ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
Image default
NOTIZIE Paola La Salvia Salute fisica e mentale Sociologia e Scienze Sociali

La cura non ha genere. Ripensare le relazioni per prevenire la violenza

Dalla cultura del possesso alla cultura della cura: educare al rispetto, alla reciprocità e alla libertà dell’altro significa intervenire prima che la violenza si manifesti

Paola La Salvia

Abstract: La violenza contro le donne non nasce necessariamente nel momento in cui viene commesso un reato, ma può affondare le proprie radici in modelli culturali e relazionali costruiti molto prima, nella difficoltà di accettare il rifiuto, la separazione e l’autonomia dell’altro. La prevenzione richiede quindi un intervento educativo capace di coinvolgere non soltanto le donne, ma anche gli uomini, la famiglia, la scuola e l’intera comunità. Educare al rispetto, al consenso, alla reciprocità, alla gestione delle emozioni e della frustrazione significa costruire strumenti per riconoscere precocemente le dinamiche di controllo, possesso e coercizione. In questa prospettiva, anche la cura deve essere liberata dagli stereotipi di genere: prendersi cura, ascoltare, educare ed esprimere affetto sono capacità umane, non caratteristiche femminili. Ripensare i modelli maschili, promuovere una nuova consapevolezza della mascolinità, integrare l’educazione digitale e rafforzare le politiche di prevenzione significa spostare il baricentro dalla reazione alla costruzione di relazioni più equilibrate, senza trasformare il contrasto alla violenza in una guerra tra uomini e donne.

Keywords: #ViolenzaControLeDonne #Prevenzione #EducazioneAlleRelazioni #Rispetto #Consenso #Reciprocità #Cura #ModelliMaschili #Mascolinità #Controllo #Autonomia #Scuola #Famiglia #EducazioneDigitale #ViolenzaDiGenere #Relazioni #Libertà #Responsabilità #ConvenzioneDiIstanbul #PaolaLaSalvia #EthicaSocietas #EthicaSocietasRivista #RivistaScientifica #ScienzeSociali #ethicasocietasupli


english version


La cura non ha genere

Ogni volta che una donna viene uccisa, insieme al dolore torna la stessa domanda: si poteva fare qualcosa prima? C’erano segnali che avrebbero potuto essere riconosciuti? Dove hanno fallito le istituzioni, la famiglia, la scuola, la società? Sono interrogativi inevitabili. Ma forse il punto è proprio quel “prima”. Perché la violenza contro le donne non nasce improvvisamente nel momento in cui viene commesso un reato. Può avere radici lontane, crescere dentro modelli culturali e relazionali distorti, alimentarsi nell’incapacità di accettare un rifiuto, una separazione, la libertà dell’altro. Può trovare terreno fertile nella confusione tra amore e possesso, tra gelosia e controllo, tra autorevolezza e dominio. Per questo non possiamo pensare di affrontare un fenomeno così complesso soltanto quando la violenza si è già manifestata. La repressione è indispensabile, così come lo sono la protezione delle vittime, il sostegno ai centri antiviolenza, la formazione delle forze dell’ordine e degli operatori, una corretta valutazione del rischio e l’autonomia economica delle donne. Ma tutto questo, per quanto necessario, non esaurisce il problema. La vera sfida è intervenire prima. E intervenire prima significa soprattutto educare.

La prevenzione comincia dalle relazioni

Educare alle relazioni non significa imporre modelli o trasformare la scuola in un luogo di contrapposizione ideologica tra uomini e donne. Significa insegnare qualcosa di molto più semplice e, nello stesso tempo, molto più profondo: riconoscere l’altro come persona libera. Significa parlare ai ragazzi e alle ragazze di rispetto, reciprocità, consenso, responsabilità, capacità di gestire le emozioni e la frustrazione. Significa insegnare che una relazione può finire, che un rifiuto deve essere accettato, che amare qualcuno non significa possederlo e che la libertà della persona che abbiamo accanto non diminuisce la nostra. Significa anche aiutare i più giovani a riconoscere quei comportamenti che, soprattutto nell’adolescenza, rischiano ancora di essere confusi con manifestazioni d’amore: voler sapere continuamente dove si trova il partner, controllarne il telefono, le amicizie o l’abbigliamento, pretendere password, limitare progressivamente le relazioni sociali, utilizzare il ricatto emotivo. Non ogni gelosia è violenza e non ogni conflitto è abuso. Ma quando il controllo diventa sistematico e la libertà dell’altro viene progressivamente compressa, siamo di fronte a un modello di relazione sul quale è necessario intervenire. Ed è proprio negli anni della formazione che possiamo insegnare a riconoscerlo.

Le donne sono cambiate. Anche i modelli maschili devono cambiare

C’è però un altro aspetto sul quale dovremmo avere il coraggio di soffermarci. Negli ultimi decenni la condizione femminile è cambiata profondamente. Le donne hanno conquistato autonomia economica, professionale, sociale e affettiva. Possono scegliere se costruire o interrompere una relazione, decidere della propria vita, perseguire un percorso professionale, essere economicamente indipendenti. È stata una trasformazione straordinaria e irreversibile. Ma mentre il ruolo delle donne è cambiato rapidamente, non sempre i modelli maschili attraverso i quali viene costruita l’identità maschile si sono evoluti con la stessa velocità. Ed è forse anche dentro questo scarto culturale che dobbiamo imparare a leggere alcune dinamiche. Se per generazioni l’identità dell’uomo è stata associata alla centralità economica e familiare, all’autorità, alla capacità di controllo, alla necessità di mostrarsi forte e autosufficiente, il superamento di quei modelli richiede inevitabilmente la costruzione di riferimenti nuovi. Per la grande maggioranza degli uomini l’autonomia femminile rappresenta naturalmente una conquista condivisa. Ma può accadere che personalità fragili, cresciute dentro una concezione possessiva delle relazioni, vivano l’indipendenza della partner, un rifiuto o una separazione come una messa in discussione della propria identità. Questo non significa cercare attenuanti alla violenza. La responsabilità di un comportamento violento appartiene sempre a chi lo compie. Significa, piuttosto, interrogarsi sulle condizioni culturali e relazionali sulle quali la prevenzione può intervenire molto prima che un comportamento diventi criminale. Dobbiamo insegnare che la libertà di una donna non rappresenta una perdita di potere per un uomo. Che la fine di una relazione può provocare sofferenza senza trasformare quella sofferenza in diritto sull’altro. Che essere lasciati non significa essere umiliati. Che accettare un “no” non significa perdere valore. In altre parole, alla nuova libertà femminile deve corrispondere anche una nuova consapevolezza maschile.

Servono uomini che parlino agli uomini

Per troppo tempo il contrasto alla violenza contro le donne è stato percepito quasi esclusivamente come una questione delle donne: donne che aiutano altre donne, associazioni prevalentemente femminili, madri chiamate a educare i figli, insegnanti – in un sistema scolastico fortemente femminilizzato – che affrontano quotidianamente questi temi. Ma una trasformazione culturale di questa portata non può essere affidata soltanto alle donne. Gli uomini devono diventare protagonisti del cambiamento. Abbiamo bisogno anche di uomini che parlino ad altri uomini. Padri che parlino ai figli, insegnanti agli studenti, allenatori ai ragazzi, educatori ai giovani. Ma anche amici capaci di intervenire quando all’interno del proprio gruppo un linguaggio umiliante, possessivo o aggressivo nei confronti delle donne viene considerato normale. I ragazzi hanno bisogno di incontrare modelli maschili diversi: uomini capaci di mostrare emozioni senza sentirsi indeboliti, di chiedere aiuto quando ne hanno bisogno, di affrontare una sconfitta o un abbandono senza trasformarli in rabbia contro qualcuno. Un uomo può essere forte senza essere dominante. Può essere autorevole senza essere aggressivo. Può riconoscere la propria vulnerabilità senza percepirla come una diminuzione della propria mascolinità. È una rivoluzione culturale che riguarda tutti.

La cura non ha genere

Ed è qui che entra in gioco un’altra parola fondamentale: cura. Per decenni abbiamo lavorato – giustamente – per liberare le bambine dagli stereotipi che limitavano le loro possibilità. Le abbiamo incoraggiate ad avvicinarsi alla scienza, alla tecnologia, alla matematica, alle professioni un tempo considerate maschili. Abbiamo spiegato loro che potevano diventare ingegnere, mediche, magistrate, scienziate, imprenditrici, dirigenti. Dobbiamo continuare a farlo. Ma forse oggi dobbiamo avere il coraggio di compiere anche il percorso opposto. Se abbiamo insegnato alle bambine che la scienza non ha genere, dobbiamo insegnare ai bambini che nemmeno la cura ne ha uno. Prendersi cura di qualcuno, ascoltare, comprendere, educare, accudire, esprimere affetto, assumersi responsabilità nelle relazioni non sono caratteristiche femminili. Sono capacità umane. Eppure la cura continua a essere associata prevalentemente alle donne. Lo vediamo nelle famiglie, nelle professioni educative e assistenziali e persino nella composizione del corpo docente, soprattutto nella scuola primaria. Superare gli stereotipi significa allora lavorare in entrambe le direzioni: permettere alle donne di occupare pienamente gli spazi della scienza, del lavoro, della leadership e del potere, ma contemporaneamente permettere agli uomini di abitare senza stigma gli spazi dell’affettività, dell’educazione e della cura. Forse anche questo può contribuire a costruire relazioni più equilibrate.

La scuola è fondamentale, ma non basta

La scuola rappresenta certamente uno dei luoghi privilegiati della prevenzione. È lì che bambini e adolescenti trascorrono una parte decisiva della propria formazione e costruiscono identità, relazioni e appartenenze. Ma sarebbe sbagliato scaricare sulla scuola una responsabilità che appartiene all’intera comunità. L’educazione sentimentale comincia molto prima di qualsiasi progetto scolastico. Un bambino impara che cosa sia una relazione osservando gli adulti. Impara dal modo in cui un padre e una madre si parlano, da come affrontano un conflitto, da come si dividono responsabilità e compiti, dal rispetto che riconoscono reciprocamente alle proprie scelte. E oggi impara anche attraverso uno spazio che le generazioni precedenti non avevano: quello digitale. Social network, piattaforme, messaggistica e accesso precoce a contenuti sessualizzati partecipano alla costruzione dell’immaginario affettivo e sessuale dei più giovani. Il controllo attraverso lo smartphone, la richiesta delle password, la geolocalizzazione, la diffusione non consensuale di immagini intime e alcune forme di aggressività online hanno introdotto nuove modalità attraverso le quali una relazione può diventare invasiva o coercitiva. Per questo l’educazione alle relazioni deve essere anche educazione digitale. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di fornire ai ragazzi gli strumenti per riconoscere il confine tra condivisione e controllo, tra intimità e invasione, tra desiderio e diritto sull’altro.

Non una guerra tra uomini e donne

C’è infine un rischio che dobbiamo evitare: trasformare il necessario contrasto alla violenza contro le donne in una contrapposizione permanente tra i sessi. Non tutti gli uomini sono violenti e sarebbe profondamente sbagliato educare i ragazzi facendo percepire loro l’essere maschi come una colpa o una condizione da cui difendersi. La responsabilità collettiva non significa colpevolezza collettiva. Significa invece comprendere che tutti possiamo contribuire a modificare il contesto culturale nel quale determinati comportamenti vengono tollerati, banalizzati o giustificati. Gli uomini, proprio perché la stragrande maggioranza non è violenta, possono diventare alleati fondamentali di questo cambiamento. Possono esserlo attraverso l’esempio, il linguaggio, l’educazione dei figli e la capacità di non restare indifferenti quando assistono alla normalizzazione del disprezzo, del possesso o dell’aggressività. La Convenzione di Istanbul ha indicato da tempo la necessità di un approccio integrato: prevenire, proteggere le vittime, perseguire gli autori e costruire politiche coordinate. È una prospettiva che conserva tutta la propria attualità. Ma le norme, da sole, non cambiano una cultura.

Dalla cultura del possesso alla cultura della cura

Forse è proprio questo il passaggio che dobbiamo riuscire a compiere. Non possiamo intervenire soltanto dopo. Dobbiamo spostare progressivamente il baricentro dalla reazione alla prevenzione, dal controllo al rispetto, dal possesso alla cura. Non elimineremo la violenza soltanto attraverso l’educazione. Pensarlo sarebbe ingenuo. Ma possiamo costruire generazioni più capaci di riconoscere i propri limiti, governare la frustrazione, accettare un rifiuto, rispettare la libertà altrui e chiedere aiuto quando il dolore diventa difficile da gestire. Abbiamo insegnato alle nostre figlie che essere libere significa poter scegliere la propria strada. Dobbiamo insegnare ai nostri figli che quella libertà non sottrae nulla a loro. E dobbiamo insegnare a entrambi che amare non significa possedere, che rispettare non significa essere deboli e che prendersi cura dell’altro non è un compito femminile. La cura non ha genere. E forse una società capace di riconoscerlo è anche una società che comincia davvero a disarmare la violenza.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Council of Europe, Convention on Preventing and Combating Violence against Women and Domestic Violence (Istanbul Convention), Istanbul, 2011.
  • Bandura, A., Social Learning Theory, Prentice-Hall, Englewood Cliffs, 1977.
  • Connell, R. W., Masculinities, University of California Press, Berkeley, 1995.
  • hooks, b., The Will to Change: Men, Masculinity, and Love, Atria Books, New York, 2004.
  • Bowlby, J., A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development, Routledge, London, 1988.
  • WHO, RESPECT women: Preventing violence against women, World Health Organization, Geneva.
  • UNESCO, Behind the Numbers: Ending School Violence and Bullying, UNESCO, Paris, 2019.

ULTIMI 5 ARTICOLI DELLA STESSA AUTRICE

Europa, mercato o potenza?

Il Gioco d’azzardo Online e la Nuova economia della criminalità Organizzata

Il valore delle competenze Femminili nelle istituzioni della sicurezza

Il lavoro Felice: verso una Nuova cultura del benessere organizzativo

Non Coscienti, ma Convincenti: le Macchine che Simulano il Pensiero

ULTIMI 5 ARTICOLI SULLE SCIENZE SOCIALI

Quando il mondo non guarda: i World Nomad Games e le gerarchie del racconto globale

Quando gli estremismi si incontrano: la nuova frontiera della radicalizzazione giovanile tra jihadismo, neonazismo e suprematismo bianco

Quando l’indagine smette di cercare

Giogiò, la musica interrotta che Napoli non può dimenticare

Dalla perversione alla parafilia: la trasformazione dei confini morali nella sessualità contemporanea

ULTIMI 5 ARTICOLI PUBBLICATI

L’evoluzione del suicidio assistito in Italia, tra doveri etici e polemiche moralistiche

Quando il mondo non guarda: i World Nomad Games e le gerarchie del racconto globale

Le generalità dell’operatore di polizia (locale) non sono segrete [TAR Lazio 14477/2026]

Quando il possesso è spacciato per amore

Guinzaglio e museruola: obblighi, sanzioni e competenze dopo la riforma della polizia veterinaria


Ethica Societas è una testata giornalistica gratuita e non profit edita da una cooperativa sociale onlus
Copyright Ethica Societas, Human&Social Science Review © 2026 by Ethica Societas UPLI onlus.
ISSN 2785-602X. Licensed under CC BY-NC 4.0

Related posts

La Cybersecurity: l’importanza delle Password Sicure nell’era digitale

Enrico Mancini

Gravi conseguenze per chi Abbandona gli animali nella riforma del nuovo Codice della strada

Massimiliano Mancini

Milano 25 / 06 / 2022, 130 anni del partito Socialista italiano

Francesco Mancini