ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
Criminologia Diritto Silvestro Marascio

IMPRONTE DIGITALI E PALMARI, ANALISI A TUTTO TONDO 4° parte, di Silvestro Marascio

impronte, silvestro marascio
Silvestro Marascio

Abstract: Lo studio delle impronte papillari, siano esse di origine digitale o palmare, specie se finalizzate all’identificazione personale, trae le sue origini agli inizi del secolo scorso, facendo, in un certo qual modo, da apripista alle varie tecniche comparative applicate allo specifico campo. Disamina, questa, che continua ad affrontare la tematica già avviata con le precedenti uscite: primaseconda e terza parte.

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Impronte, dalle minuzie ai pori

L’importanza che possono assumere talune minuzie (o punti caratteristici), per le impronte, sarà, a breve, ancora più chiara attraverso le osservazioni che si leggeranno circa la sussistenza, sul tracciato papillare, dei pori e della stessa conformazione che assumono le creste medesime.

Una maggiore verticalizzazione dell’analisi dattiloscopica, infatti, vedrebbe sicuramente protagonista il c.d. “terzo livello” (Ashbaugh, 1994), intendendo lo studio poroscopico e crestologico.

Questa particolare analisi, a parere di chi scrive, ha sicuramente una sua valenza accademica e, di contro, una sua difficoltà operativa nell’utilizzo routinario, per tutta una serie di elementi che saranno qui presto affrontati, stante il non escludere un confronto 1:1, quindi tra la traccia e le impronte di un sospettato.

La poroscopia è già stata postulata da Locard nel 1912, ulteriormente validata da Faulds, l’anno successivo.

Nel caso di specie le analisi prodotte al tempo, porterebbero a supporre che una corrispondenza tra i 20 e i 40 pori siano sufficienti per stabilire l’univoca appartenenza tra due tracciati papillari a confronto.

Ovviamente i problemi da porsi sul tema sono vari, tra questi spicca la riproducibilità di questi particolari segni, anche al fine di poterne poi osservare l’effettiva forma. Le variabili quindi rimangono quelle già viste, nel momento in cui qui si descriveva la dattiloscopia giudiziaria.

Si pensi alla superficie che ospita il frammento papillare di cui si voglia conoscere la paternità; alla possibilità tecnica di addivenire a una corretta comparazione tra i dermatoglifi archiviati e quello in esame; il rendere fruibili a terzi l’avvenuto esito comparativo, anche richiamando studi/ricerche/statistiche che hanno confutato o confermato la validità degli assunti afferenti a talune metodologie.

Andando per ordine: la superficie su cui l’impronta è depositata, e quindi successivamente rinvenuta, ha la sua rilevanza ai fini del “trattenimento” di quelle informazioni considerate utili ai fini comparativi.

Se può risultare pacifica la possibilità di procedere a classificazione di un frammento papillare, come già scritto in precedenza, e quindi di rinvenire su quel tracciato delle minuzie in numero tale da garantire l’avvenuta identificazione, non è facile poter offrire analoghe garanzie circa la possibilità, che sulla medesima superfice, possano essere rinvenute tracce riconducili ai pori sudoriferi o alla particolare conformazione delle linee papillari.

Interessante, a tal proposito, quanto pubblicato sul Turkish journal of forensic science and crime studies[1], da dove è possibile evincere che la superficie influenza notevolmente il metodo di esaltazione del contatto.

Conseguenza di quanto scritto è l’interazione della particolare componente, dalle polveri dattiloscopiche – a titolo esemplificativo – alla ninidrina ovvero al ciaonoacrilato, che potrebbe contribuire a rendere meno dettagliata la traccia in disamina, almeno per la componente crestologica e quindi poroscopica.

Giova precisare, infatti, che la conformazione della linea papillare contribuisce a rendere maggiormente evidente la presenza dei pori, ovviamente se tali creste riuscissero a essere ben esaltate, con una chiarezza del disegno dermico tale da renderle ben definite. In questo caso si avranno anche un certo numero di punti caratteristici.

Un secondo aspetto potrebbe interessare direttamente il processo comparativo.

Come già visto, tale operazione potrebbe riguardare sia un set d’impronte, quindi da cartellino segnaletico, con un frammento repertato sul luogo di un reato, che due cartellini a confronto.

Un’analisi di “terzo livello”[2], se proprio necessitasse, avrebbe la sua ragion d’essere laddove la comparazione interessasse una porzione di impronta.

Infatti sarebbe proprio quella “parzialità informativa” sul reperto in esame, a poter attivare un accertamento ulteriore, a causa, evidentemente, di un numero di punti caratteristici nettamente inferiori rispetto a una base condivisa (secondo un approccio quantitativo) o quantunque tali minuzie non presentino alcuna particolarità (secondo, invece, un approccio qualitativo).

Le ricerche sul terzo livello valutativo

Anche quest’autore, nel corso di una ricerca condotta circa tale livello di analisi[3], unitamente al dott. Francesco Mongia, ebbe a osservare 169 impronte, significando che nell’occasione è stata attenzionata sia la riproducibilità di eventuali pori che la conformazione delle creste, attingendo alle catene di fotosegnalamenti riferibili a medesimi individui, chiaramente in differenti momenti della loro vita criminale.

Preliminarmente bisogna ricordare come APFIS sia, ancora allo stato, un database alimentato in maniera promiscua, ritrovandovi set d’impronte assunte con inchiostro tipografico e altre in formato digitale, mediante live scanner.

Tale alimentazione restituisce una fotografia circa l’evoluzione tecnologica che ha investito il comparto investigativo.

Il distinguo – in realtà – assume rilievo anche alla luce dell’accuratezza da usarsi, da parte dell’operatore di polizia che procede al fotosegnalmento e quindi al lancio del cartellino in banca dati, previa sua elaborazione.

Infatti:

  1. nel caso dell’inchiostrazione del polpastrello, l’operatore dovrà dosare l’inchiostro su cui poi saranno apposti i palmi delle mani e le falangi delle dita. A questo seguirà poi l’impressione degli stessi polpastrelli sui modelli cartacei predisposti dal Ministero dell’Interno, quindi scansionati e inviati al dattiloscopista per l’elaborazione;
  2. nel caso, invece, di utilizzo di un supporto digitale, l’operatore apporrà le dita/mani del soggetto d’interesse direttamente su quella sorgente d’acquisizione (il c.d. live scanner), favorendone la trasmissione telematica direttamente e solo successivamente si avrà la stampa delle impronte sui cartellini.

Si comprenderà come nel primo caso, gli elementi di disturbo potrebbero trovarsi in un eccesso di inchiostro adoperato; nella pressione non uniforme esercitata dall’operatore sui polpastrelli del soggetto fermato. In ultimo, dalle impostazioni dello scanner, che sarà poi il tramite attraverso il quale sarà possibile l’elaborazione dello stesso cartellino.

Nella seconda ipotesi (live scanner), si potrebbe avere del “rumore di fondo” direttamente sull’immagine.

I polpastrelli sono fatti poggiare su uno scanner, abbinato a uno specifico software, che permette una visualizzazione in real time della “digitalizzazione” del dermatoglifo.

Si comprenderà come i disturbi in parola potrebbero ancora una volta interessare la pressione esercitata, significando la compresenza di zone più scure, dovuta a una eccessiva pressione sulla parte, a zone più chiare, dove non vi sia stata, invero, una pressione tale da permettere di “catturare” i dettagli della cute. Finanche gli “slittamenti”, dovuti a movimenti repentini durante la rotazione del polpastrello, possono concorrere all’alterazione delle immagini.

Tutte le aberrazioni appena richiamate, siano esse riscontrate con l’inchiostro o con modalità telematica, inficiano certamente gli accertamenti di “terzo livello”, andando a deformare direttamente la conformazione delle linee papillari – data l’elasticità della cute – e conseguentemente interesserà anche i pori, senza che la loro forma potrà essere riprodotta.

I problemi poc’anzi menzionati non alterano invece le verifiche del caso circa l’analisi delle minuzie: l’impronta ancorché “impastata” potrebbe essere elaborata sfruttando tool di editing in ambiente APFIS o anche tramite software terzi (lavorando principalmente sul contrasto e sui chiaro/scuri dell’immagine).

Vi potrebbe anche essere un problema ulteriore, facendo quindi riferimento alle caratteristiche dei software APFIS: è la norma tecnica che vuole la risoluzione della scansione, sia essa del cartellino segnaletico – quindi a seguito di inchiostrazione dei polpastrelli – che delle impronte assunte con acquisizione diretta, secondo lo standard FBI, quindi validate dal NIST Statunitense[4], in almeno 500 dpi.

In letteratura è possibile trovare studi effettuati sui dettagli in parola, i pori, appunto, ma solo a seguito di scansione diretta e con risoluzioni maggiore[5] rispetto alla citata soglia.

Quest’ultimo aspetto, la risoluzione, pone l’accento anche sull’importanza delle unità di storage e della loro messa in sicurezza.

Si consideri, infatti, che la finalità perseguita, attraverso APFIS, è pur sempre di polizia: rintracciare l’autore di un fatto reato ovvero l’individuare un recidivo.

Questo è un inciso di non poco conto e che sovente non pare venga affrontato durante le fasi sperimentali, realizzate invece da enti di ricerca privati oppure da strutture Universitarie, le quali finalità di ricerca sono, sicuramente complementari, ma differenti nella portata realizzativa.

Durante la “fase operativa, o di produzione concreta”, a differenza di quella sperimentale, debbono essere considerate anche l’immagazzinamento massivo dei dati (e la loro ridondanza), cui si deve aggiungere la mancata “collaborazione” del fotosegnalato, durante le operazioni tecniche di rilievo.

Si deve considerare che l’operatore di polizia si confronta con individui sottoposti agli arresti/fermati perché indiziati di delitto, quindi soggetti emotivamente coinvolti (sudorazione frequente, tremolii alle mani, rigidità arti) al punto tale da ingenerare quelle aberrazioni inficianti il “terzo livello”.

Quanto sopra non significa che non si possa valutare positivamente la presenza di una combinazione di pori sul dermatoglifo in esame.

Il parametro di riferimento sarà “soltanto” la presenza del poro stesso, chiaramente influenzato dall’elasticità della pelle. Si tratterà di un approccio olistico che potrebbe avere come riferimento concreto le evidenze sulla superficie anteriore del grilletto di un’arma da fuoco o l’impronta apicale depositata sullo schermo dello smartphone.

L’impronta del sospettato sarà assunta su superficie che ne permetta “la cattura” dettagliata del dermatoglifo, quindi con elevata definizione (su vetro oppure con nastro adesivo), e, chiaramente, come meglio si vedrà a breve, ma senza inchiostro.

Considerazioni complessive

Continuando, l’analisi a più livelli contribuisce sicuramente a rendere in maniera plastica – si potrebbe dire tridimensionale – lo studio delle impronte, nelle more che senza un template di buona qualità, costituito dai flussi di cresta e dai punti caratteristici, è comunque assai improbabile arrivare a mappare i dettagli di “livello tre”, considerando quindi tutti gli attributi dimensionali della medesima cresta (contorno bordo, forma dei pori, incipienze).

A livello tecnico il punto di forza viene dato dal connubio tra lo storage, che dovrà essere in grado di supportare molteplici informazioni tra di loro concatenate.

Infatti un cartellino segnaletico contiene: dati biografici, impronte digitali, siano esse in formato “slap” – quattro dita simultaneamente assunte e, a parte, i pollici – che tutte le dita singolarmente riprese, impronte palmari e foto del soggetto.

A quanto sopra si aggiunge l’accuratezza del software, considerando la potenza dell’algoritmo (o degli algoritmi) che allo stato, per la maggior parte dei sistemi AFIS è figlio di uno standard che non può supportare la gestione automatizzata su elementi così facilmente influenzati da distorsioni di sorta, come i pori, giustappunto.

Esempio di comparazione tra due figure “composte”, entrambe rilevate, chiaramente in momenti differenti, tramite livescanner.

Nello scorrere la sequenza è possibile osservare, nel, primo scatto, l’avvio di una comparazione, verificando la comunanza di archetipo, quindi rispondendo al criterio richiesto dal primo livello identificativo per i contatti papillari.

Nel secondo scatto, a seguire, sono stati apposti un congruo numero di punti caratteristici, rinvenuti per essere uguali per forma e posizione, che sono utili ad attestare l’univoca appartenenza delle due immagini alla medesima persona.

Infine, nell’ultima comparazione, cercando di addurre una stima di “livello tre”, invece, con i tondi di colore giallo, sono individuate le analoghe informazioni crestologiche, in rosso, invece, si evidenziano delle informazioni che appaiono, a primo acchito, distoniche, perché evidentemente non “catturate” in egual misura.

Questa discrasia è possibile per la differente pressione esercitata sul dito, durante la rotazione sullo scanner, oppure per la presenza di impurità sul polpastrello.

Si consideri che, entrambi i termini sono di elevata qualità di dettaglio, eppure non vi sono segni utili a una indagine poroscopia, per la quale, probabilmente, sarebbe stata necessaria una risoluzione maggiore, come già detto, e una pressione maggiore ma, quest’ultima, laddove esercitata in maniera importante è vero che porterebbe alla visualizzazione dei pori ma appiattirebbe le linee papillari oltremodo, significando il ridurre i solchi e quindi non permettendo di evidenziare informazioni crestologiche.

Appare opportuno ripetersi: la pelle è elastica, le impronte sono assunte per rotazione del dito su di uno scanner, quindi la forza esercitata è difficile possa essere sempre uniforme.

impronte foto 2

Nella seconda sequenza comparativa, qui proposta, si hanno sempre due immagini riproducenti una figura “composta”, le tecniche di rilievo utilizzate sono differenti, il termine contrassegnato dalla lettera “A” è stato sottoposto a inchiostrazione mentre il rimanente con livescanner.

Nella seconda ripresa sono stati individuati, come in precedenza, un certo numero di punti caratteristici tali da favorire l’univoca attribuzione a taluno, e, nel riquadro giallo, invece, è stata posta in evidenza una parte della zona marginale, dove, nella figura “A”, si osserva una eccessiva pressione che ha prodotto un consistente appiattimento delle creste cutanee, tale da rendere l’immagine “impastata” (ndr.).

Se certamente l’utilizzo di tool di editing grafico può aiutare l’operatore nel discernere l’eventuale presenza di punti caratteristici risulta assai improbabile un’analisi di terzo livello.

Circa quest’ultimo aspetto, si guardi l’ingrandimento realizzato nel terzo riquadro.

Con le frecce di colore rosso, sono indicati i pori sudoripari che non presentano analoga riproduzione, mentre, con i riquadri gialli, vengono rilevati delle difformità che non aiutano un’analisi crestologica, dato che maggiori dettagli sembrerebbero caratterizzare il dermatoglifo assunto con live scanner rispetto all’inchiostro.

impronte foto 3Altra sequenza, qui realizzata al fine di confutare l’idea che il live scanner possa essere – allo stato – una realtà migliorativa[6], ai fini di un’analisi di “terzo livello”, rispetto all’inchiostro.

Le due comparazioni qui proposte, sempre interessando figure del tipo “composto”, sono realizzate mediante il particolare supporto digitale.

Nella prima immagine sono evidenziate con le frecce, i punti in cui non vi è analoga riproduzione dei pori sudoripari, mentre con i riquadri, nella foto alla destra del lettore, intere aree dove non è possibile apprezzare la presenza di alcun poro.

Nella seconda sequenza, invece, con i punti di colore rosso, sono individuate, come già nelle precedenti riprese, alcuni punti caratteristici uguali per forma e posizione mentre, con le frecce di colore giallo, sono individuate – tra le altre – alcune linee papillari dove non vi è analoga riproduzione dei pori sudoripari.

Nei riquadri, invece, è possibile apprezzare delle differenze crestologiche considerevoli.

Si comprenderà come l’analisi di terzo livello possa avere una sua, fisiologica, bassa valenza identificativa nel campo “dell’identificazione preventiva”: il confronto e sue due set completi di impronte.

Altra sfaccettatura, con differente risultato, può assumersi laddove si riferisca di una verifica volta all’individuazione di chi ebbe a depositare un’impronta su un reato.

Il problema conseguente èqui la qualità delle immagini successive ai rilievi sulla scena, come possibile apprezzare nella riproduzione a seguire, da dove si comprende che l’esperienza dell’operatore è l’imprescindibile protagonista, unitamente alle procedure certificate di laboratorio.

Tutto questo perché protagonista sarà l’analogia geometrica e dimensionale (se apprezzabili) delle creste, quindi “topografica”, per i pori.

Certamente tale studio potrà avere una sua valenza nell’analisi 1:1, e su termini dalla qualità sufficiente, al netto di sovrapposizioni, come nelle immagini qui riportate, magari laddove siano anche presenti sufficienti indizi di reità a carico di taluno, con possibilità, quindi, di riassunzione “mirata” delle impronte: modalità che si può chiaramente applicare anche per acquisire accidentalità e minuzie particolarmente rilevanti, al fine di rinforzare la propria faretra probatoria.

impronte foto 5

In quest’ultima sequenza comparativa è possibile osservare l’attribuzione di un frammento papillare. Nel primo scatto sono poste in evidenza alcuni punti colà individuati. Nella seconda, invece, è attenzionata la particolare crestologia presente nel centro di figura (cerchio rosso).

All’interno si sostanzia la presenza di due particolari appendici, subito a ridosso, in evidenza, un piccolo tratto di linea papillare, dalla conformazione, parimenti, decrescente.

All’interno del cerchietto di colore giallo, invece, si riscontrano alcune informazioni poroscopiche ma, difficilmente comparabili.

In questo testo, al fine di facilitare la presenza di elementi d’interesse per il c.d. “terzo livello”, si è provveduto a evidenziarli con degli indicatori, stante il potenziale utilizzo della poroscopia, nella pratica, parrebbe ovvio il procedere con supporti diversificati, per la particolare analisi.

Si pensi, per esempio, ai fogli millimetrati o all’utilizzo di griglie grafiche[7], al fine di stabilire un’esatta corrispondenza tra i termini a raffronto, grazie alla presenza di un ausilio graduato. Ovviamente sarebbe anche il caso, come visto, di procedere a più assunzioni, anche con differente metodologia, se l’attività potesse interessare un confronto tra una traccia e l’impronta di un sospettato.

Conclusioni

Giungendo alla conclusione, circa l’importanza identificativa delle impronte si è avuto modo di dissertare sulla successione di studi che, nel tempo, hanno avuto come obiettivo l’individuazione di ulteriori potenzialità che le stesse avrebbero potuto offrire per lo specifico settore.

Nella fattispecie, si è posto l’accento sulla rarità dei punti caratteristici e sulla individuazione degli stessi in alcune aree dell’archetipo in analisi.

Studi, principalmente indiani, hanno poi interessato, come visto poc’anzi, la poroscopia e la crestologia, incrementando una statistica altrimenti carente a causa della specificità dell’analisi.

Da un punto di vista processual-penalistico, a livello nazionale, si è invece avuto modo di osservare come la giurisprudenza si sia polarizzata sull’importanza della presenza di un congruo numero di minuzie corrispondenti nei tracciati papillari a confronto; in modo minore la stessa ha considerato, nel corso del tempo, la commistione quantitativa e la rarità dei punti individuati o dell’archetipo in esame.

Nel merito, invece, talune sentenze hanno posto l’accento sulla necessità di contestualizzare l’analisi della traccia dattiloscopica in relazione all’indagine tradizionale portata avanti e sulla pregnanza degli studi nel tempo avanzati[8], si pensi alle valutazioni su nuove metodologie di esaltazione, analisi e verifica, anche con indagini statistiche più accurate, utilizzo di tecnologia sempre più performanti (senza escludere importanza di schede video e monitor, utilizzo AI, tool grafici migliorati).

Si ringraziano, per i confronti avuti, Alberto Cordedda, Roberto Cardia, Roberto Gennari, Yuri Zisa.


Note

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