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Elhem Beddouda NOTIZIE Psicologia Sociologia e Scienze Sociali

Il Mito del “per sempre”

Matrimonio, amore e trasformazione dell’essere umano: tra sociologia dell’intimità, autenticità e concezione islamica del vincolo matrimoniale

Elhem Beddouda

Abstract:  Quindici anni fa una donna indossava un vestito bianco e apponeva la propria firma su un contratto matrimoniale. Era felice, desiderava quella vita e credeva sinceramente nella scelta che stava compiendo. Oggi guarda quella stessa fotografia con una tristezza che allora non avrebbe potuto immaginare. Eppure non rinnega quella donna, né considera necessariamente sbagliata la decisione presa. Quella scelta era autentica perché apparteneva alla persona che era in quel momento. Il problema, semmai, nasce dalla difficoltà culturale di accettare che gli esseri umani cambino e che, insieme a loro, possano cambiare anche le relazioni. A partire da questa testimonianza, l’articolo propone un’analisi sociologica del matrimonio come istituzione e come relazione, interrogandosi sul significato contemporaneo del “per sempre”, sulla trasformazione dell’amore, sulla crescente centralità dell’autorealizzazione e sul rapporto tra stabilità e cambiamento. Il matrimonio viene analizzato non come una realtà statica, ma come uno spazio nel quale due biografie individuali entrano in relazione e continuano a trasformarsi nel tempo. Particolare attenzione viene dedicata al rapporto tra consapevolezza, introspezione, sincerità, autenticità e fedeltà. L’ipotesi centrale è che il tentativo di mantenere artificialmente una relazione attraverso la negazione dei propri vissuti possa produrre una frattura tra il sé autentico e il sé relazionale. Quando questa frattura viene protratta, il rischio non è soltanto quello di “tradire sé stessi”, ma anche di compromettere la relazione e, paradossalmente, di arrivare a tradire l’altro proprio nel tentativo iniziale di non perderlo. Il contributo mette inoltre in dialogo la sociologia dell’intimità con la concezione islamica del matrimonio, inteso come mīthāq, un patto solenne e gravoso, ma non come un vincolo necessariamente indissolubile. Il riconoscimento islamico di forme di scioglimento del matrimonio permette di distinguere tra la serietà dell’impegno e l’idea di permanenza a ogni costo. Ne emerge una concezione nella quale il matrimonio è serio proprio perché implica responsabilità, cura, giustizia e dignità, ma nella quale la fine del vincolo può, in determinate circostanze, rappresentare non una negazione della responsabilità, bensì una sua espressione.

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Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.


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Quindici anni dopo: la fotografia di una donna che non è più la stessa

«Quindici anni fa indossavo questo vestito e mettevo una firma su un contratto di matrimonio. Ero felice. Lo volevo. Non sapevo e non avrei mai potuto immaginare che un giorno avrei guardato quella stessa fotografia con tristezza. Eppure non posso dire che, tornando indietro, non avrei messo quella firma. Sarebbe ingiusto nei confronti della donna che ero allora. In quel momento lo desideravo, credevo in quella scelta, avevo quei sogni, quelle aspettative, quella percezione dell’amore e della vita. Non posso utilizzare ciò che so oggi per giudicare ciò che non potevo sapere allora. Oggi, però, non sono più felice e forse la cosa più difficile da accettare non è nemmeno questo. È accettare che qualcosa possa essere stato vero e, contemporaneamente, non esserlo più, che una persona possa averti reso felice e che oggi quella stessa relazione possa procurarti dolore, che tu possa aver amato davvero e che, dopo tanti anni, tu possa scoprire di essere cambiata. È questo che mi ha fatto riflettere sull’idea del “per sempre”. Noi promettiamo il futuro come se lo conoscessimo, ma il futuro non lo conosciamo. Non sappiamo chi saremo, cosa vivremo, quali ferite attraverseremo, quali esperienze ci cambieranno, quali bisogni nasceranno dentro di noi. Gli esseri umani sono esseri dinamici, siamo continuamente in divenire. E se cambiamo noi, inevitabilmente cambiano anche le relazioni che costruiamo. Per questo penso che il vero problema non sia cambiare, il vero problema è non accorgersi di essere cambiati. Quando una relazione non è più una fonte di serenità, non significa necessariamente che debba finire, significa che bisogna fermarsi, parlare, guardarsi dentro, confrontarsi, capire, ambiare qualcosa, se è possibile,  chiedere aiuto, provare a ricostruire. Ma se dopo tutto questo ci si accorge che quella relazione non funziona più, che non c’è lo stesso impegno e la stessa volontà da entrambe le parti bisogna anche avere il coraggio di dirlo. Perché a volte continuiamo a restare per paura di fallire, di ferire, per paura del giudizio, per paura dei figli, per paura di ricominciare e ammettere che il progetto nel quale avevamo investito una parte enorme della nostra vita non è più quello che avevamo immaginato. E allora iniziamo a tradire noi stessi. Ci convinciamo che stiamo bene quando non stiamo bene, diciamo che va tutto bene quando non va per niente bene, soffochiamo bisogni, desideri, emozioni. Continuiamo a interpretare un ruolo perché abbiamo paura delle conseguenze della verità. Ma quando una persona trascorre troppo tempo a tradire sé stessa, prima o poi rischia di tradire anche l’altro. Non perché il tradimento sia inevitabile o giustificabile, ma perché una relazione fondata sulla menzogna, anche quando la menzogna nasce dalla paura di perdere, smette lentamente di essere una relazione autentica. Forse essere fedeli non significa soltanto rimanere, significa anche essere sinceri con noi stessi e con la persona che abbiamo accanto, perché l’altro non può scegliere liberamente se gli nascondiamo la verità. E forse il coraggio più grande non è promettere un “per sempre”, è avere il coraggio di dire la verità ogni volta che la persona che siamo sta diventando diversa da quella che aveva fatto quella promessa».

Questa testimonianza, apparentemente privata, contiene in realtà una delle questioni fondamentali della sociologia contemporanea: come cambiano le relazioni quando cambia l’individuo che le vive?

La domanda non riguarda soltanto una donna, un uomo, un matrimonio o una specifica esperienza biografica. Riguarda una trasformazione profonda della modernità: il passaggio da una concezione dell’unione fondata prevalentemente sulla stabilità istituzionale a una concezione nella quale il matrimonio è sempre più legato all’identità, all’autorealizzazione, alla compatibilità emotiva e alla qualità dell’intimità.

Il matrimonio: istituzione sociale e relazione umana

Il matrimonio è una delle istituzioni sociali più antiche e più pervasive della storia umana, non è mai stato semplicemente una questione privata tra due persone innamorate. Attraverso il matrimonio le società hanno organizzato la parentela, la filiazione, la trasmissione dei beni, l’eredità, la riproduzione sociale, le alleanze familiari, le responsabilità reciproche e la cura dei figli. Per questa ragione non esiste un unico modo universale di intendere il matrimonio. Le forme matrimoniali cambiano nello spazio e nel tempo perché cambiano le società, le strutture economiche, i rapporti di genere, i sistemi religiosi, le concezioni della famiglia e il rapporto tra individuo e comunità. Nelle società tradizionali il matrimonio era spesso inserito in una rete di obblighi collettivi molto più ampia rispetto a quella contemporanea. La famiglia, la comunità, la religione e il gruppo sociale esercitavano un ruolo determinante nella scelta del partner e nella conservazione dell’unione. La separazione poteva comportare conseguenze economiche e sociali molto pesanti e, soprattutto per le donne, l’autonomia individuale era spesso fortemente limitata.

La modernità ha progressivamente trasformato questo scenario: la scelta del partner è diventata maggiormente individualizzata, l’amore romantico ha assunto un ruolo centrale e la coppia è diventata sempre più un luogo di intimità e di realizzazione personale. Questo cambiamento ha rappresentato un’importante conquista dell’autonomia individuale, ma ha anche prodotto una conseguenza ambivalente: più aspettative vengono concentrate sulla relazione, più la relazione diventa vulnerabile quando quelle aspettative non vengono soddisfatte. Il partner contemporaneo non è più soltanto marito o moglie. È spesso contemporaneamente migliore amico, confidente, amante, sostegno emotivo, compagno di crescita, interlocutore intellettuale e figura fondamentale per la costruzione della propria identità. La relazione viene così caricata di una responsabilità enorme: dovrebbe farci sentire amati, compresi, desiderati e sostenuti; è una trasformazione straordinaria, ma anche estremamente esigente in una società come quella contemporanea.

L’invenzione del “per sempre” e il paradosso della permanenza

La formula “per sempre” ha una potenza simbolica straordinaria, esprime sicurezza, continuità e affidabilità. In una società caratterizzata da profonde trasformazioni, promettere permanenza può rappresentare una risposta al bisogno umano di stabilità e in questo non c’è nulla di male.  Ma c’è una contraddizione fondamentale: possiamo promettere la nostra intenzione, ma non possiamo controllare completamente il futuro. Quando due persone si sposano, promettono sulla base delle persone che sono in quel momento, di ciò che provano in quel momento con intenzione e sincerità, ma non conoscono le trasformazioni che attraverseranno nei dieci, venti o trent’anni successivi e di questo bisogna prenderne atto, non per togliere valore alla promessa ma per renderla più realistica. Una persona può diventare più consapevole, può cambiare professionalmente, può maturare, può scoprire nuovi bisogni, può attraversare traumi, lutti, esperienze, trasformazioni culturali e spirituali, può modificare la propria concezione della famiglia, dell’amore, della sessualità, della genitorialità o della propria identità o semplicemente non stare più bene all’interno della relazione anche a causa di comportamenti disfunzionali del partner o per i cambiamenti del partner. Pretendere che la promessa matrimoniale impedisca tutto questo significa confondere fedeltà con immobilità. La fedeltà non dovrebbe significare “non cambierò mai”, dovrebbe significare, piuttosto, “non smetterò di essere responsabile nei confronti di te mentre cambiamo”. Questo è un punto sociologicamente cruciale perché mette in discussione la concezione della durata come principale indicatore del successo matrimoniale.

Una relazione lunga non è necessariamente una relazione riuscita.

Una relazione breve non è necessariamente una relazione fallita.

La durata è una dimensione temporale. La qualità della relazione è un’altra cosa.

L’essere umano come divenire 

La difficoltà nell’accettare la trasformazione delle relazioni nasce in parte dalla nostra tendenza a pensare l’identità come qualcosa di stabile. Diciamo “io sono così”, a volte con orgoglio,  come se il nostro essere potesse essere racchiuso in una definizione definitiva e come se il cambiamento fosse un peccato capitale; ma l’identità è anche, e soprattutto, un processo. L’essere umano è un essere biografico: porta con sé il passato, vive nel presente e immagina il futuro. Ogni esperienza modifica, almeno in parte, il modo in cui interpreta sé stesso e il mondo. Questo vale anche per il matrimonio: quando due persone si sposano, non entrano in una relazione due identità immobili, entrano in relazione due processi biografici ed è possibile che questi processi, inizialmente molto vicini, nel tempo prendano direzioni differenti. Questa possibilità non dovrebbe essere automaticamente interpretata come una colpa, a volte semplicemente accade. Il problema nasce quando una società interpreta ogni trasformazione come una minaccia all’ordine. Il modello del “per sempre” può diventare patologico quando viene utilizzato per impedire qualsiasi riconoscimento del cambiamento.

La domanda non dovrebbe essere: “Come faccio a rimanere esattamente la persona che ero quando mi sono sposata?” Dovrebbe essere:

“Come possiamo continuare a incontrarci mentre diventiamo persone diverse?”

È una domanda molto più difficile, ma anche molto più autentica.

Giddens e la trasformazione dell’intimità

Anthony Giddens ha descritto una trasformazione fondamentale delle relazioni intime nella modernità. Nelle società contemporanee, la relazione tende progressivamente a essere mantenuta sulla base della qualità del rapporto stesso e non soltanto sulla base di obblighi esterni. La cosiddetta relazione pura non è necessariamente “pura” in senso morale: indica una relazione che continua perché offre reciprocamente soddisfazione, intimità e riconoscimento. Questa trasformazione aumenta l’agency individuale, ma introduce anche una fragilità nuova. Se una relazione deve continuamente essere significativa per entrambi, la sua sopravvivenza dipende maggiormente dalla capacità dei partner di comunicare, negoziare e adattarsi. La relazione moderna richiede quindi un lavoro continuo.

Non basta sposarsi, bisogna continuare a costruire il matrimonio.

Non basta amare, bisogna continuare a comprendere come l’altro sta cambiando.

Non basta essere fedeli, bisogna continuare a essere presenti anche emotivamente.

La relazione diventa così un processo ed è proprio questo che rende la consapevolezza tanto importante e che nelle società contemporanee manca sempre di più.

Quando la stabilità diventa immobilità

La stabilità è un bene sociale e psicologico importante, gli esseri umani hanno bisogno di sicurezza, continuità e prevedibilità, ma stabilità e immobilità non sono sinonimi. Una relazione stabile può attraversare grandi trasformazioni senza perdere il proprio equilibrio. Una relazione immobile, invece, può mantenere intatta la propria struttura mentre al suo interno le persone smettono di incontrarsi. È possibile quindi che una coppia continui a vivere insieme, condivida una casa, cresca figli, celebri anniversari e appaia perfettamente stabile dall’esterno, mentre internamente sia già caratterizzata da una profonda distanza.

Questo porta a una questione fondamentale: che cosa stiamo realmente proteggendo quando insistiamo nel mantenere una relazione a ogni costo?

Proteggiamo la relazione? Proteggiamo i figli? Proteggiamo la nostra identità sociale? Proteggiamo la nostra immagine? Proteggiamo la paura di ricominciare?

La risposta non è sempre la stessa.

Ed è proprio per questo che è necessaria l’introspezione.

L’introspezione come responsabilità relazionale

L’introspezione viene spesso considerata un’attività individuale, quasi privata; in realtà possiede una profonda dimensione relazionale. Conoscere sé stessi significa anche impedire all’altro di dover vivere accanto a una persona che non sa più chi è. Una persona che non comprende i propri bisogni può attribuire continuamente all’altro la responsabilità della propria infelicità. Una persona che non sa riconoscere il proprio dolore può trasformarlo in rabbia. Una persona che non riesce a dire “ho bisogno di qualcosa di diverso” può iniziare a comunicare attraverso il comportamento.

Per questo la consapevolezza non è soltanto una forma di benessere individuale, è una condizione della responsabilità verso chi amiamo e chi ci ama. Prima di accusare l’altro, dobbiamo chiederci cosa sta accadendo dentro di noi. Prima di dire “questa relazione mi rende infelice”, dobbiamo provare a comprendere quale parte della nostra sofferenza appartenga realmente alla relazione. Prima di decidere di rimanere o andarcene, dobbiamo avere il coraggio di sapere perché lo stiamo facendo.

Tradire sé stessi: il paradosso del sacrificio

Esiste una differenza fondamentale tra sacrificio e annullamento. Ogni relazione richiede compromessi. Vivere insieme significa rinunciare talvolta a qualcosa, negoziare, adattarsi, accettare che l’altro abbia bisogni differenti, ma il compromesso mantiene entrambe le persone dentro la relazione, l’annullamento ne elimina una. Quando una persona rinuncia sistematicamente a sé stessa per mantenere il matrimonio, può iniziare a costruirsi una frattura interna. All’esterno continua a essere moglie o marito. All’interno sente di non essere più sé stessa. Il problema è che i sacrifici non comunicati tendono a diventare debiti emotivi.

“Ho rinunciato a questo per te.”

“Ho fatto questo per la famiglia.”

“Ho sopportato questo per i figli.”

Quando l’altro non sa realmente quale prezzo stiamo pagando, non può neppure partecipare alla decisione ed è qui che il sacrificio può trasformarsi in risentimento. La persona che si è sacrificata può iniziare a percepire l’altro come responsabile di una rinuncia che, almeno in parte, aveva scelto autonomamente. Questo è uno dei motivi per cui la sincerità deve precedere il sacrificio.

Dal tradimento di sé al tradimento dell’altro

È forse questo il nodo più delicato dell’intera riflessione, quando una persona tradisce sé stessa per mantenere una relazione, può credere di stare proteggendo l’altro.

“Non gli dico quello che provo perché lo ferirei.”

“Non gli dico che non sono più felice perché distruggerei la famiglia.”

“Non gli dico che ho bisogno di qualcosa di diverso perché non voglio perderlo.”

All’apparenza queste possono sembrare forme di altruismo, ma una relazione costruita sulla negazione della verità può diventare progressivamente una relazione fondata sull’assenza di libertà. L’altro non sa più chi abbiamo accanto, non sa più cosa proviamo, non sa che cosa stiamo decidendo interiormente e quindi non può scegliere. È qui che il tentativo di non tradire l’altro può diventare, paradossalmente, un’altra forma di tradimento. Non perché ogni sofferenza debba essere immediatamente comunicata in modo brutale, né perché ogni desiderio debba trasformarsi in una pretesa. La sincerità richiede anche responsabilità, tempi, linguaggio e capacità di non utilizzare la verità come arma, ma nascondere sistematicamente una trasformazione fondamentale significa privare l’altro della possibilità di comprendere ciò che sta realmente accadendo e quando la distanza diventa troppo grande, può emergere una seconda vita emotiva. Può esserci un’altra persona, un altro spazio, un’altra identità, un luogo nel quale finalmente ci si sente riconosciuti e questo può sfociare nell’infedeltà.

Comprendere il percorso che può condurre al tradimento non significa giustificarlo, il tradimento resta una scelta e una violazione della fiducia quando contraddice il patto della coppia. La sociologia può però fare una cosa che il giudizio morale da solo non può fare: può chiedersi come si è arrivati fin lì?

La sincerità come forma di fedeltà

La fedeltà è spesso ridotta alla fedeltà sessuale, ma una relazione può essere sessualmente esclusiva e contemporaneamente profondamente infedele alla propria verità.

Si può non avere un amante e vivere una vita emotiva completamente separata. si può dormire nello stesso letto e non condividere più nulla di sé, si può pronunciare ogni giorno “ti amo” mentre interiormente si è già altrove. Questo non significa relativizzare la fedeltà sessuale, significa ampliarne la comprensione.

La fedeltà è anche lealtà e la lealtà richiede sincerità. Non una sincerità brutale, egoistica o utilizzata per ferire, ma la disponibilità a non costruire deliberatamente una falsa realtà nella quale l’altro deve vivere. Dire la verità può mettere in crisi una relazione, ma può anche salvarla. Una crisi conosciuta può essere affrontata, una crisi nascosta diventa invece una realtà parallela.

Il matrimonio nella concezione islamica: un patto, non una prigione

La concezione islamica del matrimonio introduce un elemento particolarmente interessante nel dibattito sul “per sempre”. Il matrimonio islamico è un contratto, ma non un contratto qualsiasi.

Il Corano nella Sura An-Nisa (Le Donne) nei versetti dal 19 al 21 lo definisce mīthāqan ghalīẓan, un “patto solenne, stretta alleanza”, una formula di enorme intensità:

19. O voi che credete, non vi è lecito ereditare delle mogli contro la loro volontà. Non trattatele con durezza nell’intento di riprendervi parte di quello che avevate donato, a meno che abbiano commesso una palese infamità.

Comportatevi verso di loro convenientemente. Se provate avversione nei loro confronti, può darsi che abbiate avversione per qualcosa in cui Allah ha riposto un grande bene.

20. Se volete cambiare una sposa con un’altra, non riprendetevi nulla, anche se avete dato ad una un qintâr (quintale) d’oro : il riprendere sarebbe un oltraggio e un peccato evidente.

21. E come lo riprendereste, dopo che vi siete accostati l’uno all’altra e dopo che esse hanno ottenuto da voi una stretta alleanza?”

Il matrimonio è quindi un impegno serio, una responsabilità davanti a Dio e davanti all’altro, ma la sua serietà non viene tradotta nell’idea che il vincolo sia necessariamente indissolubile. Questa distinzione è fondamentale.

L’Islam non presenta il divorzio come un ideale da perseguire, ma riconosce che una relazione umana può arrivare a un punto nel quale la sua continuazione non rappresenta più il bene delle persone coinvolte. Il diritto islamico ha sviluppato diversi strumenti di scioglimento del matrimonio, tra cui il ṭalāq (il ripudio/divorzio pronunciato dal marito), il khulʿ (lo scioglimento richiesto dalla moglie) e  il faskh (lo scioglimento giudiziale del matrimonio), secondo condizioni e procedure differenti a seconda delle scuole giuridiche e dei contesti, questo significa che il matrimonio può essere sacro senza essere eterno in senso giuridico e questo è un punto estremamente importante. La sacralità del patto non consiste necessariamente nel renderlo impossibile da sciogliere, consiste nel renderlo moralmente serio.

Sakina, mawadda e rahma: la qualità del legame

Nel Corano il matrimonio viene associato al sakan (tranquillità o quiete)  e a mawadda e raḥma  (affetto e misericordia), questo non significa che un matrimonio autentico debba essere permanentemente felice o privo di conflitti, significa però che la relazione matrimoniale viene collocata dentro un orizzonte nel quale la cura, l’affetto e la misericordia hanno un ruolo centrale e prioritario. Ed è qui che emerge una domanda fondamentale: cosa accade quando una relazione perde completamente la propria dimensione di tranquillità e misericordia? La risposta islamica non è semplicemente “resisti perché hai promesso”. Il matrimonio è serio, ma proprio perché è serio devono essere seri anche il modo in cui ci si tratta e il modo in cui eventualmente ci si separa. Il Corano insiste infatti sulla possibilità di separarsi senza trasformare la separazione in un’occasione di abuso, umiliazione o vendetta, come è scritto nei versetti dal 229 al 233 della Sura Al Baqara (La Giovenca):

229. Si può divorziare due volte. Dopo di che, trattenetele convenientemente o rimandatele con bontà; e non vi è permesso riprendervi nulla di quello che avevate donato loro , a meno che entrambi non temano di trasgredire i limiti di Allah . Se temete di non poter osservare i limiti di Allah, allora non ci sarà colpa se la donna si riscatta . Ecco i limiti di Allah, non valicateli. E coloro che trasgrediscono i termini di Allah, quelli sono i prevaricatori.

230. Se divorzia da lei [per la terza volta] non sarà più lecita per lui finché non abbia sposato un altro. E se questi divorzia da lei, allora non ci sarà peccato per nessuno dei due se si riprendono, purché pensino di poter osservare i limiti di Allah.

Ecco i limiti di Allah, che Egli manifesta alle genti che comprendono.

231. Quando divorziate dalle vostre spose, e sia trascorso il ritiro, riprendetele secondo le buone consuetudini o rimandatele secondo le buone consuetudini. Ma non trattenetele con la forza, sarebbe una trasgressione e chi lo facesse mancherebbe contro sé stesso. Non burlatevi dei segni di Allah. Ricordate i benefici che Allah vi ha concesso e ciò che ha fatto scendere della Scrittura e della Saggezza, con i quali vi ammonisce. Temete Allah e sappiate che in verità Allah conosce tutte le cose.

232. Quando divorziate dalle vostre spose, e sia trascorso il termine, non impedite loro di risposarsi con i loro [ex] mariti , se si accordano secondo le buone consuetudini. Questa è l’ammonizione per coloro di voi che credono in Allah e nell’Ultimo giorno. Ciò è più decente per voi, e più puro. Allah sa e voi non sapete.

233. Per coloro che vogliono completare l’allattamento, le madri allatteranno per due anni completi. Il padre del bambino ha il dovere di nutrirle e vestirle in base alla consuetudine. Nessuno è tenuto a fare oltre i propri mezzi. La madre non deve essere danneggiata a causa del figlio e il padre neppure. Lo stesso obbligo per l’erede. E se, dopo che si siano consultati, entrambi sono d’accordo per svezzarlo, non ci sarà colpa alcuna. E se volete dare i vostri figli a balia, non ci sarà nessun peccato, a condizione che versiate realmente il salario pattuito, secondo la buona consuetudine.

Temete Allah e sappiate che in verità Egli osserva quello che fate”

Il principio è profondamente significativo:

il vincolo può cessare, ma la dignità dell’altro non cessa con il vincolo.

Separarsi non significa necessariamente fallire

La cultura contemporanea tende a considerare il divorzio in due modi apparentemente opposti. Da una parte può essere interpretato come fallimento: il matrimonio non ha funzionato, quindi qualcuno ha fallito. Dall’altra può essere romanticizzato come una forma automatica di liberazione: se non sono felice, devo andarmene. Entrambe le prospettive sono insufficienti.

La separazione è un evento complesso, che può essere il risultato di processi molto differenti, può essere impulsiva, necessaria, evitabile, dolorosa ma responsabile o irresponsabile. La sociologia deve quindi rifiutare le semplificazioni:

Non è la permanenza in sé a dimostrare la responsabilità.

Non è la separazione in sé a dimostrare il coraggio.

La questione è il processo attraverso il quale si arriva alla decisione. Sono state esplorate alternative? Si è comunicato? Si è chiesto aiuto? Si è cercato di comprendere il problema? Sono state considerate le conseguenze? È stata tutelata la dignità dell’altro? Queste sono domande molto più importanti della semplice durata.

Una delle ragioni più frequenti per cui le persone rimangono in relazioni profondamente deteriorate riguarda i figli. La frase “resto per i bambini” possiede una forza morale enorme, ma anche qui è necessario distinguere tra famiglia e forma familiare. La presenza fisica di due genitori sotto lo stesso tetto non garantisce automaticamente un ambiente sano, allo stesso tempo, una separazione non garantisce automaticamente benessere. Ciò che conta è la qualità delle relazioni, il livello di conflitto, la sicurezza emotiva, la prevedibilità, il rispetto e la capacità degli adulti di non trasformare i figli in strumenti del conflitto. La domanda non dovrebbe quindi essere soltanto se i bambini cresceranno con entrambi i genitori, ma dovrebbe essere: “In quale clima relazionale cresceranno?”

La sociologia della famiglia ha mostrato quanto sia importante distinguere la struttura familiare dalla qualità delle relazioni che la compongono. Una famiglia può essere formalmente intatta e disgregata dal punto di vista relazionale o può essere separata e continuare a garantire cooperazione, cura e responsabilità. La forma conta, ma la qualità delle relazioni conta almeno altrettanto.

Oltre il “per sempre”

Forse dobbiamo avere il coraggio di andare oltre il “per sempre” senza per questo smettere di credere nell’amore. Perché mettere in discussione l’idea di una permanenza garantita non significa svalutare il matrimonio, ma restituirgli una dimensione più autenticamente umana: quella di un legame che richiede presenza, scelta, responsabilità e capacità di guardare in faccia ciò che accade, anche quando non corrisponde più a ciò che avevamo immaginato.

Il matrimonio non può essere una promessa contro il tempo, perché il tempo ci trasforma. Può però essere una promessa di responsabilità dentro il tempo: quella di non smettere di interrogarsi, di non vivere accanto all’altro nascondendo ciò che siamo diventati, di non trasformare il sacrificio in risentimento e di non confondere la fedeltà con l’obbligo di rimanere a qualunque costo.

Ed è forse qui che consapevolezza, sincerità e autenticità assumono il loro significato più profondo. Non servono soltanto a capire se una relazione debba continuare o finire; servono innanzitutto a impedire che le persone coinvolte vivano dentro una realtà costruita sulla negazione. Perché la verità, anche quando è dolorosa, lascia ancora spazio alla scelta. La menzogna, invece, lo restringe progressivamente fino a rendere l’altro incapace di comprendere ciò che sta realmente accadendo.

Andare oltre il “per sempre” significa allora accettare una verità semplice e difficile insieme: non tutto ciò che cambia è un fallimento e non tutto ciò che dura è necessariamente riuscito. Ci sono relazioni che attraversano il cambiamento e diventano più profonde, altre che si trasformano fino a non riconoscersi più. Ciò che conta non è soltanto quanto a lungo siamo rimasti, ma con quale verità abbiamo abitato quel tempo.

Forse il matrimonio più autentico non è quello nel quale due persone promettono di essere per sempre le stesse, ma quello nel quale si concedono di diventare, continuando a incontrarsi nella persona che l’altro è diventato. E quando questo incontro non è più possibile, la responsabilità non consiste nel fingere che lo sia, ma nel trovare il modo più giusto, dignitoso e umano di riconoscerlo.

Oltre il “per sempre”, dunque, non c’è necessariamente la fine dell’amore. C’è la sua forma più adulta: quella che non ha bisogno di negare la realtà per continuare a credere nel valore di ciò che è stato, di ciò che è e, forse, di ciò che ancora può diventare.

Conclusione

Quindici anni dopo quella fotografia, la donna che guarda il proprio passato non deve necessariamente stabilire e chiedersi se quella firma fosse stata un errore. Forse la domanda è sbagliata.

La domanda giusta da porsi è: “Chi sono diventata oggi e cosa devo fare con questa consapevolezza?”

La prima domanda guarda il passato cercando un colpevole, la seconda guarda il presente cercando una responsabilità. E forse è proprio questa la maturità relazionale: smettere di chiedersi soltanto chi abbia ragione e iniziare a chiedersi quale sia la cosa più vera, più dignitosa e più responsabile da fare.

Quella donna di quindici anni fa era felice, la donna di oggi non lo è più e le due cose possono essere contemporaneamente vere. Il fatto che una relazione finisca non significa necessariamente che l’amore che l’ha generata fosse falso. Il fatto che due persone non siano più compatibili non significa che non lo siano mai state. Il fatto che una promessa non possa essere mantenuta nella forma immaginata non significa che chi l’ha pronunciata fosse necessariamente un impostore.

Siamo esseri umani, siamo divenire e tutto ciò che appartiene alla nostra vita porta con sé questa condizione. Cambiamo corpo, idee, valori, bisogni, sogni, paure, priorità, identità e cambiamo anche il modo in cui amiamo, per questo il vero problema non è cambiare.

È non avere il coraggio di riconoscere il cambiamento.

Quando non ci ascoltiamo, iniziamo a tradire noi stessi.

Quando continuiamo a fingere, iniziamo a tradire la relazione.

Quando nascondiamo sistematicamente la nostra verità, priviamo l’altro della possibilità di scegliere.

E quando la distanza tra ciò che siamo e ciò che fingiamo di essere diventa troppo grande, rischiamo di cercare altrove quella parte di noi che abbiamo represso per troppo tempo.

La sincerità, allora, diventa una forma di prevenzione del tradimento.

L’introspezione diventa una forma di responsabilità.

La consapevolezza diventa una forma di cura.

L’autenticità diventa una forma di rispetto.

E la fedeltà smette di essere soltanto la permanenza fisica accanto a qualcuno e diventa anche la scelta di non costruire una relazione sulla menzogna.

La concezione islamica del mīthāq offre, in questo senso, una prospettiva particolarmente interessante: il matrimonio è un patto solenne, non una promessa magica di immobilità. È serio, ma non necessariamente eterno in senso giuridico. È vincolante, ma contempla anche strumenti di dissoluzione. È un impegno davanti a Dio, ma proprio per questo richiede giustizia, dignità, misericordia e responsabilità nel modo in cui gli esseri umani si trattano.

Forse il punto non è quindi scegliere tra “restare per sempre” e “andarsene quando non si è più felici”, è imparare a riconoscere quando una relazione è in crisi e quando è ormai esaurita; imparare a distinguere il sacrificio dall’annullamento, la fedeltà dalla paura, la stabilità dall’immobilità, l’amore dalla dipendenza, la sincerità dalla crudeltà e la libertà dall’egoismo e soprattutto imparare che lasciare andare non significa necessariamente tradire ciò che è stato perchè a volte significa riconoscere ciò che è stato, rispettarlo e accettare che non tutto ciò che è stato vero è destinato a durare per sempre.

“Per sempre” non è una proprietà delle cose umane.

È un desiderio umano.

E la maturità consiste nel non pretendere che la vita smetta di cambiare soltanto perché, un giorno, abbiamo avuto bisogno di prometterci che sarebbe rimasta uguale.


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  • Luhmann, N. (2006), Amore come passione. La codificazione dell’intimità, Milano, Mondadori.
  • Scabini, E., Cigoli, V. (2000), Il famigliare. Legami, simboli e transizioni, Milano, Raffaello Cortina.
  • Il Corano, in particolare 2:229-231; 4:19-21; 30:21; 65:1-2, per la concezione del matrimonio, del mīthāq, della misericordia coniugale e delle modalità di separazione.

 


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