Sport, identità, cultura, sostenibilità e geopolitica di una manifestazione internazionale che interroga il nostro modo di raccontare il mondo e suggerisce una diversa idea di educazione, resilienza e forza interiore

Abstract: Dal 31 agosto al 6 settembre 2026 il Kirghizistan ha ospitato la VI edizione dei World Nomad Games, manifestazione internazionale che ha riunito atleti di 104 Paesi mettendo in relazione sport, patrimonio culturale, tradizioni, territorio ed ecologia. Nati nel 2014, i Giochi sono diventati una piattaforma attraverso cui le culture nomadi presentano le proprie pratiche non come semplice folklore, ma come patrimoni vivi capaci di dialogare con il presente. La loro limitata visibilità nel mainstream occidentale solleva una questione più ampia sulle gerarchie del racconto globale e su quali tradizioni vengano immediatamente riconosciute come universali. Come dimostra l’affermazione internazionale delle arti marziali orientali, anche pratiche nate in contesti culturali lontani possono essere comprese come discipline del corpo, percorsi educativi e strumenti di formazione. In una società segnata da crescente dipendenza tecnologica e riduzione delle esperienze concrete, i World Nomad Games offrono così lo spunto per recuperare un mindset nomade fondato su adattamento, resistenza, movimento e capacità di preservare la propria identità nel cambiamento. Il dialogo con le arti marziali e con la tradizione educativa islamica conduce infine a una domanda contemporanea: in una società che tende a proteggere sempre più i giovani dalla difficoltà, siamo ancora capaci di formarli ad affrontare il mondo e non soltanto ad abitarne le zone più confortevoli?
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Non è soltanto sport
Quando si osservano i World Nomad Games attraverso le categorie abitualmente utilizzate dal giornalismo occidentale, si rischia di non comprendere pienamente ciò che rappresentano. La prima tentazione è infatti quella di considerarli semplicemente una manifestazione sportiva dedicata a discipline tradizionali, quasi una versione folkloristica di una competizione internazionale. Una simile lettura, tuttavia, riduce drasticamente la portata dell’evento e finisce per riprodurre proprio quella gerarchia culturale che sarebbe necessario mettere in discussione. La VI edizione dei Giochi, ospitata dal Kirghizistan dal 31 agosto al 6 settembre 2026, coinvolge 104 Paesi e presenta un programma nel quale convivono discipline equestri, tiro con l’arco, lotte tradizionali, giochi intellettuali e altre pratiche sportive legate alle culture nomadi. Ma la struttura stessa dell’iniziativa mostra che la competizione costituisce soltanto una parte di un progetto più ampio. L’organizzazione individua infatti tre dimensioni fondamentali, l’etnosport, l’etnocultura e la conoscenza tradizionale, affiancandole a iniziative dedicate alla cultura, al patrimonio e all’ecologia. La differenza rispetto a una manifestazione sportiva convenzionale è dunque sostanziale. Nei Giochi dei Nomadi lo sport non viene separato dal contesto culturale che lo ha prodotto. Il gesto atletico non viene considerato soltanto in funzione del risultato, ma come una traccia della relazione storica tra una comunità, il proprio ambiente, il proprio corpo e le proprie forme di organizzazione sociale. Il cavallo, in questo contesto, non è semplicemente un animale utilizzato per una competizione, l’arco non è soltanto un’attrezzatura sportiva e la lotta non è soltanto una prova di forza; ognuno di questi elementi porta con sé una storia e una memoria collettiva. È precisamente questa dimensione che rende i World Nomad Games un fenomeno culturale prima ancora che sportivo. La domanda che dovremmo porci, pertanto, non è soltanto perché queste discipline non siano ancora familiari al pubblico europeo, dovremmo chiederci piuttosto perché continuiamo a utilizzare la familiarità come criterio implicito della rilevanza, in un mondo ormai sempre più globalizzato.
Il problema non è l’assenza dei media, ma la gerarchia dell’attenzione
Affermare che i media occidentali abbiano completamente ignorato i World Nomad Games sarebbe una semplificazione. L’evento ha ricevuto copertura internazionale e dispone di un proprio sistema ufficiale di comunicazione e di accreditamento per la stampa, anche Reuters ha raccontato l’apertura dell’edizione 2026, sottolineando la partecipazione di 104 Paesi e la presenza di importanti leader internazionali. La questione, dunque, non è stabilire se esista o meno una copertura. La questione è capire quale sia la proporzione tra la dimensione reale dell’evento e lo spazio che esso riesce a conquistare nell’immaginario occidentale. Un evento che coinvolge più di cento Paesi, che unisce sport, cultura, patrimonio e diplomazia e che si svolge in concomitanza con un importante appuntamento geopolitico regionale meriterebbe probabilmente di essere trattato come un fenomeno internazionale complesso, non soltanto come una curiosità proveniente da una regione periferica rispetto ai tradizionali centri del potere mediatico. È qui che entra in gioco il concetto di racconto globale. I media non si limitano infatti a descrivere la realtà: contribuiscono anche a stabilire quali parti della realtà vengano percepite come centrali. La selezione delle notizie è inevitabile, ma non è mai completamente neutrale dal punto di vista culturale, ciò che viene considerato importante dipende anche dalle categorie attraverso le quali una società interpreta il mondo. Un grande torneo calcistico europeo viene immediatamente riconosciuto come evento internazionale, una competizione di judo è riconoscibile perché il pubblico occidentale ha ormai familiarità con la disciplina, una manifestazione dedicata alle tradizioni sportive delle società nomadi dell’Asia Centrale, invece, richiede un lavoro maggiore di contestualizzazione. Bisogna spiegare chi sono le popolazioni coinvolte, da dove provengono quelle discipline, quale rapporto abbiano con il territorio e perché quelle pratiche siano ancora significative. Il problema, quindi, non è soltanto la quantità di spazio concessa è anche la qualità dello sguardo.
Quando una cultura viene trasformata in folklore
Una delle dinamiche più interessanti riguarda il modo in cui vengono rappresentate le culture non occidentali. Quando una società viene raccontata attraverso le proprie istituzioni politiche, la propria economia o la propria tecnologia, tende a essere percepita come parte del presente, quando invece viene raccontata attraverso costumi tradizionali, danze, artigianato, cavalli e ritualità, rischia di essere collocata simbolicamente nel passato: è il passaggio dalla cultura al folklore. Il folklore non è necessariamente qualcosa di negativo, le tradizioni popolari costituiscono una componente importante del patrimonio di qualsiasi società. Il problema nasce quando l’etichetta “folkloristico” diventa una modalità per sottrarre profondità a una pratica culturale. Un arciere a cavallo può essere osservato come un’immagine spettacolare e pittoresca oppure può essere compreso come il risultato di secoli di adattamento a un determinato ambiente, di trasmissione tecnica e di costruzione di una relazione tra essere umano, animale e territorio. Le due prospettive non sono equivalenti: la prima produce spettacolo, la seconda produce comprensione ed è proprio questa differenza che dovrebbe interessare il giornalismo. Raccontare una cultura non significa necessariamente celebrarla o idealizzarla, significa renderne comprensibili la complessità, le contraddizioni, le trasformazioni e la continuità storica.
La lezione delle arti marziali: quando lo sport diventa educazione
Il confronto con le arti marziali orientali permette di comprendere meglio questa dinamica. Il caso del judo è particolarmente significativo. Jigoro Kano elaborò il judo come sistema educativo nel quale la formazione fisica non era separata da quella intellettuale e morale, la disciplina fu poi progressivamente internazionalizzata fino a entrare nel programma olimpico, diventando una delle forme più riconoscibili dello sport globale. Oggi, per molti praticanti occidentali, il judo non rappresenta esclusivamente una competizione, la pratica può essere associata all’autocontrollo, alla concentrazione, alla relazione con l’altro, alla gestione della sconfitta e alla disciplina personale. Processi analoghi, seppure differenti, hanno interessato anche karate, taekwondo e altre discipline provenienti dall’Asia orientale. La loro diffusione in Occidente ha dimostrato che una pratica nata all’interno di una specifica tradizione culturale può diventare un linguaggio internazionale senza necessariamente perdere ogni riferimento alla propria origine. Naturalmente, questo processo non è stato privo di trasformazioni, semplificazioni e commercializzazioni. La diffusione globale delle arti marziali ha spesso comportato anche la costruzione di immagini stereotipate dell’Oriente. Tuttavia, resta un dato importante: il pubblico occidentale ha imparato a riconoscere in alcune discipline non soltanto una tecnica sportiva, ma un possibile percorso di formazione della persona, è dunque legittimo chiedersi se una simile apertura interpretativa possa essere applicata anche alle pratiche dei World Nomad Games. Non significa trasformare ogni tradizione in una filosofia universale per renderla accettabile all’Occidente, significa riconoscere che anche una pratica sportiva tradizionale può contenere una concezione del corpo, della disciplina, della relazione con l’ambiente e della formazione dell’individuo diversa da quella che siamo abituati a concepire.
Sport, territorio e una diversa idea di sostenibilità
I World Nomad Games offrono inoltre una prospettiva interessante sul rapporto tra sport e territorio. La loro organizzazione associa esplicitamente la manifestazione alla valorizzazione della cultura, del patrimonio e dell’ecologia, collocando una parte significativa delle attività nell’area del lago Issyk-Kul. Non sarebbe corretto affermare, senza un’analisi comparativa specifica, che siano “le Olimpiadi più ecologiche” del mondo, una simile definizione richiederebbe indicatori precisi relativi a emissioni, infrastrutture, trasporti, consumo energetico, gestione dei rifiuti e altri parametri di sostenibilità. È però possibile osservare che la manifestazione parte da una concezione diversa del rapporto tra evento sportivo e territorio. Il luogo non costituisce semplicemente lo scenario nel quale si svolge la competizione, ma entra nella narrazione stessa dell’evento. Questa impostazione è interessante in un momento nel quale la questione della sostenibilità degli eventi sportivi internazionali è diventata sempre più importante. Le grandi manifestazioni contemporanee richiedono infrastrutture, trasporti, energia e considerevoli investimenti materiali. I Giochi dei Nomadi introducono invece una riflessione nella quale la dimensione territoriale e culturale è più direttamente visibile. Con questo non bisogna trasformare le società nomadi in un modello ecologico perfetto anche perché la storia delle popolazioni nomadi è molto più complessa e comprende conflitti, adattamenti, sfruttamento delle risorse e trasformazioni ambientali. Il valore della prospettiva non risiede quindi nella costruzione di un mito del “buon nomade”, ma nella possibilità di recuperare una domanda che la modernità tende talvolta a dimenticare: quale rapporto vogliamo avere con il territorio nel quale viviamo?
Il corpo come parte dell’educazione
A questo punto il tema sportivo diventa inevitabilmente educativo. La società contemporanea ha investito enormemente nello sviluppo delle competenze cognitive e tecnologiche, ma non sempre attribuisce la stessa importanza alla capacità di utilizzare il corpo, sopportare la fatica, affrontare l’ambiente naturale, gestire il rischio e acquisire competenze pratiche. Questo non significa che la tecnologia rappresenti un problema in sé, il problema nasce quando l’esperienza virtuale diventa progressivamente sostitutiva di quella concreta. Un bambino può conoscere perfettamente un ambiente digitale e avere difficoltà a orientarsi in uno spazio fisico, può sviluppare rapidamente competenze tecniche e contemporaneamente avere una bassa tolleranza alla frustrazione, può essere costantemente connesso agli altri e avere difficoltà a costruire relazioni concrete. È in questo spazio che l’idea di educazione proposta indirettamente dai Giochi dei Nomadi diventa interessante. Imparare a cavalcare significa sviluppare equilibrio, coordinazione, responsabilità e relazione con un essere vivente., imparare a tirare con l’arco richiede concentrazione, controllo del gesto, pazienza e ripetizione, la lotta tradizionale richiede capacità di misurarsi con un avversario rispettando regole. Non è necessario trasformare queste attività in prescrizioni universali, il principio educativo è più generale: il corpo non è un accessorio dell’educazione, ma una delle dimensioni attraverso le quali la persona impara a stare nel mondo.
La tradizione islamica e l’educazione del corpo
È interessante notare come questa concezione possa trovare un punto di dialogo con alcuni elementi della tradizione educativa islamica. Nella cultura musulmana è molto diffusa la frase secondo cui ai bambini dovrebbero essere insegnati il nuoto, il tiro con l’arco e l’equitazione. Tuttavia, proprio perché si tratta di un riferimento religioso, è importante evitare una citazione imprecisa. La formula completa non può essere presentata semplicemente come un hadith autentico del Profeta Muhammad ﷺ. Una tradizione riportata nel Musnad di Ahmad attribuisce infatti a ʿUmar ibn al-Khattab una raccomandazione relativa all’insegnamento del nuoto e del tiro con l’arco, mentre la formulazione popolare che comprende anche l’equitazione non può essere attribuita senza riserve al Profeta ﷺ. Esistono tuttavia narrazioni autentiche nelle quali il Profeta ﷺ incoraggia il tiro con l’arco e l’equitazione. Il tema, quindi, non nasce dal nulla: esiste nella tradizione islamica un riconoscimento del valore di alcune capacità fisiche e pratiche. La questione diventa interessante proprio perché permette di superare una concezione dell’educazione esclusivamente intellettuale. Nella prospettiva islamica classica, l’essere umano non è riducibile alla sola dimensione cognitiva, la formazione della persona riguarda anche il comportamento, l’autocontrollo, la responsabilità, la capacità di agire e il rapporto con il proprio corpo. Questo non significa che la tradizione islamica e le culture nomadi siano la stessa cosa, esiste però una convergenza interessante. Le culture nomadi hanno sviluppato pratiche corporee strettamente collegate alle esigenze concrete della vita. La tradizione islamica ha attribuito valore anche all’acquisizione di capacità pratiche e alla formazione complessiva della persona. In entrambi i casi emerge una concezione dell’educazione nella quale conoscere non è sufficiente. Bisogna anche saper fare, saper agire ed essere capaci di affrontare il mondo nella sua complessità.
Dalla disciplina del corpo alla forza interiore
È proprio questo il punto nel quale sport ed educazione incontrano la psicologia della contemporaneità. La disciplina non dovrebbe essere interpretata soltanto come capacità di obbedire a una regola. In senso più profondo, significa sviluppare la capacità di governare se stessi anche quando la motivazione immediata spingerebbe nella direzione opposta, un atleta impara che il risultato non arriva necessariamente quando lo desidera. Deve ripetere un gesto, accettare l’errore, sopportare la fatica e ricominciare. Questa esperienza ha un valore che va oltre la gara. La persona che impara a gestire una difficoltà fisica può sviluppare, attraverso l’esperienza, una diversa percezione della propria capacità di affrontare gli ostacoli. Non è una formula magica e non significa che lo sport renda automaticamente resilienti, ma le esperienze corporee strutturate possono offrire occasioni concrete per sviluppare perseveranza, autocontrollo e capacità di gestire la frustrazione. In questo senso, essere strong nel corpo e nell’anima non significa essere privi di vulnerabilità, la forza non coincide con l’assenza di paura, non coincide con l’incapacità di piangere o il rifiuto dell’aiuto. Una persona forte può avere paura e continuare ad agire, può essere ferita e continuare a ricostruirsi, può chiedere aiuto senza considerarsi incapace. La vera forza interiore nasce anche dalla consapevolezza dei propri limiti e dalla capacità di non lasciare che quei limiti diventino una definizione permanente di sé.
Il mindset nomade in una società fragile
È qui che il concetto di mindset nomade può assumere un significato contemporaneo. Non si tratta di romanticizzare la vita nomade, che storicamente è stata spesso caratterizzata da condizioni estremamente dure e da una costante necessità di adattamento, non significa nemmeno sostenere che la mobilità sia sempre positiva o che avere radici stabili sia un limite. Il nomadismo può essere utilizzato, piuttosto, come metafora di una competenza oggi fondamentale: la capacità di continuare a vivere quando il terreno cambia. Le società contemporanee hanno costruito molte delle proprie aspettative intorno alla stabilità. Si immagina di poter programmare il percorso scolastico, professionale, familiare e sociale secondo una sequenza relativamente prevedibile, ma la realtà raramente rispetta completamente questa linearità. Le persone perdono il lavoro, cambiano città, attraversano crisi familiari, affrontano malattie, guerre, difficoltà economiche, fallimenti e trasformazioni improvvise. La domanda educativa non può quindi essere soltanto come proteggere una persona da ogni difficoltà, deve essere anche come prepararla ad affrontare quelle difficoltà che inevitabilmente arriveranno. Questo è il senso del mindset nomade: non vivere aspettandosi che il territorio rimanga immutabile, ma sviluppare la capacità di muoversi quando cambia. Il nomade, in questa metafora, non è colui che non possiede radici, è colui che sa portare con sé ciò che considera essenziale anche quando cambia il luogo nel quale si trova. Questa distinzione è fondamentale. Adattamento non significa rinunciare alla propria identità, significa saper modificare il modo in cui si vive senza perdere necessariamente ciò che si considera fondamentale.
Resilienza non significa invulnerabilità
Questa riflessione conduce direttamente al concetto di resilienza. Nella cultura popolare la resilienza viene talvolta trasformata in una specie di culto della forza individuale. Si chiede alle persone di essere forti, di reagire, di non arrendersi, quasi come se chiedere aiuto rappresentasse una forma di debolezza. È una concezione riduttiva. Una società realmente resiliente non è quella nella quale ogni individuo deve cavarsela da solo. È quella nella quale le persone possiedono risorse personali ma anche reti sociali capaci di sostenerle, la resilienza è quindi contemporaneamente individuale e collettiva. Una persona può sviluppare capacità di adattamento, ma ha bisogno di relazioni, comunità, istituzioni e opportunità. Il mindset nomade non dovrebbe quindi diventare una celebrazione dell’individuo che sopravvive da solo, dovrebbe rappresentare piuttosto una cultura della capacità di ricominciare e ricominciare non significa cancellare ciò che è accaduto, significa riuscire a costruire qualcosa anche dopo ciò che è accaduto.
La geopolitica oltre i vertici
I World Nomad Games assumono inoltre una rilevanza particolare perché si inseriscono in una regione nella quale cultura e geopolitica sono profondamente intrecciate. L’apertura dei Giochi a Bishkek è avvenuta in concomitanza con il vertice della Shanghai Cooperation Organisation, al quale hanno partecipato numerosi leader internazionali. Questa coincidenza ha trasformato per alcuni giorni la capitale kirghisa in un luogo nel quale sport, cultura e politica internazionale si sono sovrapposti. È significativo perché l’Asia Centrale viene spesso raccontata dai media internazionali quasi esclusivamente attraverso le categorie della competizione tra grandi potenze, delle risorse energetiche, delle infrastrutture strategiche e delle relazioni con Russia, Cina, Turchia e Occidente. Tutte queste dimensioni sono reali e importanti, ma una regione non è soltanto la somma delle sue funzioni geopolitiche, è anche cultura, memoria, popolazione, patrimonio, identità e vita quotidiana. Raccontare i World Nomad Games significa quindi anche restituire all’Asia Centrale una dimensione che spesso rimane subordinata alla sua posizione sulla carta geopolitica.
Diplomazia culturale e potere simbolico
In questo senso lo sport diventa uno strumento di diplomazia culturale. Le relazioni internazionali non si costruiscono soltanto attraverso trattati, accordi economici e vertici politici. Esiste anche una dimensione simbolica nella quale gli Stati e le società cercano di presentare la propria identità e di costruire relazioni con altri popoli. I Giochi dei Nomadi permettono al Kirghizistan e agli altri Paesi partecipanti di mostrare una parte della propria identità culturale in un contesto internazionale. Questo non significa che l’evento sia privo di interessi geopolitici, al contrario, proprio perché cultura e politica non sono mondi separati, ogni grande manifestazione internazionale può avere anche una dimensione di soft power, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questa lettura. Se considerassimo i Giochi soltanto come uno strumento geopolitico, finiremmo per cancellare proprio ciò che li rende interessanti: la capacità di mettere in contatto persone e tradizioni al di là dei rapporti tra governi.
Il rischio di raccontare tutto attraverso i leader
La presenza di importanti leader internazionali costituisce naturalmente una notizia, ma esiste un rischio giornalistico evidente: raccontare un evento culturale esclusivamente attraverso le personalità politiche che vi partecipano. Se i World Nomad Games vengono raccontati soltanto attraverso Putin, Erdoğan, Modi o gli altri leader presenti, il lettore potrebbe dimenticare che il cuore della manifestazione è costituito da atleti, comunità, tecniche e tradizioni. Il cavallo rischia di diventare uno sfondo, l’arciere rischia di diventare una fotografia, il lottatore rischia di diventare una curiosità e la cultura rischia di diventare scenografia. Un buon giornalismo dovrebbe invece fare il percorso inverso: partire dalla persona e dalla pratica per arrivare, eventualmente, alla geopolitica. Perché dietro una disciplina sportiva esiste una storia e dietro una storia esiste una società.
La diversità culturale non è una periferia
Il problema più profondo riguarda dunque la nostra concezione della diversità culturale. Per troppo tempo la diversità è stata raccontata attraverso due estremi opposti. Da una parte l’assimilazione, secondo la quale le culture diventano realmente moderne soltanto quando adottano i codici culturali dominanti. Dall’altra l’esotizzazione, che conserva la differenza ma la trasforma in spettacolo. Entrambe le prospettive sono problematiche: la prima elimina la differenza, la seconda la congela. Una vera valorizzazione del patrimonio culturale dovrebbe invece permettere alle tradizioni di essere contemporanee senza dover smettere di essere specifiche, questo è uno dei messaggi più interessanti dei World Nomad Games. Non ci dicono che dobbiamo diventare nomadi, ci ricordano che esistono altri modi di essere contemporanei. Una cultura può modernizzarsi senza cancellare completamente il proprio patrimonio, una società può partecipare alla globalizzazione senza diventare culturalmente indistinta. L’universalità non richiede necessariamente uniformità.
Un giornalismo capace di uscire dalla propria nicchia
Questa considerazione riguarda direttamente il giornalismo. In un mondo globalizzato, essere informati non significa semplicemente ricevere più notizie. Significa anche essere esposti a prospettive che non avremmo incontrato spontaneamente. Il giornalismo dovrebbe svolgere proprio questa funzione di apertura. Non soltanto raccontare ciò che il pubblico già conosce, ma accompagnarlo verso ciò che ancora non conosce. Non soltanto confermare le proprie categorie interpretative, ma metterle occasionalmente alla prova. I World Nomad Games rappresentano un esempio perfetto di questa necessità. Un pubblico occidentale può non conoscere kok-boru, salbuurun, tiro con l’arco a cavallo o altre discipline tradizionali. Ma questa ignoranza non dovrebbe essere una ragione per ignorare l’evento, dovrebbe essere precisamente la ragione per raccontarlo meglio. La funzione del giornalismo non è soltanto ridurre il mondo a ciò che è immediatamente comprensibile, è anche aumentare la capacità del lettore di comprendere ciò che inizialmente gli è estraneo.
Una lezione per l’educazione europea
Alla fine, il significato più interessante dei Giochi potrebbe non essere né sportivo né geopolitico, potrebbe essere educativo. In una società nella quale bambini e adolescenti vengono spesso protetti dalla fatica, dalla frustrazione e dall’esposizione a esperienze concrete, il tema della preparazione alla difficoltà diventa sempre più importante. Non si tratta di glorificare la sofferenza, perché la sofferenza non rende automaticamente migliori. Non si tratta nemmeno di sostenere che i giovani debbano essere lasciati soli ad affrontare le difficoltà, perché la protezione e la cura sono fondamentali, ma proteggere non dovrebbe significare impedire ogni esperienza di fatica. Un bambino deve poter sperimentare il limite senza essere definito dal limite, un adolescente deve poter fallire senza interpretare il fallimento come la fine della propria identità, una persona deve poter scoprire che può affrontare una difficoltà e, soprattutto, che può chiedere aiuto mentre la affronta. È qui che educazione, resilienza, disciplina e forza interiore possono incontrarsi.
Una società che deve imparare a muoversi
Forse la vera lezione del mindset nomade per l’Europa contemporanea è proprio questa: dobbiamo tornare a considerare l’adattamento una competenza educativa. Non sappiamo quale sarà il mercato del lavoro tra vent’anni, quali tecnologie trasformeranno le professioni, quali crisi geopolitiche influenzeranno le nostre società, quali cambiamenti climatici modificheranno i territori, quali forme assumeranno le relazioni sociali, possiamo però preparare le persone a vivere in un mondo nel quale il cambiamento sarà inevitabile. Questo significa educare alla curiosità, alla competenza, alla capacità di imparare nuovamente, alla gestione della frustrazione, alla collaborazione e alla capacità di ricominciare, significa anche recuperare il rapporto con il corpo, con la natura e con l’esperienza concreta. Una persona realmente preparata al futuro non è necessariamente quella che conosce già tutte le risposte, è quella che possiede gli strumenti per affrontare le nuove domande.
Il mondo è più grande delle nostre abitudini narrative
I World Nomad Games non hanno bisogno di essere trasformati nelle “nuove Olimpiadi” per acquisire dignità internazionale, non devono essere occidentalizzati per diventare interessanti e non devono essere privati della loro specificità culturale per essere considerati moderni. La loro forza risiede precisamente nel fatto che propongono un’altra prospettiva. Ci mostrano uno sport nel quale il corpo conserva una memoria culturale, ci mostrano tradizioni che continuano a vivere nel presente e un rapporto particolare tra sport e territorio. Ci ricordano che il patrimonio culturale non è necessariamente qualcosa di immobile e ci offrono, forse, una metafora utile per una società sempre più fragile: quella di una persona capace di cambiare terreno senza perdere completamente se stessa. Il mindset nomade, interpretato in questo senso, non significa fuggire, significa sapersi muovere. Non significa non avere radici, significa sapere quali radici portare con sé. Non significa non avere paura, significa non permettere alla paura di diventare l’unico criterio attraverso il quale prendere decisioni. Non significa essere invulnerabili, significa imparare a ricostruirsi ed è proprio qui che sport, cultura, educazione, resilienza, disciplina, adattamento e forza interiore finiscono per convergere. Forse abbiamo bisogno di una società capace di insegnare ai propri giovani non soltanto come vivere quando il terreno è stabile, ma anche come continuare a camminare quando non lo è più, una cultura nella quale il corpo non venga considerato separato dalla mente, nella quale la fatica non sia automaticamente interpretata come qualcosa da evitare e nella quale la fragilità possa convivere con la capacità di reagire e di conseguenza, probabilmente, abbiamo bisogno anche di un giornalismo capace di applicare lo stesso principio al modo in cui racconta il mondo.
Non tutto ciò che è familiare è universale.
Non tutto ciò che è lontano è marginale.
Non tutto ciò che appare folkloristico è privo di profondità.
E non tutto ciò che non occupa le prime pagine è irrilevante.
I World Nomad Games ci ricordano che esiste un mondo molto più grande delle nostre categorie abituali. Il compito del giornalismo, dell’educazione e della cultura dovrebbe essere quello di aiutarci ad attraversarlo senza paura di ciò che non conosciamo, perché conoscere il mondo non significa soltanto guardarlo, significa imparare a muoversi dentro di esso.
Bibliografia essenziale
- World Nomad Games, Official Website, VI World Nomad Games, Kyrgyz Republic, 2026.
- World Nomad Games, materiali ufficiali relativi a programma, cultura, patrimonio, etnosport ed ecologia.
- Reuters, Leaders gather in Kyrgyzstan for the World Nomad Games, 31 agosto 2026.
- International Judo Federation, materiali storici e istituzionali sulla nascita del judo e sulla concezione educativa di Jigoro Kano.
- Jamiʿ al-Tirmidhi, hadith 1637, relativo all’incoraggiamento alla pratica del tiro con l’arco e dell’equitazione.
- Musnad Ahmad, hadith 323, relativo alla raccomandazione attribuita a ʿUmar ibn al-Khattab sull’insegnamento del nuoto e del tiro con l’arco.
- Hadith Answers, Teach Your Children Swimming, Archery and Horse Riding, per l’analisi della trasmissione della formula popolare.
- UNESCO, materiali dedicati ai World Nomad Games, al patrimonio delle civiltà nomadi e al dialogo interculturale.
- Shanghai Cooperation Organisation, documentazione relativa agli incontri e al vertice di Bishkek 2026.
- Bowman, P., The Invention of Martial Arts, Oxford University Press, 2021.
- Benn, T., Judo as a Way of Life: The Development of a Global Martial Art, Cambridge Journal of Global History.

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