Nel 75° anniversario della World Federation of the Deaf e a vent’anni dalla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, una settimana per richiamare istituzioni e società a trasformare accessibilità, comunicazione e partecipazione da concessioni occasionali in diritti concretamente esigibili

Abstract: La Settimana internazionale delle persone sorde 2026, celebrata dal 21 al 27 settembre con il tema Declaring Deaf People’s Human Rights, assume un particolare significato storico e sociale perché coincide con il 75° anniversario della World Federation of the Deaf e con i vent’anni dall’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Non si tratta soltanto di una ricorrenza dedicata alla sensibilizzazione sulla sordità, ma di un’occasione per interrogarsi sulla concreta possibilità delle persone sorde di esercitare, in condizioni di uguaglianza, i diritti all’informazione, all’istruzione, al lavoro, alla cultura e alla partecipazione sociale. La progressiva affermazione del modello dei diritti umani ha contribuito a spostare l’attenzione dalla sordità considerata esclusivamente come deficit individuale alle barriere linguistiche, comunicative, tecnologiche e organizzative che possono trasformare una differenza sensoriale in esclusione sociale. In questa prospettiva il riconoscimento delle lingue dei segni costituisce una conquista fondamentale, ma l’accessibilità deve tenere conto anche della pluralità delle persone sorde, delle differenti esperienze linguistiche e delle diverse modalità comunicative utilizzate. LIS, sottotitolazione, trascrizione in tempo reale, tecnologie assistive, interpretariato e strumenti digitali accessibili appartengono a un medesimo sistema di garanzie il cui obiettivo non dovrebbe essere semplicemente consentire alla persona sorda di essere presente, ma metterla nelle condizioni di comprendere, scegliere, intervenire e partecipare pienamente alla vita della comunità.
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Una settimana che parla di diritti
Dal 21 al 27 settembre 2026 si celebra la International Week of Deaf People, la Settimana internazionale delle persone sorde promossa dalla World Federation of the Deaf (WFD), che quest’anno assume un significato particolarmente importante perché ricorrono settantacinque anni dalla fondazione della Federazione e vent’anni dall’adozione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità. Il tema scelto per il 2026, “Declaring Deaf People’s Human Rights”, restituisce con particolare efficacia il senso contemporaneo della ricorrenza: non semplicemente richiamare l’attenzione sulla sordità, ma affermare che i diritti delle persone sorde sono diritti umani e che il problema fondamentale consiste nella loro concreta attuazione nella vita quotidiana.
La Settimana ha radici molto più antiche della Giornata internazionale delle lingue dei segni: la WFD ricorda infatti che la prima International Week of the Deaf fu organizzata nel 1958 a Roma e che da allora la ricorrenza si è trasformata in un movimento internazionale attraverso il quale le comunità sorde promuovono consapevolezza, partecipazione e riconoscimento dei propri diritti. Il 23 settembre possiede a sua volta un valore particolare perché proprio il 23 settembre 1951 venne fondata a Roma la World Federation of the Deaf, circostanza che avrebbe successivamente portato le Nazioni Unite a scegliere quella data per la Giornata internazionale delle lingue dei segni.
Il programma del 2026 rende evidente che la sordità non può essere racchiusa in una sola questione. Il 21 settembre è dedicato ai vent’anni della CRPD e al riconoscimento delle lingue dei segni nazionali; il 22 al diritto a un’istruzione inclusiva e multilingue di qualità; il 23 alla dichiarazione dei diritti umani delle persone sorde; il 24 all’accessibilità; il 25 al principio Nothing About Us Without Us; il 26 alla cultura sorda come diritto umano e il 27 ai settantacinque anni di attività internazionale della WFD.
È questa pluralità di prospettive a rendere particolarmente significativa la Settimana: non esiste un unico “problema della sordità”, perché esistono diritti che attraversano l’intera esperienza della persona, dall’infanzia al lavoro, dalla comunicazione alla cultura, dalla formazione alla partecipazione alle decisioni pubbliche.
Settantacinque anni dopo Roma
La coincidenza con il 75° anniversario della World Federation of the Deaf attribuisce al 2026 anche un particolare significato italiano. Fondata il 23 settembre 1951, la WFD celebra quest’anno il proprio anniversario proprio a Roma, dove il 23 settembre 2026 si è svolta presso il Parlamento italiano la cerimonia inaugurale delle celebrazioni, ospitata dall’Ente nazionale sordi (ENS), alla presenza di rappresentanti delle istituzioni italiane ed europee. Il programma prosegue il 24 e 25 settembre con una conferenza internazionale dedicata al tema Declaring Deaf People’s Human Rights, seguita il 26 settembre da una marcia e da un festival.
La ricorrenza consente così di collegare simbolicamente passato e presente. Nel 1951 la costituzione di un’organizzazione internazionale guidata dalle persone sorde rappresentava già l’affermazione della necessità di una rappresentanza autonoma; settantacinque anni dopo, il principio secondo cui le persone sorde devono essere protagoniste delle decisioni che le riguardano costituisce uno dei fondamenti della moderna concezione della disabilità basata sui diritti umani.
Dalla persona da “adattare” alla società da rendere accessibile
Uno dei cambiamenti culturali più rilevanti intervenuti in questi decenni riguarda proprio il modo di interpretare la disabilità. Per lungo tempo la sordità è stata osservata soprattutto attraverso una prospettiva medico-individuale, concentrando l’attenzione sulla perdita uditiva e sulle modalità attraverso le quali compensarla. Questa dimensione rimane evidentemente importante, ma non può spiegare da sola l’esperienza sociale della persona sorda.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità (CRPD), adottata il 13 dicembre 2006 e ratificata dall’Italia con la legge 3 marzo 2009, n. 18, ha contribuito a consolidare una prospettiva differente, nella quale la disabilità viene letta anche attraverso l’interazione tra le caratteristiche della persona e le barriere comportamentali e ambientali che ne impediscono la piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri.
Per una persona sorda la distinzione è concreta. Se una conferenza non dispone di strumenti comunicativi accessibili, se una riunione di lavoro avviene esclusivamente attraverso la comunicazione orale, se un servizio pubblico può essere contattato soltanto telefonicamente, se un video è privo di sottotitoli oppure un’emergenza viene comunicata esclusivamente attraverso un segnale sonoro, la difficoltà non deriva soltanto dalla condizione uditiva della persona, ma dall’interazione tra quella condizione e un ambiente progettato presupponendo che tutti possano sentire e comunicare nello stesso modo.
È qui che l’accessibilità smette di essere un servizio aggiuntivo e diventa una questione di uguaglianza sostanziale.
Il diritto alla lingua e alla comunicazione
La centralità attribuita dalla Settimana 2026 alle lingue dei segni trova un preciso fondamento nella CRPD. L’art. 2 comprende espressamente le lingue dei segni nella nozione di “linguaggio”; l’art. 9 disciplina l’accessibilità; l’art. 21, relativo alla libertà di espressione e all’accesso alle informazioni, prevede il riconoscimento e la promozione dell’uso delle lingue dei segni; l’art. 24 ne considera il ruolo nell’istruzione; l’art. 30, par. 4, riconosce alle persone con disabilità il diritto al riconoscimento e al sostegno della propria specifica identità culturale e linguistica, comprese le lingue dei segni e la cultura sorda.
In Italia un passaggio fondamentale è stato compiuto con l’art. 34-ter del d.l. 22 marzo 2021, n. 41, convertito dalla legge 21 maggio 2021, n. 69, attraverso il quale la Repubblica riconosce, promuove e tutela la lingua dei segni italiana (LIS) e la lingua dei segni italiana tattile (LIST), riconoscendo contestualmente le figure professionali dell’interprete LIS e LIST.
Il riconoscimento giuridico assume una portata culturale che supera la semplice disponibilità di un servizio di interpretariato, perché significa riconoscere che la lingua dei segni non costituisce una trasposizione gestuale semplificata dell’italiano, ma un sistema linguistico autonomo e, per una parte significativa della comunità sorda, una componente dell’identità individuale e collettiva. È precisamente questa dimensione linguistico-culturale che i Deaf Studies hanno contribuito a mettere in evidenza, mostrando i limiti di una rappresentazione esclusivamente deficit-oriented della sordità (Lane, 1992; Ladd, 2003; Bauman & Murray, 2014).
Non esiste un solo modo di essere sordi
Affermare il valore delle lingue dei segni non significa, tuttavia, considerare omogenea la popolazione sorda. È un punto sul quale ritengo necessario insistere, perché anche una politica animata dalle migliori intenzioni può diventare poco inclusiva quando presume che esista una soluzione comunicativa valida per tutti.
Esistono persone sorde segnanti, oraliste e bilingui, persone che utilizzano apparecchi acustici o impianti cocleari, persone che ricorrono alla lettura labiale, altre che privilegiano la comunicazione scritta, la sottotitolazione o la trascrizione in tempo reale e moltissime che combinano strumenti differenti a seconda della situazione. Le biografie linguistiche, familiari, educative e sociali possono essere profondamente diverse e la letteratura scientifica ha ampiamente mostrato la complessità di queste esperienze (Lane, Hoffmeister & Bahan, 1996; Marschark & Spencer, 2010).
Per questo l’accessibilità non dovrebbe sostituire una barriera con una soluzione unica, ma costruire un ambiente nel quale siano disponibili differenti modalità comunicative.
LIS, interpretariato, sottotitolazione professionale, trascrizione simultanea, comunicazione testuale, tecnologie assistive e piattaforme digitali accessibili non dovrebbero essere considerate alternative ideologicamente contrapposte, ma strumenti appartenenti a un medesimo ecosistema di accessibilità, all’interno del quale la persona possa individuare la modalità maggiormente adeguata alle proprie necessità.
Istruzione: l’accessibilità comincia dall’infanzia
Non è casuale che il 22 settembre la WFD abbia dedicato la seconda giornata della Settimana al Right to a Quality Multilingual Inclusive Education, collegandolo espressamente all’art. 24 CRPD. Secondo la Federazione, per gli studenti sordi l’accesso all’istruzione attraverso la lingua dei segni nazionale e ambienti linguisticamente appropriati costituisce un elemento fondamentale dello sviluppo, dell’identità e dell’inclusione.
L’istruzione rappresenta infatti uno dei luoghi nei quali l’accessibilità produce conseguenze che possono accompagnare la persona per tutta la vita. Un bambino che non dispone di un accesso pieno alla comunicazione non incontra soltanto una difficoltà scolastica contingente, perché l’accesso linguistico incide sulla possibilità di acquisire conoscenze, costruire relazioni, sviluppare autonomia e partecipare alla comunità educativa.
La questione educativa dimostra inoltre perché le scelte che riguardano i bambini sordi non possano essere ridotte a una contrapposizione schematica tra tecnologia, oralismo e lingua dei segni: ciò che deve essere tutelato è innanzitutto il diritto del bambino ad avere un accesso linguistico e comunicativo ricco, tempestivo e adeguato, coinvolgendo le famiglie e mettendole nelle condizioni di compiere scelte realmente informate.
Il lavoro e la fatica invisibile della comunicazione
L’art. 27 CRPD riconosce il diritto delle persone con disabilità al lavoro su base di uguaglianza con gli altri, ma anche in questo ambito la differenza tra inclusione formale e sostanziale rimane profonda. Essere assunti non significa necessariamente essere messi nelle condizioni di partecipare pienamente alla vita dell’organizzazione.
Riunioni, corsi di formazione, telefonate, webinar, conversazioni informali e scambi quotidiani costituiscono una parte fondamentale dell’esperienza professionale e, quando non sono accessibili, possono determinare una forma di esclusione che spesso rimane invisibile proprio perché non nasce da una volontà esplicita di discriminare.
Per molte persone sorde ciò comporta una fatica comunicativa quotidiana: osservare costantemente il volto dell’interlocutore, cercare di leggere il labiale, spostare lo sguardo dalle slide a chi parla, ricostruire parti del discorso non comprese, chiedere di ripetere oppure scoprire successivamente che un’informazione importante era stata comunicata durante una conversazione alla quale non si era potuto accedere pienamente.
La vera inclusione lavorativa dovrebbe quindi intervenire prima che sia la persona sorda a dover negoziare continuamente la propria accessibilità.
Tecnologia e intelligenza artificiale: opportunità, non sostituti universali
Sottotitolazione automatica, speech-to-text, trascrizione in tempo reale, videocomunicazione e sistemi basati sull’intelligenza artificiale stanno ampliando enormemente le possibilità di partecipazione, e non è casuale che anche la WFD abbia iniziato a dedicare specifica attenzione al rapporto tra intelligenza artificiale, lingue dei segni e diritti delle persone sorde. Nel proprio rapporto 2025 la Federazione riferisce, tra l’altro, della costituzione di un gruppo ad hoc sull’IA destinato a elaborare posizioni politiche volte a tutelare inclusione e diritti delle persone sorde nello sviluppo di queste tecnologie.
La tecnologia, tuttavia, non può essere considerata automaticamente sinonimo di accessibilità. Una trascrizione inesatta può modificare il significato di ciò che viene detto, un sistema automatico può incontrare difficoltà con più interlocutori, rumore ambientale, accenti o terminologia specialistica e una soluzione progettata senza coinvolgere le persone sorde rischia di rispondere a un bisogno immaginato invece che a quello effettivo.
L’innovazione è realmente inclusiva quando aumenta le possibilità di scelta della persona, non quando utilizza la disponibilità di una tecnologia per restringerle.
“Nothing About Us Without Us”: dalla tutela alla partecipazione
Il 25 settembre 2026 la Settimana pone al centro il principio Nothing About Us Without Us, collegandolo agli artt. 4, par. 3, e 33 CRPD. La WFD richiama esplicitamente la necessità che le persone sorde siano al centro delle decisioni che incidono sulla loro vita e sottolinea il ruolo delle organizzazioni guidate da persone sorde nella costruzione delle politiche inclusive.
È forse uno dei passaggi culturalmente più importanti dell’intera Settimana, perché segna la distanza tra due modelli profondamente differenti: da una parte la persona con disabilità considerata destinataria di assistenza, tutela e decisioni prese da altri; dall’altra la persona riconosciuta come soggetto titolare di diritti, conoscenze, esperienza e capacità di contribuire alle decisioni che la riguardano.
Progettare un servizio per persone sorde senza coinvolgerle, stabilire quale strumento comunicativo debbano utilizzare senza ascoltarne le esigenze oppure considerare sufficiente una soluzione soltanto perché tecnicamente disponibile significa mantenere, anche inconsapevolmente, una concezione paternalistica dell’inclusione.
La cultura sorda come parte della diversità umana
La giornata del 26 settembre introduce un’altra dimensione essenziale: Deaf Culture Is a Human Right. La WFD richiama l’art. 30 CRPD e sottolinea che le persone sorde appartengono anche a comunità linguistiche e culturali, nelle quali lingua, storia, relazioni, arte, tradizioni e forme condivise di esperienza contribuiscono alla costruzione dell’identità.
È un approccio che la letteratura dei Deaf Studies ha sviluppato da tempo e che autori come Paddy Ladd hanno interpretato attraverso il concetto di Deafhood, mentre Bauman e Murray hanno proposto la nozione di Deaf Gain, spostando provocatoriamente lo sguardo da ciò che la sordità toglierebbe a ciò che la diversità delle esperienze sorde può apportare alla società (Ladd, 2003; Bauman & Murray, 2014).
Questo non significa negare le difficoltà che possono accompagnare una perdita uditiva, né trasformare una condizione estremamente eterogenea in un’unica identità culturale obbligatoria. Significa piuttosto riconoscere che la persona sorda non può essere definita esclusivamente da ciò che non sente.
Settantacinque anni di diritti e il lavoro ancora da compiere
La Settimana si conclude il 27 settembre con 75 Years of Human Rights, richiamando il percorso iniziato nel 1951 dalla World Federation of the Deaf e oggi sostenuto da 138 organizzazioni nazionali aderenti. Per la WFD, il principio originario secondo cui le persone sorde devono godere pienamente dei diritti umani è oggi inscindibile dalla CRPD, dal riconoscimento delle lingue dei segni e della cultura sorda e dalla partecipazione delle persone sorde in ogni ambito della vita.
Settantacinque anni sono abbastanza per comprendere quanto sia cambiato, ma anche per vedere ciò che ancora manca.
Come donna sorda, credo che il punto non sia chiedere alla società di decidere quale sia il modo migliore per includerci. Il punto è costruire una società nella quale possiamo scegliere come comunicare, accedere alle informazioni nello stesso momento degli altri, partecipare alle decisioni, lavorare, studiare, dissentire, assumere responsabilità e contribuire alla comunità senza dover continuamente dimostrare la legittimità delle nostre esigenze.
Essere inclusi non significa essere fisicamente presenti mentre gli altri comunicano. Significa poter essere parte della comunicazione.
È per questo che la Settimana internazionale delle persone sorde dovrebbe essere letta non come una celebrazione identitaria riservata a una minoranza, ma come un’occasione per interrogare l’intera società sulla qualità della propria democrazia. Perché una società è realmente accessibile non quando concede occasionalmente uno strumento compensativo a chi non riesce a entrare nel sistema, ma quando progetta quel sistema riconoscendo fin dall’inizio che le persone non comunicano, apprendono e partecipano tutte nello stesso modo.
L’accessibilità, allora, non è gentilezza e non è assistenza, è cittadinanza.
Riferimenti normativi e istituzionali
Assemblea generale delle Nazioni Unite (2006), Convention on the Rights of Persons with Disabilities, A/RES/61/106, 13 dicembre 2006.
Assemblea generale delle Nazioni Unite (2017), International Day of Sign Languages, A/RES/72/161, 19 dicembre 2017. La Giornata del 23 settembre è stata istituita nell’ambito della più ampia tradizione della Settimana internazionale delle persone sorde.
Italia, legge 3 marzo 2009, n. 18, Ratifica ed esecuzione della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, con Protocollo opzionale.
Italia, d.l. 22 marzo 2021, n. 41, art. 34-ter, convertito con modificazioni dalla legge 21 maggio 2021, n. 69, recante il riconoscimento, la promozione e la tutela della lingua dei segni italiana (LIS) e della lingua dei segni italiana tattile (LIST).
World Federation of the Deaf (2026), International Week of Deaf People 2026. Declaring Deaf People’s Human Rights, 21–27 settembre 2026.
World Federation of the Deaf (2026), WFD 75th Anniversary, Roma, 23–26 settembre 2026.
Bibliografia
Bauman, H.-D. L., Murray, J. J. (eds.) (2014), Deaf Gain: Raising the Stakes for Human Diversity, University of Minnesota Press, Minneapolis.
Ladd, P. (2003), Understanding Deaf Culture: In Search of Deafhood, Multilingual Matters, Clevedon.
Lane, H. (1992), The Mask of Benevolence: Disabling the Deaf Community, Alfred A. Knopf, New York.
Lane, H., Hoffmeister, R., Bahan, B. (1996), A Journey into the Deaf-World, DawnSignPress, San Diego.
Marschark, M., Spencer, P. E. (eds.) (2010), The Oxford Handbook of Deaf Studies, Language, and Education, vol. 2, Oxford University Press, Oxford.
Padden, C., Humphries, T. (1988), Deaf in America: Voices from a Culture, Harvard University Press, Cambridge (MA).
Padden, C., Humphries, T. (2005), Inside Deaf Culture, Harvard University Press, Cambridge (MA).
World Health Organization (2021), World Report on Hearing, WHO, Geneva.

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