Lo studio delle impronte papillari, siano esse di origine digitale o palmare, specie se finalizzate all’identificazione personale, trae le sue origini agli inizi del secolo scorso, facendo, in un certo qual modo, da apripista alle varie tecniche comparative applicate allo specifico campo.
Disamina, questa, che continua ad affrontare la tematica già avviata con le precedenti uscite: prima e seconda parte.
Classificazione delle impronte e livelli identificativi
Circa la classificazione del dermatoglifo (quindi del “disegno” delle impronte), bisogna ricordare come si è arrivati alla stessa, in funzione dello studio dei disegni originati dai fasci papillari e della loro successiva “catalogazione”.
Quest’ultima è stata fortemente diversificata, almeno prima dell’avvento dei sistemi telematici, in funzione della capacità organizzativa e tecnica dei vari servizi di polizia scientifica.
Quanto precede, significando che le varie polizie nazionali hanno provveduto in autonomia alla formazione dei propri esperti, quindi allo stilare un metodo di classificazione tale da far ricondurre una certa tipologia di “disegno” a una certa classe.
Ovviamente, tutto questo in attesa di una standardizzazione della materia, che si è avuta nel corso del tempo, da quella che sarebbe poi divenuta la comunità scientifica di riferimento.
Allo stato, tale comunità ricomprende, tra gli altri, gruppi di lavoro in ambito Interpol, ma anche associazioni forensi transnazionali, si pensi a ENFSI[1] oppure la IAI[2].
Infatti, è possibile osservare che fino agli inizi del 2000 varie erano le tipologie classificative delle impronte digitali, elaborate da Purkinje, Galton, Milton, continuando con Vucetich, Henry e dall’italiano Giovanni Gasti.
Tutte queste modalità hanno, quale tratto comune, il ricondurre i disegni in esame alla presenza dei punti focali di un’impronta: il centro di figura e il delta[3], procedendo poi a stilare regole per rendere immediatamente identificabili le varie figure, tendenzialmente a base numerica.
Le caratteristiche anzidette, “delta” e “centro di figura”, sono il risultato della particolare andatura che possono assumere le linee papillari nel loro naturale decorso sul polpastrello, considerando che ognuna delle linee può essere, a sua volta, raggruppata in un sistema di fasci:
- “basale”, quindi parallelo alla seconda falange del dito;
- “marginale”, che si sviluppa lungo la sagoma del polpastrello stesso;
- “centrale”, conseguente alla morfogenesi delle precedenti.
Sulla base della presenza di entrambi i punti focali e quindi dei relativi sistemi di linea, è possibile apprezzare dermatoglifi del tipo “monodelta”, “composta” e “adelta”.
Con l’avvento dei sistemi di ricerca telematici, e con le potenzialità offerte dalla suite di protocolli TCP/IP, in luogo degli archivi tradizionali cartacei, è il metodo “Henry” a imporsi a livello transnazionale quale ideale tramite per la classificazione delle impronte digitali.
Breve inciso su altro termine, le impronte palmari non hanno una vera e propria classificazione[4] ma “solamente” una individuazione delle proprie componenti principali (regionalizzazione, ndr.):
- la regione tenare, significando la zona del pollice, delimitata dalla piega tenare;
- la regione superiore, delimitata dalla piega distale trasversale, ed è l’area nell’immediata adiacenza alle rimanenti quattro dita;
- la regione ipotenare, evidentemente opposta al pollice, naturalmente posta al di sotto del mignolo.
Continuando ora sulla classificazione del dermatoglifo, si approfondirà il metodo Henry, perché, come accennato, è quello divenuto riferimento – anche a livello internazionale – con la graduale sostituzione di archivi cartacei in luogo della digitalizzazione del settore.
La metodologia “Henry” si limita a individuare, qui senza scendere in ulteriori sotto-categorizzazioni (prive di senso, almeno per quanto attiene all’elaborazione telematica dei cartellini segnaletici prodotti) le figure:
- adelta (contraddistinta dalla lettera “A”);
- monodelta, sia essa con delta a sinistra (individuata da “/”) ovvero a destra (“\”);
- composta (“W”), quindi riferita a tutte quelle figure complesse che altrimenti (con il “Gasti”) sarebbe note come bidelta, sia essa concentrica o composta, racchetta, accidentale (sostanzialmente con due centri di figura, ma con un solo delta), tridelta;
- indefinita/deturpata (“?”).

Se l’analisi di “primo livello” viene ricondotta, dalla letteratura, alla tipologia di classe attribuibile a un dermatoglifo, l’analisi successiva vedrà l’operatore osservare le “minuzie” rinvenibili su quel tracciato papillare.
I punti caratteristici sono definiti tali perché giustappunto meglio caratterizzano il dermatoglifo stesso, favorendo l’individualità di quell’archetipo, altrimenti tutte le monodelta (per esempio), sarebbero uguali.
La disposizione dei punti caratteristici, infatti, è casuale, in funzione di possibili rapporti di ereditarietà, che vanno anche combinandosi con i movimenti fetali, durante la gestazione.
Proprio riferendosi alle minuzie, al netto dell’univoca appartenenza di classe, la nazionale giurisprudenza favorisce l’attribuzione dell’identità dattiloscopica alla compresenza di almeno 16 punti caratteristici, uguali per forma e posizione, sui tracciati in comparazioni.
Impronte: qualità o quantità?
A tal proposito si ricordi, tra le altre, la sentenza del 14.11.1959 della Suprema Corte di Cassazione.
Nel corso degli anni si è assistito all’incedere di una sostanziale diatriba tra giudizi di natura “quantitativa” o “qualitativa” interessanti le “minuzie”:
-
- nel primo caso rientra sicuramente la citata sentenza, che funge da caposaldo per una giurisprudenza prevalente;
- nel secondo vi rientrano taluni dispositivi figli anche di disamine affrontante in ordinamenti differenti. Si pensi a quello statunitense, per esempio, permeato, almeno in prima facie, da una certa soggettività attribuita alla professionalità del dattiloscopista[5].
Per meglio comprendere il concetto di rarità, associata sia al dermatoglifo, considerato come disegno nella sua globalità, ma anche riferito ai singoli punti caratteristici, è sufficiente richiamare alcune analisi.
Quest’autore, negli anni, ha preso parte a più studi sulla materia, andando anche a suffragare quanto già presente in letteratura sull’argomento.
Un primo studio statistico, condotta nel periodo 2007-2009, ha permesso di verificare una effettiva associazione dito/dermatoglifo, su campione di 4.800 soggetti[6].
Quanto sopra significa che la figura del tipo “monodelta” è facilmente rinvenibile sul polpastrello del dito mignolo, la figura del tipo “adelta”, invece, è possibile sia stata depositata da un dito indice, così come una figura “composta” possa essere osservata sul polpastrello di un pollice.
Ovviamente queste informazioni debbono essere interpretate in un contesto globale, sia esso di studio che di indagine giudiziaria.
Giova precisare come, nel medesimo studio, veniva richiamata anche la rarità della figura “tridelta”, ossia un archetipo “composto”, dove è possibile rinvenire delle particolari evoluzioni delle creste cutanee, tali da concorrere alla formazione di un numero maggiore di punti focali (si potrebbe scrivere di “tri-delta” ma anche di figure “tri-centriche”, in talune occasionalità, addirittura tetradelta)[7].
Elemento interessante, in quello studio, era stato individuare nella parte asiatica del campione (cinesi e indiani) una preponderanza di “figure chiuse”, a prescindere dal dito a riferimento.
Le figure chiuse (quindi differenti dalle “monodelta” e “adelta”), tra i caucasoidi, invece, non era raro venissero osservate sugli indici, sui pollici e sugli anulari.
Un successivo approfondimento, questa volta con un’analisi condotta sulla tipologia di minuzie, ha avvalorato, con una base numerica sicuramente maggiore, quanto già presente in letteratura (tra gli altri, si pensi agli studi di Osterburg, 1977).

I punti caratteristici maggiormente ricorrenti paiono infatti essere i termini di linea, ossia quando la linea papillare interrompe il proprio percorso; la biforcazione, quando una cresta splittando ne origina due differenti. Sicuramente con una presenza differente possono essere richiamati i c.d. “laghi” o le “triforcazioni”, continuando con l’annoverare anche i “tratti” o le “linee interrotte”[8].
Interessante, circa quest’ultimo aspetto, anche il considerare come i punti caratteristici possano essere suddivisi in elementi “base” e “complessi”, nel primo caso si hanno in effetti “termini di linea” e “biforcazioni”, nel secondo, invece, i rimanenti (come i “laghi”).
Quindi, tornando alla dicotomia “quantitativa” e “qualitativa”, si comprenderà meglio ora l’oggetto di questo contendere, se così potrebbe definirsi.
Se nel primo filone possono rientrare studi e postulati che vogliono nel raggiungimento di una certa soglia numerica, l’attribuzione di una identificazione dattiloscopica, nel secondo caso vanno, invero, le tesi circa il “peso identificativo” – in funzione della rarità – delle minuzie osservate.
Fermo restando che le impronte giudicate non utili a un confronto, non trovano un naturale riscontro in alcuna delle sentenze presenti nella giurisprudenza consolidata.
Semmai le stesse hanno un naturale sfogo nella disamina tecnica che può aversi nella mancanza di chiarezza dell’immagine riproducente il dermatoglifo, dovuta a molteplici variabili (dal substrato, alle operazioni di esaltazione, alla compresenza di più frammenti che si sovrappongono, per esempio), cui si aggiungono estensione del frammento, continuità del disegno e rinvenimento di caratteri d’interesse.
Continuando, altro studio condotto – tra gli altri – dallo scrivente (2015), ha portato a mitigare, o comunque a valutare differentemente, la portata della rarità esprimibile in termini assoluti dalla singola minuzia, considerando l’archetipo cui appartiene il dermatoglifo in esame, e la zona oggetto di analisi (se basale, marginale o centrale)[9].
A tal proposito è possibile ricordare come le “biforcazioni” ricorrano frequentemente nelle figure “composte” mentre un maggior numero di “laghi” consecutivi è possibile vengano osservati, tra le figure “composte”, in quelle che hanno un centro di figura maggiormente tondeggiante, e si rinvengono proprio a ridosso del centro[10].
Ovviamente i termini di linea continuano a essere i punti meno caratterizzanti, perché rappresentano la tipologia più diffusa e trasversale alle varie classi, in particolare nella zona basale di tutti gli archetipi.
Inevitabilmente, questo aspetto merita un approfondimento.
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