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Nagasaki, ottant’anni dopo: il confine morale della guerra nucleare

Il 9 agosto 1945 la seconda bomba atomica impiegata contro una città distrusse Nagasaki continuando a farci interrogare suil diritto internazionale e la coscienza dell’umanità

Francesco Mancini

Abstract: L’ottantesimo anniversario del bombardamento atomico di Nagasaki, avvenuto tre giorni dopo quello di Hiroshima, rappresentare uno degli episodi più drammatici della Seconda guerra mondiale. L’impiego dell’arma nucleare contro una città densamente popolata segnò una trasformazione irreversibile nella storia dei conflitti armati, introducendo una capacità distruttiva le cui conseguenze superarono la dimensione militare immediata, coinvolgendo la popolazione civile, l’ambiente e le generazioni successive. Il contributo ricostruisce il contesto storico dell’attacco, analizzando le controversie sulla sua necessità strategica, le implicazioni etiche e giuridiche dell’impiego delle armi nucleari e le difficoltà incontrate dalla comunità internazionale nella costruzione di un sistema effettivo di disarmo. A ottant’anni dalla tragedia, Nagasaki continua a rappresentare un riferimento fondamentale per comprendere il rapporto tra progresso tecnologico, responsabilità politica e limiti giuridici dell’uso della forza.

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Il 9 agosto 1945, la seconda bomba atomica

Alle ore 11.02 del 9 agosto 1945, un bombardiere statunitense B-29, denominato Bockscar, sganciò sulla città giapponese di Nagasaki un ordigno nucleare al plutonio, conosciuto con il nome di Fat Man, provocando un’esplosione di potenza equivalente a circa ventuno chilotoni di tritolo, capace di devastare ampie porzioni dell’area urbana e determinare conseguenze umanitarie senza precedenti.

Tre giorni prima, il 6 agosto, Hiroshima era stata colpita dalla prima bomba atomica utilizzata in guerra, inaugurando una nuova fase della storia militare nella quale la capacità tecnologica dell’uomo aveva raggiunto una dimensione distruttiva tale da mettere in discussione la sopravvivenza stessa delle società contemporanee.

L’attacco contro Nagasaki si inseriva nella fase conclusiva della guerra nel Pacifico, mentre il Giappone continuava a resistere nonostante il progressivo deterioramento della propria posizione militare e l’Unione Sovietica, nella notte tra l’8 e il 9 agosto, aveva avviato le operazioni contro le forze giapponesi in Manciuria.

L’obiettivo primario della missione statunitense era inizialmente la città di Kokura, ma le condizioni di visibilità portarono l’equipaggio a dirigersi verso Nagasaki, importante centro industriale e portuale, nel quale erano presenti infrastrutture produttive connesse allo sforzo bellico giapponese.

L’esplosione provocò la morte immediata di decine di migliaia di persone, mentre altre morirono nei mesi successivi a causa delle ustioni, delle lesioni traumatiche e dell’esposizione alle radiazioni. Secondo le stime comunemente adottate dalle istituzioni commemorative giapponesi, il numero complessivo delle vittime raggiunse circa settantamila persone entro la fine del 1945, pur permanendo margini di incertezza nelle ricostruzioni demografiche.

La distruzione materiale rappresentò soltanto una parte delle conseguenze dell’attacco, poiché gli effetti delle radiazioni avrebbero continuato a manifestarsi nel tempo, trasformando i sopravvissuti, conosciuti come hibakusha, in testimoni di una tragedia destinata a superare i confini della storia militare.

La necessità militare e il problema della responsabilità

La decisione statunitense di impiegare le bombe atomiche contro Hiroshima e Nagasaki rimane uno degli episodi più controversi della Seconda guerra mondiale, oggetto di un dibattito storiografico nel quale si confrontano interpretazioni differenti circa la necessità militare degli attacchi e le alternative diplomatiche disponibili.

La giustificazione sostenuta dall’amministrazione americana dell’epoca si fondava principalmente sulla volontà di accelerare la resa giapponese, evitando un’invasione dell’arcipelago che avrebbe potuto provocare perdite umane estremamente elevate tra militari e civili.

Altri studiosi hanno tuttavia evidenziato come il Giappone si trovasse già in una condizione strategica fortemente compromessa e come l’ingresso dell’Unione Sovietica nel conflitto avesse modificato radicalmente le prospettive della prosecuzione della guerra, sollevando interrogativi sull’effettiva indispensabilità del secondo bombardamento atomico.

La controversia non riguarda esclusivamente la ricostruzione delle decisioni militari, ma investe un problema più generale, relativo alla possibilità di giustificare l’impiego di strumenti di distruzione indiscriminata attraverso il richiamo a un risultato politico o strategico considerato necessario.

La storia di Nagasaki pone infatti una questione che attraversa l’intera riflessione filosofica sulla guerra: se il perseguimento di un obiettivo ritenuto legittimo possa autorizzare l’impiego di mezzi capaci di produrre sofferenze sproporzionate e conseguenze difficilmente circoscrivibili alla dimensione militare.

Il diritto internazionale e i limiti dell’arma nucleare

Nel 1945 il diritto internazionale umanitario disponeva già di principi e norme relativi alla conduzione delle ostilità, contenuti soprattutto nelle Convenzioni dell’Aia e nelle consuetudini di guerra, sebbene non esistesse ancora una disciplina specificamente dedicata all’impiego delle armi nucleari.

La successiva evoluzione del diritto dei conflitti armati ha rafforzato principi fondamentali quali la distinzione tra obiettivi militari e popolazione civile, il divieto di attacchi indiscriminati, la proporzionalità e l’obbligo di adottare precauzioni per limitare i danni ai civili.

L’applicazione di tali principi alle armi nucleari presenta difficoltà particolarmente rilevanti, considerando che gli effetti dell’esplosione, del calore e delle radiazioni possono estendersi ben oltre l’obiettivo militare iniziale, producendo conseguenze sanitarie e ambientali di lunga durata.

Nel parere consultivo dell’8 luglio 1996, la Corte internazionale di giustizia ha affermato che la minaccia o l’impiego di armi nucleari devono essere compatibili con le norme del diritto internazionale applicabili ai conflitti armati, rilevando come il loro utilizzo sarebbe generalmente contrario ai principi e alle regole del diritto umanitario.

La Corte non ha tuttavia potuto concludere definitivamente sulla liceità o illiceità dell’impiego di armi nucleari in una circostanza estrema di legittima difesa, nella quale fosse in gioco la stessa sopravvivenza di uno Stato, lasciando aperta una questione giuridica che continua a caratterizzare il dibattito internazionale.

Un ulteriore passaggio è stato rappresentato dall’adozione, nel 2017, del Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, entrato in vigore nel 2021, che vieta agli Stati aderenti lo sviluppo, la produzione, il possesso, il trasferimento, l’impiego e la minaccia di impiego di tali armamenti.

La portata del trattato rimane tuttavia condizionata dalla mancata adesione delle principali potenze nucleari e degli Stati che fondano parte della propria sicurezza sulle strategie di deterrenza, evidenziando la distanza ancora esistente tra l’affermazione dei principi umanitari e la struttura effettiva delle relazioni internazionali.

La deterrenza e il paradosso della sicurezza

L’esperienza di Hiroshima e Nagasaki ha contribuito a determinare una trasformazione radicale della strategia militare, introducendo una forma di equilibrio internazionale nella quale la capacità di distruzione reciproca è stata progressivamente considerata uno strumento di prevenzione del conflitto diretto tra le grandi potenze.

Durante la Guerra fredda, la deterrenza nucleare si è fondata sulla convinzione che la possibilità di una risposta devastante avrebbe dissuaso gli avversari dall’intraprendere un’aggressione, trasformando la minaccia della distruzione in un elemento centrale della sicurezza internazionale.

Questo modello presenta tuttavia una contraddizione strutturale, poiché affida la conservazione della pace alla disponibilità permanente di strumenti capaci di provocare conseguenze catastrofiche, subordinando la stabilità internazionale alla razionalità delle decisioni politiche, all’affidabilità dei sistemi tecnologici e alla capacità di evitare errori di valutazione.

La proliferazione degli armamenti nucleari e l’evoluzione dei sistemi missilistici hanno inoltre ampliato la complessità degli equilibri strategici, mentre il deterioramento di alcuni meccanismi di controllo degli armamenti ha reso più difficile la costruzione di un quadro condiviso di limitazione e riduzione degli arsenali.

Il problema del disarmo non può pertanto essere considerato esclusivamente una questione tecnica o militare, poiché coinvolge direttamente il rapporto tra sovranità, sicurezza collettiva e responsabilità degli Stati nei confronti della comunità internazionale.

Gli hibakusha e la memoria come responsabilità

A ottant’anni dal bombardamento, la memoria di Nagasaki continua a essere custodita soprattutto attraverso le testimonianze degli hibakusha, i sopravvissuti alle esplosioni atomiche che hanno dedicato parte della propria esistenza alla divulgazione delle conseguenze umanitarie dell’arma nucleare.

La loro esperienza ha contribuito a modificare la percezione pubblica della guerra atomica, sottraendola alla dimensione astratta delle strategie militari e restituendole il significato concreto della sofferenza individuale, della distruzione delle comunità e delle conseguenze sanitarie protratte nel tempo.

Il conferimento del Premio Nobel per la pace 2024 alla Confederazione giapponese delle organizzazioni delle vittime delle bombe atomiche e all’idrogeno, Nihon Hidankyo, ha riconosciuto il valore internazionale di questa testimonianza, sottolineando il contributo dei sopravvissuti alla costruzione di una coscienza collettiva contraria all’impiego delle armi nucleari.

La commemorazione del 9 agosto 2025 ha assunto pertanto un significato che supera la dimensione celebrativa, richiamando la responsabilità delle generazioni contemporanee nei confronti di una tecnologia militare il cui potenziale distruttivo continua a rappresentare una minaccia per l’umanità.

La memoria storica, quando viene privata della propria dimensione critica, rischia infatti di trasformarsi in un esercizio rituale incapace di incidere sulle scelte del presente, mentre la testimonianza di Nagasaki conserva la propria funzione civile proprio nella capacità di interrogare le decisioni politiche e i sistemi di sicurezza contemporanei.

Ottant’anni dopo, il limite che l’umanità deve riconoscere

Il bombardamento atomico di Nagasaki costituisce uno dei momenti nei quali il progresso scientifico e tecnologico ha manifestato con maggiore evidenza la propria ambivalenza, dimostrando come la capacità di trasformare la materia possa tradursi tanto in opportunità di sviluppo quanto in strumenti di distruzione incompatibili con la protezione della vita umana.

A ottant’anni di distanza, la questione fondamentale non riguarda soltanto la valutazione storica delle decisioni assunte nel 1945, ma la capacità della comunità internazionale di costruire un sistema di sicurezza che non dipenda indefinitamente dalla minaccia dell’annientamento reciproco.

Il diritto internazionale ha progressivamente elaborato strumenti per limitare l’impiego della forza e disciplinare gli armamenti, ma la loro efficacia continua a dipendere dalla volontà politica degli Stati e dalla possibilità di conciliare gli interessi strategici nazionali con la tutela di beni collettivi che appartengono all’intera umanità.

Nagasaki ricorda che non tutto ciò che la tecnologia rende possibile può essere considerato moralmente accettabile e che la superiorità militare, quando si traduce nella capacità di distruggere indiscriminatamente la vita umana, impone una riflessione sui limiti del potere prima ancora che sulle sue possibilità di esercizio.

Il significato più profondo dell’ottantesimo anniversario risiede dunque nella necessità di trasformare la memoria della distruzione in una responsabilità politica e giuridica permanente, riconoscendo che la sicurezza internazionale non può essere misurata soltanto attraverso la potenza degli arsenali, ma anche attraverso la capacità delle istituzioni di impedire che strumenti concepiti per garantire la pace diventino la causa della sua definitiva distruzione.


Riferimenti normativi e bibliografici

Convenzione dell’Aia (IV) concernente le leggi e gli usi della guerra terrestre e relativo Regolamento, 18 ottobre 1907.

Carta delle Nazioni Unite, 26 giugno 1945, artt. 2 e 51.

Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (TNP), 1º luglio 1968, entrato in vigore il 5 marzo 1970.

Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali, 8 giugno 1977.

Corte internazionale di giustizia. (1996). Legality of the Threat or Use of Nuclear Weapons, Advisory Opinion, 8 luglio 1996.

Nazioni Unite. (2017). Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, adottato il 7 luglio 2017, entrato in vigore il 22 gennaio 2021.

Nagasaki City. Nagasaki Atomic Bomb Museum: The Atomic Bombing of Nagasaki. Documentazione storica e museale.

United States Strategic Bombing Survey. (1946). The Effects of Atomic Bombs on Hiroshima and Nagasaki. Washington, D.C.: U.S. Government Printing Office.

Walker, J. S. (2005). Prompt and Utter Destruction: Truman and the Use of Atomic Bombs Against Japan. Revised Edition. Chapel Hill: University of North Carolina Press.

Hasegawa, T. (2005). Racing the Enemy: Stalin, Truman, and the Surrender of Japan. Cambridge, MA: Harvard University Press.

Rhodes, R. (1986). The Making of the Atomic Bomb. New York: Simon & Schuster.

Norwegian Nobel Committee. (2024). The Nobel Peace Prize 2024: Nihon Hidankyo.


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