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NOTIZIE Roberto Castellucci Scienze Politiche

FASCISMO, ANTIFASCISMO, FASCISMO, Roberto Castellucci

Il senso attuale del fascismo e dell’antifascismo

di Roberto Castellucci

Abstract: Si possono individuare dei caratteri ricorrenti al di fuori del contesto storico del sistema autocratico creato e guidato da Benito Mussolini, arrivando persino a individuare una fenomenologia dei c.d. “fascismi”, oppure il fascismo può essere declinato solo al singolare ed è morto con il Duce? Ci sono caratteri comuni con gli altri regimi di destra oppure le dittature, in fondo, sono tutte uguali?

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Il fascismo offre il fianco a una serie di riflessioni critiche già nell’interpretazione della sua consistenza storica, prima ancora della sua essenza semantica e politica. È un “fenomeno epocale”, come definito da Ernst Nolte, uno dei più grandi storici tedeschi del ‘900, legato a un determinato periodo italiano della prima metà del ‘900 o è un attributo disponibile a qualificare qualsivoglia forma di dittatura e violenza? Ma procediamo per ordine.

Una delle principali difficoltà incontrate dagli studiosi è il tentativo di dare una visione unitaria del “fenomeno” fascismo individuando dei caratteri univoci, un modello sostanzialmente, da poter essere replicato in altri luoghi e in altri tempi che non fossero l’Italia tra le due guerre mondiali. Questo sforzo, ovviamente, vale principalmente per coloro che interpretano il fascismo in modo più esteso, facendo leva sulla unilateralità e sulla ideologizzazione per estrapolare canoni il più delle volte eterogenei. E l’insieme dei tentativi di più parti non concorre certo a fare del fascismo un fenomeno unitario. Anzi, l’idea di assimilare sotto la parola “fascismi” più regimi dittatoriali e violenti ha ancor di più esaltato la contraddizione in termini tra la parola e l’attributo.

Francisco Franco, Spagna 1936 – 1975; Augusto Pinochet, Cile 1973 – 1990; Dittatura dei colonnelli, Grecia 1967 – 1974: sono solo alcuni degli esempi di regimi dittatoriali che vengono qualificati come “di ispirazione fascista”. Liberandoci da condizionamenti politici e ideologici, potrebbe essere sufficiente ravvisare la privazione violenta di libertà, imposta ai cittadini negli esempi precedenti, per accomunare diversi regimi conservatori e autoritari, in diversi luoghi e in diversi tempi, sotto la matrice fascista? O sarebbe più opportuno, prima di tutto, inquadrarne i confini, i limiti e le principali caratteristiche per poi operare una scelta oggettiva e cosciente, ammesso che fosse possibile e indispensabile? Non è facile, l’impresa, nella quale si sono cimentati tanti illustri studiosi, politologi, filosofi, storici… ed esula dal nostro intento giornalistico. Senza alcuna pretesa, giova invece ricordare qualche tentativo di definizione, senza preclusioni di sorta.

Se Benedetto Croce parla di “smarrimento di coscienza”, “ubriacatura collettiva”, “parentesi” di civiltà e “malattia morale”, György Lukács afferma che il fascismo non è altro che l’esito finale della “distruzione della ragione”, un processo effetto della reazione della borghesia al suo declino storico. È di diverso avviso il cattolico Augusto Del Noce, che attribuisce la nascita del fascismo al fallimento del marxismo, quando pretende di sostituire la religione con la politica. Se, poi, da parte liberale qualcuno interpreta il fascismo come “un’inevitabile esplosione di contraddizioni sociali” trascinatesi da lungo tempo in Italia, da parte, invece, marxista si intravede nella sua affermazione una reazione del capitalismo alle tensioni sociali cavalcate dalla sinistra dell’epoca. Lo stesso Palmiro Togliatti non esita a definirlo “regime reazionario di massa”, collocandosi come terza forza tra borghesia e proletariato. Stessa posizione, ma con implicazioni diverse, è quella dello storico Luigi Salvatorelli che pone sì il fascismo tra borghesia e proletariato, ma anziché qualificarlo come “regime” lo eleva a “lotta di classe”. Secondo queste ultime posizioni, in fondo, si potrebbe concepire una definizione moderata di fascismo come “estremismo di centro”. Parossistico è stato, poi, arrivare al “fascismo di sinistra”, definizione che non solo ripropone il termine come aggettivo ma che, provenendo dalla destra post bellica, consegna il fenomeno storico a movimenti sottoproletariati anticapitalistici.

Da ultimo, giova ricordare il parere del più grande studioso del fascismo, Renzo De Felice, il quale dopo aver negato l’approccio di tutti coloro che non considerano il fenomeno nella sua interezza e puntualità, bocciando anche la storiografia scritta dagli stessi fascisti in quanto mera apologia, perviene a una conclusione abbastanza oggettiva. La soluzione prospettata dall’illustre professore è che non si possono trovare dei caratteri univoci nei fenomeni attribuiti ai “fascismi” e che, anzi, bisogna tener conto non solo di tutte le interpretazioni ma anche dei particolarismi geografico – cronologici (le cause politiche dell’affermazione), sociali (la base trasversale ma in gran parte appartenente al ceto medio) ed elitari (la classe dirigente del fascismo).

Osservando, dal nostro piccolo, la polemica che ancora oggi furoreggia su fatti accaduti quasi 80 anni fa, è lecito chiedersi per quale motivo sia ancora longeva e riscaldi gli animi di due ipotetici schieramenti antitetici. A mio modesto parere l’intervento degli USA in Italia, che ha imposto una sorta di pacificazione nazionale coatta, non ha consentito un redde rationem, un processo giusto e doveroso per i crimini commessi sia nel ventennio che nei primi anni successivi. Ammesso, poi, che si sarebbe svolto correttamente, un processo gestito dai vincitori. In questo ambiente fumoso, non definito, estremamente soggettivo, l’incertezza ha inciso anche sulla storiografia, prima ancora che sul giudizio storico sul fascismo. Molti crimini sono stati trascurati o esaltati, quando il vero fatto era il “crimine”.

Nella nuova Costituzione del ’48 si è cercato di tener conto dell’esperienza nefasta del ventennio prevedendo formalmente il reato di apologia del fascismo, senza tener conto che così facendo non solo non si sarebbe inciso sull’opinione di eventuali nostalgici, ma che si sarebbe data loro una giustificazione giuridica esistenziale. Altra cosa la giustificazione politica dell’essere, sopraggiunta come fenomeno subito dopo e rimpallata tra coloro che si professano, anacronisticamente e ancora oggi, fascisti, e coloro che fanno della loro bandiera, altrettanto fuori tempo, la lotta antifascista. Ciò ha permesso a una parte di ricordare ricorrenze e rinnovare usi che non avevano più fondamento civile, politico e storico, all’altra di delegittimare l’avversario politico paragonandolo al fascismo come male assoluto universalmente riconosciuto. Dal fascismo all’antifascismo al… fascismo, con buona pace della riconciliazione nazionale attesa da 80 anni!


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