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Massimiliano Mancini NOTIZIE Politica e Scienze Politiche

Il patriarcato rafforzato anche dalle donne

Le dichiarazioni della ministra Eugenia Roccella sui congedi paritari riaprono il confronto tra differenza biologica, divisione sessuale del lavoro e interiorizzazione delle disuguaglianze di genere

Massimiliano Mancini

Abstract: Le recenti dichiarazioni della della ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Eugenia Roccella sui congedi parentali paritari e sulla necessità di adattare il lavoro ai «corpi delle donne, che sono generativi» offrono l’occasione per interrogarsi su una questione più ampia rispetto alla polemica politica contingente: la capacità delle strutture patriarcali di riprodursi anche attraverso soggetti femminili e all’interno delle stesse istituzioni chiamate a promuovere l’uguaglianza. La distinzione tra differenza biologica e costruzione sociale dei ruoli di cura diventa, in questa prospettiva, decisiva per comprendere come la maternità possa continuare a tradursi in uno svantaggio occupazionale e professionale, mentre la paternità rimane ancora solo parzialmente riconosciuta come responsabilità sociale equivalente. L’analisi delle dichiarazioni ministeriali, letta alla luce della sociologia della dominazione simbolica, della disciplina costituzionale italiana e del diritto europeo in materia di conciliazione tra vita familiare e professionale, mostra come la tutela della differenza possa assumere una funzione emancipatrice soltanto quando non diviene lo strumento attraverso il quale rendere permanente una distribuzione diseguale delle responsabilità familiari.

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Il patriarcato non è necessariamente maschile

Il patriarcato non può essere ridotto alla rappresentazione elementare di un sistema nel quale gli uomini esercitano consapevolmente il proprio potere sulle donne, poiché esso costituisce anzitutto una struttura storica e culturale capace di organizzare aspettative, comportamenti, ruoli sociali e rapporti di potere, riproducendosi anche attraverso coloro che, almeno potenzialmente, potrebbero esserne svantaggiati. Una delle caratteristiche più persistenti delle forme di dominazione sociale consiste infatti nella loro capacità di essere progressivamente interiorizzate sino a non apparire più come costruzioni storiche, ma come manifestazioni di un ordine naturale delle cose, nel quale ciò che deriva da una determinata organizzazione della società finisce per essere interpretato come conseguenza inevitabile della biologia, della tradizione o delle differenze individuali.

È in questa prospettiva che le dichiarazioni della ministra Eugenia Roccella sui congedi parentali acquistano un interesse che supera largamente il confronto politico immediato, perché pongono una questione centrale nella riflessione contemporanea sui rapporti di genere: se sia possibile riconoscere la specificità biologica della maternità senza fare di essa il fondamento di una distribuzione permanente e asimmetrica delle responsabilità familiari e, conseguentemente, delle opportunità sociali e professionali.

Nell’intervista rilasciata a La Stampa il 1° ottobre 2026, Roccella, dichiarandosi espressione del «femminismo della differenza», ha sostenuto che il lavoro dovrebbe essere modificato adattandolo ai corpi femminili, definiti «generativi», e si è detta contraria all’obbligatorietà di congedi parentali rigidamente paritari, osservando che, qualora la genitorialità continui a essere uno svantaggio per lavoratori e imprese, limitarsi a suddividere quello svantaggio tra uomini e donne non significherebbe eliminarlo. La posizione si colloca in continuità con quanto la stessa ministra aveva già affermato nel marzo 2026, quando aveva ricordato che tra maternità e paternità esiste una differenza biologica non eliminabile, determinata dalla gravidanza, dal parto e dall’allattamento, pur riconoscendo l’opportunità di una maggiore condivisione del lavoro di cura.

La premessa biologica è evidentemente incontrovertibile; assai meno inevitabili sono, invece, le conseguenze sociali che possono esserne tratte.

Dalla differenza biologica alla costruzione sociale dei ruoli

Nessuna concezione seria della parità di genere presuppone che uomini e donne siano biologicamente identici, né che la maternità debba essere privata delle tutele specifiche necessarie alla salute della donna e del bambino. Il problema emerge quando la differenza biologica diviene implicitamente il criterio attraverso il quale giustificare una diversa distribuzione delle responsabilità successive alla nascita, estendendo alla cura, all’educazione, alla gestione familiare e alla rinuncia professionale una distinzione che appartiene invece, in origine, alla sfera fisiologica della gravidanza e del parto.

Ma la maternità e la generatività non possono essere considerate una colpa delle donne, bensì caratteristiche da riconoscere e tutelare anche nell’interesse della collettività e dello Stato, poiché dalla riproduzione dipende la stessa continuità sociale e demografica. Il fatto che soltanto la donna possa attraversare la gravidanza non implica, tuttavia, che su di essa debba riversarsi quasi interamente il costo sociale, professionale ed economico della genitorialità. Si tratta di una distinzione apparentemente ovvia, ma tutt’altro che acquisita sul piano culturale, perché è proprio nel passaggio dalla differenza biologica alla distribuzione asimmetrica dei ruoli sociali che la differenza rischia di trasformarsi in disuguaglianza.

La maternità appartiene inevitabilmente al corpo femminile ma la cura di un figlio, invece, appartiene alla relazione genitoriale e alla responsabilità di entrambi i genitori. Confondere le due dimensioni significa trasferire su un piano sociale una differenza biologica che, da sola, non è in grado di spiegare perché una madre debba interrompere più frequentemente la carriera, ridurre maggiormente il proprio orario di lavoro, rinunciare a opportunità professionali o assumersi la quota prevalente del lavoro domestico e assistenziale.

La sociologia della famiglia e del lavoro ha mostrato da tempo come queste differenze non dipendano esclusivamente dalle preferenze individuali, ma si sviluppino entro un sistema di incentivi economici, aspettative sociali, norme culturali e pratiche organizzative che orientano in modo differente i comportamenti degli uomini e delle donne. La scelta individuale non scompare, ma si esercita all’interno di strutture che rendono alcune decisioni più probabili, più convenienti o socialmente più accettabili di altre.

Il patriarcato introiettato come meccanismo di riproduzione sociale

La riflessione di Pierre Bourdieu sulla dominazione simbolica consente di leggere efficacemente questo fenomeno, poiché mostra come un rapporto di potere divenga particolarmente stabile quando le categorie attraverso le quali viene percepito sono condivise anche da chi occupa la posizione meno favorevole all’interno di quel rapporto. La dominazione, in questa prospettiva, non si esercita esclusivamente attraverso l’imposizione normativa o la coercizione materiale, ma attraverso la capacità di far apparire naturali, normali o persino desiderabili assetti sociali che sono in realtà storicamente determinati.

Applicata ai rapporti di genere, questa prospettiva consente di comprendere perché il patriarcato possa essere riprodotto anche dalle donne, senza che ciò comporti necessariamente una consapevole volontà di conservare la subordinazione femminile. Le rappresentazioni culturali relative alla maternità, alla cura, alla famiglia e alla divisione dei ruoli sono infatti interiorizzate attraverso processi di socializzazione che riguardano entrambi i sessi e che possono condurre donne e uomini a considerare spontanea una distribuzione delle responsabilità che, osservata storicamente, è tutt’altro che naturale.

Parlare di «patriarcato introiettato», dunque, non significa attribuire alla ministra Roccella un’intenzione discriminatoria, né sostenere che una donna che difenda una concezione differenziata dei ruoli familiari tradisca automaticamente la propria appartenenza di genere ma, piuttosto, osservare come determinati modelli culturali possano continuare a essere riprodotti indipendentemente dal sesso di chi li sostiene, compreso quando trovano espressione all’interno delle istituzioni.

Il punto decisivo non è infatti il genere della persona che esercita il potere, ma la natura delle relazioni sociali che quel potere contribuisce a mantenere o trasformare. La presenza di donne nei luoghi decisionali rappresenta una conquista essenziale della democrazia contemporanea, ma non garantisce, di per sé, che le politiche adottate producano effetti emancipatori nei confronti delle altre donne.

Il congedo parentale come questione di uguaglianza sostanziale

Il tema dei congedi parentali deve essere collocato precisamente in questa dimensione, perché essi non costituiscono soltanto uno strumento di conciliazione tra vita privata e professionale, ma incidono direttamente sulla distribuzione sociale dei costi della genitorialità. Il diritto europeo ha progressivamente riconosciuto questa funzione, distinguendo il congedo di maternità, legato anche alla protezione biologica della donna, dal congedo di paternità e dal congedo parentale, che perseguono invece anche l’obiettivo di favorire una maggiore partecipazione degli uomini alle responsabilità familiari.

La direttiva (UE) 2019/1158 del Parlamento europeo e del Consiglio afferma espressamente che le misure in materia di equilibrio tra attività professionale e vita familiare sono finalizzate a favorire la parità tra uomini e donne nelle opportunità sul mercato del lavoro e nel trattamento professionale, riconoscendo diritti individuali relativi al congedo di paternità, al congedo parentale, al congedo per i prestatori di assistenza e alle modalità di lavoro flessibili. La stessa logica europea evidenzia pertanto come la conciliazione non possa essere interpretata esclusivamente come un problema privato delle famiglie, ma debba essere considerata una componente delle politiche di uguaglianza. (⁠Eur-Lex)

Nell’ordinamento italiano, il decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, disciplina organicamente la tutela e il sostegno della maternità e della paternità, distinguendo gli istituti connessi alla protezione della maternità da quelli relativi alla responsabilità genitoriale condivisa. La progressiva estensione del congedo obbligatorio di paternità e delle quote individuali di congedo parentale riflette precisamente il tentativo di modificare un assetto nel quale la cura dei figli era considerata quasi esclusivamente una responsabilità materna.

Il sistema italiano prevede oggi quote individuali di congedo parentale riservate a ciascun genitore e un congedo obbligatorio di paternità distinto dalla maternità obbligatoria, ma l’utilizzo effettivo delle misure continua a essere fortemente asimmetrico: secondo i dati richiamati da Adnkronos sulla base del Rendiconto di genere INPS 2025, nel 2024 hanno utilizzato il congedo parentale 289.230 donne e 124.140 uomini nel settore privato, mentre la durata media è risultata significativamente maggiore per le madri.

Tutto ciò non dimostra automaticamente che ogni differenza nell’utilizzo dei congedi sia il prodotto del patriarcato, ma segnala l’esistenza di una distribuzione ancora profondamente squilibrata del lavoro di cura, sulla quale intervengono differenze salariali, condizioni occupazionali, convenienze economiche familiari e aspettative culturali.

La prospettiva costituzionale

La questione assume una particolare rilevanza se letta alla luce della Costituzione italiana, poiché il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 non impone semplicemente allo Stato di trattare tutti formalmente nello stesso modo, ma attribuisce alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini.

Questo principio assume un significato specifico nella disciplina della famiglia e del lavoro. L’articolo 29 riconosce l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, mentre l’articolo 30 attribuisce a entrambi i genitori il dovere e il diritto di mantenere, istruire ed educare i figli; l’articolo 37, dal canto suo, tutela espressamente la lavoratrice e la maternità, ma tale protezione non può essere letta come legittimazione di una segregazione permanente dei ruoli, poiché la stessa evoluzione dell’ordinamento costituzionale e sovranazionale tende a distinguere la tutela della maternità biologica dalla distribuzione delle responsabilità genitoriali.

La logica dell’uguaglianza sostanziale implica, pertanto, che situazioni biologicamente differenti possano essere disciplinate in modo differente quando ciò sia necessario a garantire una tutela effettiva, ma impone anche di verificare che quelle differenze non diventino la premessa per consolidare svantaggi sociali ulteriori e non giustificati.

È precisamente su questo terreno che il dibattito sui congedi obbligatori assume una dimensione giuridicamente e sociologicamente rilevante: un istituto può infatti limitare in parte la libertà organizzativa individuale e, contemporaneamente, perseguire un obiettivo di uguaglianza sostanziale, qualora serva a modificare comportamenti sociali fortemente condizionati da strutture economiche e culturali preesistenti.

L’obbligatorietà, dunque, non può essere giudicata astrattamente né considerata necessariamente incompatibile con l’autonomia familiare, perché l’ordinamento conosce numerosi obblighi finalizzati a garantire diritti fondamentali e interessi generali. La valutazione dovrebbe riguardare piuttosto la proporzionalità dello strumento, la sua efficacia, il livello dell’indennità riconosciuta e la capacità di non produrre effetti economicamente regressivi sulle famiglie.

La maternità tra libertà e destino sociale

Uno dei problemi più delicati sollevati dalle dichiarazioni della ministra riguarda proprio la nozione di «corpo generativo», che può assumere significati profondamente differenti a seconda del contesto teorico nel quale viene collocata. Il femminismo della differenza ha storicamente avuto il merito di contestare una concezione apparentemente neutrale dell’uguaglianza che, assumendo implicitamente il modello maschile come paradigma universale, rischiava di emancipare le donne soltanto nella misura in cui esse fossero disposte ad adeguarsi a strutture professionali, sociali e culturali costruite senza considerare l’esperienza femminile.

Da questo punto di vista, sostenere che sia il lavoro a doversi adattare anche alla maternità, e non semplicemente la donna al lavoro, costituisce un’affermazione tutt’altro che regressiva, perché mette in discussione l’idea che l’organizzazione produttiva debba essere considerata immutabile mentre la riproduzione e la cura rimangono confinate nella sfera privata.

Il problema nasce quando il riconoscimento della differenza viene fatto coincidere con la permanenza della responsabilità prevalente delle donne nella cura, trasformando una caratteristica biologica in una funzione sociale stabile. Il femminismo della differenza, infatti, non impone necessariamente una divisione tradizionale dei ruoli, né implica che il riconoscimento della specificità femminile debba tradursi in una minore responsabilizzazione degli uomini.

Anzi, se il lavoro deve adattarsi ai corpi e alle biografie delle persone, dovrebbe adattarsi anche alla paternità, riconoscendo agli uomini il diritto e il dovere di sottrarre tempo alla dimensione produttiva per esercitare concretamente la propria funzione genitoriale.

In questo senso, congedi parentali maggiormente equilibrati non cancellano la differenza tra maternità e paternità, ma impediscono che tale differenza diventi un criterio implicito attraverso il quale distribuire opportunità e svantaggi.

La child penalty e la persistenza della disuguaglianza

Le conseguenze economiche della maternità rappresentano uno degli aspetti più documentati della disuguaglianza di genere contemporanea. Il fenomeno definito nella letteratura economica e sociologica come child penalty descrive precisamente la riduzione delle opportunità lavorative e reddituali che tende a prodursi, soprattutto per le donne, dopo la nascita di un figlio.

I dati riportati nel 2026 mostrano come il problema rimanga strutturale: secondo il Rapporto SDGs 2026 dell’ISTAT richiamato dalle fonti che hanno ricostruito l’intervista alla ministra, nel 2025 il tasso di occupazione delle donne tra i 25 e i 49 anni con almeno un figlio in età prescolare era pari al 58,1%, rispetto al 77,4% delle donne della stessa fascia di età senza figli. (⁠Demografica)

La differenza non può essere interpretata attraverso una relazione causale automatica, perché intervengono numerose variabili, dalle condizioni occupazionali alla disponibilità dei servizi educativi, dalla struttura familiare alla distribuzione geografica dell’occupazione; tuttavia, la permanenza di un divario tanto consistente dimostra come la genitorialità continui a produrre conseguenze differenti per uomini e donne.

Allo stesso modo, la maggiore incidenza femminile delle dimissioni successive alla nascita di un figlio, il ricorso prevalente al lavoro a tempo parziale e la maggiore durata dei congedi utilizzati dalle madri costituiscono indicatori convergenti di una distribuzione ancora squilibrata del costo sociale della cura.

Da questo punto di vista, affermare che il problema non possa essere risolto soltanto attraverso una redistribuzione dei congedi è corretto: nessuna politica dei congedi, isolatamente considerata, può compensare carenze nei servizi per l’infanzia, rigidità dell’organizzazione del lavoro, differenze salariali, precarietà e insufficienza delle politiche di conciliazione. Ma da questa constatazione non discende che la redistribuzione dei congedi sia irrilevante; al contrario, essa può costituire uno degli strumenti attraverso cui modificare le aspettative delle imprese e delle famiglie, riducendo la percezione della lavoratrice in età fertile come soggetto maggiormente esposto alle interruzioni della continuità professionale.

Se la differenza consolida l’asimmetria

La questione centrale non è quindi stabilire se la maternità e la paternità siano identiche, perché evidentemente non lo sono, ma comprendere quali conseguenze giuridiche e sociali debbano essere legittimamente ricavate da questa differenza.

Il rischio consiste nel trasformare una constatazione biologica in una costruzione normativa permanente: poiché soltanto le donne partoriscono, saranno prevalentemente le donne a occuparsi dei figli; poiché saranno prevalentemente loro a occuparsi dei figli, saranno più frequentemente loro a interrompere il lavoro; poiché interromperanno più frequentemente il lavoro, avranno minori progressioni di carriera e redditi inferiori; poiché avranno redditi inferiori, all’interno della famiglia sarà economicamente più conveniente che siano ancora loro a utilizzare i congedi.

Si crea così un meccanismo circolare nel quale la disuguaglianza produce le condizioni economiche che ne rendono razionale la riproduzione ed è esattamente questo tipo di processo che la sociologia descrive quando distingue tra preferenze individuali e strutture sociali: le persone compiono scelte formalmente libere, ma tali scelte sono orientate da incentivi, opportunità e vincoli prodotti dalle relazioni sociali precedenti.

Interrompere questo circuito significa agire simultaneamente sulla legislazione del lavoro, sulla disponibilità dei servizi, sulla retribuzione dei congedi, sull’organizzazione aziendale e sulla cultura della paternità, senza ridurre la questione a un’alternativa artificiale tra libertà familiare e uguaglianza.

Il ruolo delle istituzioni nella costruzione dei modelli sociali

Le istituzioni non si limitano a registrare i comportamenti esistenti, ma contribuiscono inevitabilmente a definirne la legittimità e a orientarne l’evoluzione. Le norme giuridiche svolgono, oltre alla loro funzione prescrittiva, una funzione simbolica, perché comunicano quali comportamenti la collettività considera meritevoli di tutela e quali responsabilità debbano essere riconosciute come socialmente rilevanti.

L’introduzione del congedo obbligatorio di paternità, ad esempio, non produce soltanto giorni di assenza dal lavoro, ma afferma normativamente che la nascita di un figlio riguarda anche il padre e che la sua presenza non costituisce una concessione del datore di lavoro o una scelta familiare eccezionale, bensì l’esercizio di una responsabilità riconosciuta dall’ordinamento.

Per questa ragione le dichiarazioni di una ministra competente in materia di famiglia e pari opportunità assumono una rilevanza ulteriore rispetto alla legittima espressione di un orientamento politico personale, perché contribuiscono a definire il modo in cui le istituzioni rappresentano la maternità, la paternità e la divisione del lavoro familiare.

Quando la specificità del corpo femminile viene evocata nel dibattito sui congedi, è quindi necessario vigilare affinché il riconoscimento della differenza non finisca, anche involontariamente, per consolidare proprio quelle condizioni che continuano a rendere la maternità un fattore di rischio professionale.

Il patriarcato rafforzato dalle donne

È in questa prospettiva che il titolo di questa riflessione trova il proprio significato. Dire che il patriarcato può essere rafforzato dalle donne non significa affermare che esse siano responsabili della struttura sociale che storicamente le ha discriminate, né trasformare un fenomeno collettivo in una colpa individuale; significa, al contrario, riconoscere che i sistemi culturali sopravvivono precisamente perché riescono a diventare patrimonio condiviso e a essere riprodotti anche al di fuori dei gruppi che originariamente ne hanno tratto maggiore vantaggio.

Il patriarcato contemporaneo non necessita sempre di una dichiarata volontà di subordinazione femminile. Può persistere attraverso aspettative apparentemente benevole sulla maternità, attraverso l’esaltazione della naturale predisposizione femminile alla cura, attraverso politiche che proteggono la madre senza modificare la posizione del padre e attraverso una rappresentazione della famiglia nella quale la differenza biologica viene progressivamente estesa a compiti e responsabilità che biologici non sono.

Quando tali rappresentazioni provengono da donne collocate in posizioni istituzionali, il fenomeno diventa sociologicamente ancora più significativo, perché dimostra che l’accesso femminile al potere non coincide automaticamente con una trasformazione dei modelli culturali sui quali quel potere continua a poggiare.

La vera emancipazione non consiste quindi semplicemente nell’avere donne al governo, nelle amministrazioni, nelle imprese o nelle professioni, ma nel modificare le condizioni attraverso le quali il genere continua a incidere sulla distribuzione delle opportunità, delle responsabilità e delle libertà.

Le dichiarazioni della ministra in questo contesto

Le dichiarazioni di Eugenia Roccella hanno il merito, forse involontario, di portare in primo piano una tensione teorica fondamentale del dibattito contemporaneo sulla parità: quella tra riconoscimento della differenza e costruzione dell’uguaglianza.

La differenza biologica esiste e non deve essere negata, così come la maternità necessita di specifiche tutele che non possono essere semplicemente replicate nei confronti degli uomini. Ma riconoscere la differenza non significa accettare che essa debba produrre disuguaglianza, né che dalla capacità femminile di generare debba discendere una maggiore responsabilità sociale nella cura.

Una politica realmente orientata alla parità dovrebbe essere capace di tenere insieme entrambe le dimensioni: proteggere la maternità perché differente e, contemporaneamente, responsabilizzare la paternità perché equivalente sul piano della cura e dei doveri familiari.

La stessa impostazione europea, attraverso la direttiva 2019/1158, muove in questa direzione, collegando esplicitamente gli strumenti di conciliazione alla parità tra uomini e donne nel mercato del lavoro e riconoscendo che la partecipazione maschile alla cura non rappresenta una questione privata, ma una componente delle politiche di uguaglianza.

Il patriarcato continua a essere efficace proprio quando riesce a presentare come naturale ciò che è invece socialmente costruito. Per questo può sopravvivere anche in società nelle quali le donne occupano posizioni di potere e può essere riprodotto persino da istituzioni formalmente dedicate alle pari opportunità.

La questione, dunque, non è se una donna possa avere una concezione tradizionale della famiglia, diritto che naturalmente appartiene alla libertà individuale e politica di ciascuno, ma se le istituzioni debbano limitarsi a riconoscere la distribuzione esistente delle responsabilità oppure contribuire a creare le condizioni affinché uomini e donne possano scegliere realmente, senza che la maternità continui a rappresentare una penalizzazione professionale e senza che la paternità rimanga una responsabilità socialmente attenuata.

Una società può riconoscere la differenza senza trasformarla in gerarchia; può tutelare la maternità senza farne un destino sociale; può riconoscere la specificità dei corpi senza utilizzare quei corpi per determinare il futuro professionale delle persone. È probabilmente proprio su questa capacità che dovrebbe misurarsi, più che sul numero delle donne che occupano posizioni di potere, il livello effettivo di emancipazione raggiunto dalle istituzioni.


Riferimenti normativi

Costituzione della Repubblica italiana, artt. 3, 29, 30 e 37.

Decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, a norma dell’articolo 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53, e successive modificazioni.

Direttiva (UE) 2019/1158 del Parlamento europeo e del Consiglio, 20 giugno 2019, relativa all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza e che abroga la direttiva 2010/18/UE del Consiglio.

Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, artt. 21, 23 e 33.

Bibliografia

Bourdieu, P. (1998). La domination masculine. Paris: Éditions du Seuil.

Butler, J. (1990). Gender Trouble: Feminism and the Subversion of Identity. New York-London: Routledge.

Connell, R. W. (1987). Gender and Power: Society, the Person and Sexual Politics. Stanford: Stanford University Press.

Fraser, N. (2013). Fortunes of Feminism: From State-Managed Capitalism to Neoliberal Crisis. London-New York: Verso.

Hochschild, A. R., Machung, A. (1989). The Second Shift: Working Parents and the Revolution at Home. New York: Viking.

INPS (2026). Rendiconto di genere 2025. Roma: Istituto Nazionale della Previdenza Sociale.

ISTAT (2026). Rapporto SDGs 2026. Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia. Roma: Istituto Nazionale di Statistica.

Sciandivasci, S. (2026). «Eugenia Roccella: “Le famiglie sono insostituibili, Meloni è un sogno femminista realizzato”», La Stampa, 1 ottobre 2026.

ANSA (2026). «Roccella: “Congedi parentali? Madre e padre non sono la stessa cosa”», marzo 2026.

Adnkronos – Demografica (2026). «Congedi parentali paritari, Roccella contraria all’obbligo: “Il lavoro va cambiato adattandolo ai corpi delle donne”», 2 ottobre 2026.

Unione europea (2019). Direttiva (UE) 2019/1158 del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 giugno 2019 relativa all’equilibrio tra attività professionale e vita familiare per i genitori e i prestatori di assistenza, GUUE L 188 del 12 luglio 2019.


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