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Francesco Mancini NOTIZIE Storia

Via D’Amelio, trentatré anni dopo la strage e il dovere incompiuto della verità

Il 19 luglio 2025 l’Italia ricorda Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, assassinati nel 1992 da Cosa nostra

Francesco Mancini

Abstract: Il 19 luglio 2025 ricorre il trentatreesimo anniversario della strage di via D’Amelio, nella quale persero la vita il magistrato Paolo Borsellino e cinque appartenenti alla Polizia di Stato incaricati della sua protezione. L’attentato, compiuto da Cosa nostra a soli cinquantasette giorni dalla strage di Capaci, rappresentò uno dei momenti più drammatici della strategia terroristico-mafiosa diretta a colpire le istituzioni repubblicane e a condizionare l’azione dello Stato attraverso la violenza. La successiva vicenda giudiziaria, segnata dall’accertamento di un grave depistaggio investigativo e dalla revisione di precedenti ricostruzioni processuali, ha attribuito alla strage un significato che supera la dimensione della criminalità organizzata, coinvolgendo il rapporto tra giustizia, responsabilità istituzionale e diritto alla verità. Il contributo analizza il contesto storico dell’attentato, le conseguenze delle deviazioni investigative e il valore della memoria come strumento di consapevolezza democratica, evidenziando come il contrasto alle mafie richieda non soltanto efficacia repressiva, ma anche trasparenza, credibilità delle istituzioni e capacità di riconoscere i propri errori.

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Il 19 luglio 1992, quando la mafia sfidò lo Stato

Alle ore 16.58 del 19 luglio 1992, una Fiat 126 imbottita di esplosivo venne fatta detonare in via Mariano D’Amelio, a Palermo, nei pressi dell’abitazione della madre del magistrato Paolo Borsellino, provocando la morte del giudice e di cinque agenti della sua scorta: Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina. Un sesto agente, Antonio Vullo, sopravvisse all’attentato, divenendo uno dei testimoni diretti di una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana.

Erano trascorsi soltanto cinquantasette giorni dalla strage di Capaci, nella quale erano stati assassinati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre appartenenti alla Polizia di Stato, e la nuova esplosione confermava come Cosa nostra avesse intrapreso una strategia di violenza che non si limitava all’eliminazione dei propri avversari, ma mirava a esercitare una pressione diretta sulle istituzioni democratiche attraverso il terrore.

L’assassinio di Borsellino non può pertanto essere interpretato come un episodio isolato della storia criminale italiana, poiché si inserisce in una stagione nella quale l’organizzazione mafiosa cercò di trasformare la propria capacità militare in uno strumento di condizionamento politico, colpendo magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine e successivamente luoghi simbolici della vita civile nazionale.

Il carattere eversivo della strategia stragista risiedeva proprio nella volontà di dimostrare che il potere criminale fosse capace di colpire lo Stato nei suoi rappresentanti più esposti, alimentando un clima di insicurezza e sfiducia destinato a incidere sulla percezione collettiva dell’autorità pubblica.

Paolo Borsellino e la responsabilità della funzione pubblica

La figura di Paolo Borsellino appartiene alla storia della magistratura italiana non soltanto per il contributo offerto alle indagini sulla criminalità mafiosa, ma anche per una concezione della funzione giudiziaria nella quale la fedeltà alle istituzioni non coincideva con l’accettazione passiva delle loro insufficienze, richiedendo invece indipendenza, rigore professionale e consapevolezza delle responsabilità derivanti dall’esercizio del potere pubblico.

L’esperienza del pool antimafia di Palermo, sviluppata insieme a Giovanni Falcone e agli altri magistrati impegnati nel contrasto a Cosa nostra, aveva contribuito a modificare profondamente la comprensione del fenomeno mafioso, superando una lettura frammentaria dei singoli delitti e riconoscendo l’esistenza di un’organizzazione dotata di strutture gerarchiche, regole interne, interessi economici e capacità di infiltrazione nel tessuto sociale e istituzionale.

Il maxiprocesso rappresentò il risultato più significativo di questa trasformazione investigativa e giudiziaria, dimostrando come la criminalità organizzata potesse essere affrontata attraverso una ricostruzione sistematica delle responsabilità individuali e dei rapporti associativi, fondata sull’acquisizione delle prove e sull’applicazione delle garanzie processuali.

Dopo l’assassinio di Falcone, Borsellino proseguì il proprio lavoro nella consapevolezza della gravità delle minacce, diventando il simbolo di una responsabilità istituzionale esercitata anche quando la protezione personale non poteva eliminare completamente il rischio.

La sua vicenda richiama tuttavia una questione che la commemorazione non dovrebbe oscurare: il coraggio individuale, per quanto straordinario, non può sostituire il dovere delle istituzioni di predisporre strumenti organizzativi, investigativi e di sicurezza adeguati alla protezione di coloro che operano in condizioni di particolare esposizione.

Il depistaggio e la frattura della fiducia istituzionale

La storia giudiziaria della strage di via D’Amelio presenta un elemento di particolare gravità, rappresentato dal depistaggio che condizionò le prime indagini e contribuì alla costruzione di una ricostruzione accusatoria successivamente rivelatasi falsa in parti essenziali.

Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, inizialmente considerate decisive per individuare alcuni responsabili dell’attentato, furono successivamente smentite dagli sviluppi investigativi e dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, determinando la revisione di condanne pronunciate nei confronti di persone risultate estranee alla strage.

Il processo denominato Borsellino quater ha rappresentato un passaggio fondamentale nell’accertamento della falsità della precedente ricostruzione, portando alla luce una delle più gravi vicende di alterazione della verità giudiziaria nella storia italiana recente.

La questione assume una rilevanza che supera la responsabilità dei singoli soggetti coinvolti, poiché un depistaggio investigativo compromette contemporaneamente più interessi fondamentali: il diritto delle vittime e dei familiari a conoscere la verità, il diritto degli imputati a un processo giusto e la credibilità delle istituzioni incaricate di accertare i reati.

L’errore giudiziario, quando deriva da una ricostruzione artificiosamente costruita, non rappresenta soltanto il fallimento di un procedimento, ma una lesione del rapporto fiduciario che deve esistere tra cittadini e amministrazione della giustizia.

Occorre tuttavia distinguere rigorosamente le responsabilità accertate in sede giudiziaria dalle ipotesi investigative e dalle interpretazioni storiche ancora controverse, evitando che la legittima esigenza di chiarimento si trasformi nell’attribuzione di responsabilità non dimostrate.

La ricerca della verità non può infatti essere perseguita attraverso nuove semplificazioni, poiché proprio la vicenda di via D’Amelio dimostra quanto possano essere devastanti le conseguenze di una ricostruzione costruita prescindendo dal necessario rigore probatorio.

La mafia dopo le stragi, dal terrorismo al controllo economico

La stagione delle stragi del 1992 e del 1993 contribuì a determinare una profonda trasformazione nella risposta dello Stato alla criminalità organizzata, attraverso il rafforzamento degli strumenti investigativi, delle misure patrimoniali e dei sistemi di cooperazione tra magistratura e forze di polizia.

L’arresto di numerosi esponenti di vertice di Cosa nostra e il progressivo indebolimento della sua capacità di esercitare apertamente la violenza stragista non hanno tuttavia comportato la scomparsa del fenomeno mafioso, che ha continuato a manifestarsi attraverso forme di infiltrazione economica, condizionamento delle attività imprenditoriali, riciclaggio e costruzione di relazioni funzionali all’acquisizione di risorse e influenza.

La trasformazione delle strategie criminali impone pertanto di superare una concezione dell’antimafia prevalentemente associata alla repressione delle manifestazioni più visibili della violenza, riconoscendo che il potere delle organizzazioni mafiose si fonda anche sulla capacità di inserirsi nei circuiti economici e amministrativi, sfruttando vulnerabilità istituzionali e rapporti di convenienza.

In questa prospettiva, il contrasto alla criminalità organizzata non può essere affidato esclusivamente all’azione giudiziaria, ma richiede una politica pubblica capace di integrare prevenzione amministrativa, trasparenza, controllo dei flussi finanziari e responsabilità degli operatori economici.

La memoria non può sostituire la verità

Nel trentatreesimo anniversario della strage, il 19 luglio 2025, le commemorazioni istituzionali hanno nuovamente richiamato il sacrificio di Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, sottolineando il valore della loro testimonianza per la difesa della legalità democratica.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato il carattere eversivo dell’attentato, collocandolo all’interno del disegno mafioso volto a intimidire le istituzioni e a piegarne la capacità di reazione.

La memoria pubblica rappresenta certamente uno strumento indispensabile per trasmettere alle nuove generazioni la conoscenza delle vicende che hanno segnato la storia repubblicana, ma rischia di perdere parte del proprio significato quando viene ridotta alla ripetizione rituale di celebrazioni che non si accompagnano a una riflessione sulle responsabilità e sulle contraddizioni emerse nel corso degli anni.

Ricordare Borsellino significa anche interrogarsi sulle ragioni per le quali la ricostruzione giudiziaria dell’attentato sia stata così profondamente compromessa, sulle conseguenze prodotte dalle false accuse e sulla necessità di garantire che le istituzioni dispongano di strumenti effettivi per individuare e correggere le proprie deviazioni.

Il dovere della memoria non coincide con la costruzione di una narrazione rassicurante, nella quale il sacrificio delle vittime viene celebrato senza affrontare le insufficienze dell’apparato pubblico, ma richiede la capacità di riconoscere che la difesa dello Stato di diritto passa anche attraverso il controllo di legalità sull’operato dello Stato stesso.

La legalità come responsabilità, oltre la commemorazione

A trentatré anni dalla strage di via D’Amelio, la vicenda di Paolo Borsellino continua a rappresentare una delle testimonianze più significative del confronto tra potere criminale e istituzioni democratiche, ma anche un richiamo alla complessità della giustizia, che non può essere ridotta alla sola individuazione e punizione dei responsabili.

La credibilità dello Stato dipende infatti dalla capacità di garantire la legalità attraverso procedure corrette, accertamenti rigorosi e un esercizio del potere sottoposto a controllo, perché la lotta contro la criminalità organizzata perderebbe parte della propria legittimazione se rinunciasse proprio ai principi che intende difendere.

La memoria delle vittime deve pertanto tradursi in una responsabilità permanente, capace di orientare l’azione delle istituzioni e di promuovere una cultura della legalità fondata non soltanto sul rispetto delle norme, ma sulla consapevolezza delle ragioni che le rendono indispensabili alla convivenza democratica.

La più autentica fedeltà alla memoria di Paolo Borsellino non consiste nel trasformarlo in un simbolo sottratto alla complessità della storia, ma nel continuare a interrogarsi sulle verità accertate, su quelle ancora da chiarire e sulle responsabilità che lo Stato deve assumersi anche nei confronti dei propri errori, perché una democrazia dimostra la propria forza non soltanto quando riesce a sconfiggere il potere criminale, ma anche quando possiede il coraggio di riconoscere e correggere le proprie deviazioni.

È in questa capacità di coniugare memoria, verità e responsabilità istituzionale che il sacrificio delle vittime di via D’Amelio conserva, a distanza di trentatré anni, il proprio significato più profondo, non come testimonianza di una stagione definitivamente conclusa, ma come richiamo permanente ai fondamenti dello Stato di diritto.


Riferimenti normativi, giurisprudenziali e bibliografici

Costituzione della Repubblica italiana, artt. 3, 24, 27, 101, 111 e 112.

Codice penale, art. 416-bis, Associazioni di tipo mafioso anche straniere.

Legge 13 settembre 1982, n. 646, Disposizioni in materia di misure di prevenzione di carattere patrimoniale ed integrazioni alle leggi 27 dicembre 1956, n. 1423, 10 febbraio 1962, n. 57 e 31 maggio 1965, n. 575. Istituzione di una commissione parlamentare sul fenomeno della mafia.

Corte d’assise di Caltanissetta. (2017). Sentenza del processo Borsellino quater, 20 aprile 2017, motivazioni depositate nel 2018.

Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere. (2012). Relazione sulla strage di via D’Amelio.

Commissione parlamentare d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia in Sicilia. (2018). Relazione conclusiva dell’inchiesta sul depistaggio di via D’Amelio. Assemblea regionale siciliana.

Falcone, G., con Padovani, M. (1991). Cose di Cosa Nostra. Milano: Rizzoli.

Lodato, S. (2006). Ho ucciso Giovanni Falcone. La confessione di Giovanni Brusca. Milano: Mondadori.

Presidenza della Repubblica. (2025). Dichiarazione del Presidente Sergio Mattarella nel 33º anniversario della strage di via D’Amelio, 19 luglio 2025.


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