
Analogamente, la libertà di espressione non può essere considerata garantita soltanto perché una piattaforma continua a essere disponibile, qualora rimangano opachi i criteri attraverso i quali essa seleziona e distribuisce i contenuti.
La distinzione tra proprietà privata e potere pubblico, centrale nella tradizione costituzionale liberale, diventa così meno netta quando imprese tecnologiche di dimensioni globali esercitano funzioni che incidono concretamente sulle condizioni di accesso all’informazione.
Non è necessario immaginare un controllo diretto del governo sui contenuti per riconoscere l’esistenza di un problema democratico. È sufficiente osservare come le decisioni di pochi soggetti privati possano modificare le condizioni di visibilità di milioni di messaggi, orientando indirettamente le opportunità di partecipazione al dibattito pubblico.
La questione, pertanto, non è scegliere tra un algoritmo cinese e uno americano, ma definire quali garanzie debbano accompagnare l’esercizio di un potere informativo che, indipendentemente dalla nazionalità dei proprietari, può incidere sull’effettività del pluralismo.
La Cina e la sovranità tecnologica come interesse strategico
Dal punto di vista cinese, la controversia su TikTok ha assunto un significato che supera largamente il valore economico della piattaforma.
ByteDance rappresenta infatti uno degli esempi più rilevanti della capacità delle imprese tecnologiche cinesi di sviluppare prodotti competitivi sui mercati internazionali, raggiungendo una diffusione globale in un settore tradizionalmente dominato dalle grandi società statunitensi.
La possibilità che una tecnologia sviluppata in Cina debba essere trasferita, sottoposta a controllo straniero o riorganizzata societariamente per continuare a operare in un mercato estero solleva interrogativi sulla reciprocità delle relazioni commerciali e sull’utilizzo della sicurezza nazionale come criterio di regolazione della concorrenza internazionale.
Pechino ha progressivamente attribuito un’importanza strategica alle tecnologie digitali, ai semiconduttori, all’intelligenza artificiale e alla gestione dei dati, considerandoli elementi essenziali della competitività economica e dell’autonomia nazionale.
Il confronto con Washington si sviluppa quindi all’interno di una competizione più ampia, nella quale entrambe le potenze cercano di ridurre le proprie dipendenze tecnologiche e di preservare il controllo sulle infrastrutture considerate strategiche.
Questa dinamica presenta tuttavia una contraddizione strutturale.
L’economia digitale si è sviluppata attraverso reti globali, mercati interconnessi e piattaforme capaci di superare i confini nazionali, mentre la crescente competizione geopolitica tende a ricondurre tali infrastrutture entro sfere di controllo territoriale.
Ne deriva una progressiva frammentazione dello spazio digitale internazionale, nella quale l’accesso alle tecnologie, la localizzazione dei dati e la proprietà delle piattaforme diventano oggetto di negoziazione tra Stati.
La globalizzazione digitale, che sembrava destinata a ridimensionare il significato dei confini geografici, si confronta così con il ritorno della sovranità nazionale come principio organizzatore delle relazioni tecnologiche.
La geopolitica dell’attenzione e il rischio di una nuova dipendenza
Il caso TikTok consente di individuare una dimensione della competizione internazionale che potrebbe essere definita geopolitica dell’attenzione, nella quale il valore strategico di una piattaforma non deriva soltanto dai dati che raccoglie o dai ricavi pubblicitari che genera, ma dalla capacità di concentrare una parte significativa del tempo e dell’interesse degli individui.
L’attenzione costituisce infatti una risorsa limitata, contesa da imprese, organizzazioni politiche, mezzi di informazione e istituzioni, che cercano di raggiungere il pubblico attraverso contenuti sempre più personalizzati.
Le piattaforme digitali non producono necessariamente le informazioni che diffondono, ma controllano una parte essenziale delle condizioni attraverso le quali esse possono acquisire visibilità.
Questo potere assume un rilievo particolare quando viene esercitato su generazioni che utilizzano i social network non soltanto per intrattenersi, ma anche per informarsi, costruire relazioni, elaborare identità culturali e partecipare alla discussione politica.
La questione non riguarda quindi esclusivamente il rischio che uno Stato straniero possa utilizzare una piattaforma per finalità di influenza, ma anche la dipendenza delle società democratiche da infrastrutture private che operano secondo logiche economiche non necessariamente coincidenti con l’interesse pubblico.
Il modello commerciale fondato sulla massimizzazione del coinvolgimento degli utenti può infatti favorire contenuti capaci di suscitare reazioni emotive intense, indipendentemente dalla loro qualità informativa, contribuendo in determinate condizioni alla diffusione di disinformazione e alla polarizzazione del dibattito.
La capacità di intervenire su questi meccanismi richiede strumenti di trasparenza e responsabilità che non possono essere sostituiti dalla semplice modifica degli assetti proprietari.
La vera autonomia digitale di una società non consiste soltanto nel possedere le proprie piattaforme, ma nel disporre di regole e istituzioni capaci di impedire che la loro gestione si trasformi in una forma di potere sottratta al controllo democratico.
L’Europa tra regolazione e dipendenza dalle grandi piattaforme
La controversia tra Stati Uniti e Cina assume un significato particolare anche per l’Unione europea, che si trova a confrontarsi con un sistema tecnologico internazionale nel quale le principali piattaforme digitali appartengono prevalentemente a imprese extraeuropee.
L’Europa ha sviluppato un modello di intervento fondato soprattutto sulla regolamentazione, attraverso strumenti come il Regolamento generale sulla protezione dei dati personali, il Digital Services Act e il Digital Markets Act, cercando di subordinare l’attività delle grandi piattaforme al rispetto di obblighi di trasparenza, responsabilità e tutela dei diritti.
Questo approccio si distingue dalla logica prevalentemente geopolitica che ha caratterizzato il confronto americano su TikTok, perché mira a disciplinare il funzionamento delle piattaforme indipendentemente dalla nazionalità dei proprietari.
La regolazione europea presenta tuttavia limiti evidenti quando non è accompagnata da una capacità industriale e tecnologica sufficiente a ridurre la dipendenza da infrastrutture sviluppate e controllate altrove.
La possibilità di stabilire regole rappresenta una componente fondamentale della sovranità digitale, ma non coincide necessariamente con la capacità di controllare le tecnologie sulle quali si fondano le attività economiche e sociali.
L’Unione europea si trova pertanto di fronte a una duplice esigenza: garantire che le piattaforme operanti nel mercato europeo rispettino i diritti fondamentali e, contemporaneamente, rafforzare la propria autonomia tecnologica, evitando che la competizione tra Stati Uniti e Cina determini indirettamente le condizioni di sviluppo dell’ecosistema digitale continentale.
La vicenda TikTok dimostra quanto sia importante distinguere la sovranità tecnologica dalla semplice appartenenza nazionale delle imprese, perché il controllo effettivo di un’infrastruttura dipende da una pluralità di fattori, tra cui competenze industriali, disponibilità di dati, capacità computazionale, proprietà intellettuale e possibilità di esercitare una vigilanza indipendente.
La democrazia non può dipendere dalla nazionalità di un algoritmo
La contesa sul futuro americano di TikTok rappresenta uno dei casi più significativi attraverso i quali osservare la trasformazione del rapporto tra tecnologia e potere politico.
Una piattaforma nata per la condivisione di brevi video è diventata oggetto di una trattativa tra governi, imprese tecnologiche e investitori finanziari, dimostrando come la capacità di raggiungere milioni di persone e di organizzare la circolazione delle informazioni costituisca ormai una risorsa strategica paragonabile, per alcuni aspetti, al controllo delle infrastrutture economiche tradizionali.
Il confronto tra Stati Uniti e Cina non può tuttavia essere interpretato soltanto come una contrapposizione tra due modelli nazionali di gestione della tecnologia, perché pone una questione più generale, destinata a interessare tutte le società contemporanee.
Se gli algoritmi contribuiscono a determinare la visibilità delle informazioni, la possibilità di partecipare al dibattito pubblico e le condizioni attraverso le quali si formano le opinioni, il loro funzionamento non può essere considerato una questione esclusivamente commerciale.
Allo stesso tempo, sarebbe pericoloso ritenere che la soluzione consista nell’attribuire direttamente ai governi il controllo dei meccanismi di distribuzione dei contenuti, poiché ciò potrebbe compromettere proprio quelle libertà che gli interventi pubblici dichiarano di voler proteggere.
La sfida consiste piuttosto nel costruire un sistema nel quale il potere delle piattaforme sia sottoposto a regole verificabili, controlli indipendenti e responsabilità effettive, senza trasformare la sicurezza nazionale in una giustificazione generale per interferire nella libertà di comunicazione.
La vicenda TikTok mostra dunque che la nuova competizione geopolitica non si combatte soltanto attraverso dazi, investimenti e tecnologie militari, ma anche attraverso la proprietà delle infrastrutture digitali e la capacità di organizzare l’attenzione collettiva.
E proprio per questo la domanda fondamentale non dovrebbe essere se sia preferibile che TikTok appartenga a un’impresa americana oppure cinese, ma quale potere sia legittimo attribuire a qualunque soggetto, pubblico o privato, sulla formazione dell’opinione pubblica.
Perché una democrazia che si preoccupa soltanto della nazionalità di chi controlla gli algoritmi, senza interrogarsi sui limiti e sulle responsabilità di quel controllo, rischia di sostituire una dipendenza tecnologica con un’altra, continuando a lasciare irrisolto il problema più importante: garantire che la libertà dei cittadini non diventi una variabile subordinata agli interessi di chi possiede le piattaforme attraverso le quali essi conoscono e interpretano il mondo.
SceNote e riferimenti bibliografici
Fonti normative e istituzionali
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Unione europea. Regolamento (UE) 2022/2065 del Parlamento europeo e del Consiglio, 19 ottobre 2022, relativo a un mercato unico dei servizi digitali (Digital Services Act).
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Studi scientifici e monografie
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Fonti giornalistiche e documentali
Reuters. Jeff Mason e David Shepardson, Trump team says TikTok deal nears, with Oracle, Silver Lake among investors, 22 settembre 2025.
Reuters. Jeff Mason, China’s ByteDance will get 1 of 7 board seats for TikTok’s US operations, official says, 21 settembre 2025.
ANSA. Trump: «Un gruppo di aziende vuole TikTok». C’è Oracle, 16 settembre 2025.

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