Dal ripudio della guerra alla responsabilità della difesa: il significato della Patria, il valore del servizio e le contraddizioni di una società che desidera la pace in un mondo attraversato dai conflitti

Abstract: In un contesto internazionale caratterizzato da instabilità geopolitica, conflitti armati, competizione economica e nuove forme di minaccia, il dibattito sul riarmo e sulle spese militari tende spesso a polarizzarsi tra posizioni apparentemente inconciliabili. Da una parte, chi considera ogni investimento nella difesa una contraddizione rispetto alla costruzione della pace; dall’altra, chi ritiene che la sicurezza costituisca una condizione imprescindibile per la tutela della libertà e della sovranità. Questo contributo propone una riflessione sociologica sul rapporto tra pace, guerra, Patria, difesa e responsabilità collettiva, interrogandosi sul significato contemporaneo dell’appartenenza nazionale e del sacrificio. Attraverso il confronto tra il ripudio costituzionale della guerra, la trasformazione delle forze armate, l’indebolimento del senso di comunità e l’emergere di conflitti non esclusivamente militari, si intende superare una contrapposizione ideologica che rischia di ridurre un problema complesso a una scelta binaria. La riflessione si conclude con una domanda fondamentale: è possibile costruire una società migliore senza interrogarsi anche sulle condizioni necessarie a proteggerla?
Keywords: #Pace #Guerra #Riarmo #SpeseMilitari #Patria #Patriottismo #Difesa #Sicurezza #Sovranità #Appartenenza #ResponsabilitàCollettiva #ForzeArmate #Servizio #Sacrificio #Globalizzazione #ConflittiIbridi #Democrazia #Comunità #ElhemBeddouda #ethicasocietas #ethicasocietasrivista #rivistascientifica #scienzeumane #scienzesociali #ethicasocietasupli
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La pace e la guerra: una relazione che non possiamo ignorare
Non esiste guerra senza pace, come non esiste odio senza amore. Non si tratta di affermare che una dimensione giustifichi l’altra, né di sostenere che il conflitto sia una componente desiderabile della convivenza umana. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che alcuni concetti acquistano significato anche attraverso la relazione con il loro opposto. La pace non è semplicemente l’assenza di combattimenti, così come la guerra non coincide esclusivamente con il momento in cui le armi vengono utilizzate. Entrambe sono condizioni politiche, sociali e relazionali che coinvolgono istituzioni, comunità, interessi, equilibri di potere e sistemi di valori. Il ripudio della guerra rappresenta una scelta morale e costituzionale fondamentale. L’articolo 11 della Costituzione italiana stabilisce che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. È una dichiarazione di principio che definisce l’identità democratica del Paese e il modo in cui esso intende collocarsi nella comunità internazionale. Ma esiste una questione che non possiamo eludere: io ripudio la guerra, ma il mio vicino la ripudia? E, soprattutto, se un altro Stato decidesse di aggredirmi, come potrei difendermi? Il ripudio della guerra da parte di uno Stato non vincola automaticamente gli altri attori internazionali, la scelta di non ricorrere alla forza non garantisce che nessun altro lo faccia e la volontà di vivere pacificamente non elimina, da sola, la possibilità di un’aggressione esterna. È proprio in questa distanza tra intenzione e realtà che si colloca il problema della difesa. Prepararsi a difendersi non significa desiderare la guerra, significa riconoscere che la sicurezza di una comunità dipende anche dalla capacità di proteggerla quando le condizioni della convivenza vengono minacciate. Questo non vuol dire attribuire al riarmo un valore automaticamente positivo, ogni investimento militare deve essere sottoposto a valutazioni di proporzionalità, necessità, trasparenza, controllo democratico e coerenza con gli impegni internazionali. La difesa non può diventare un fine autonomo, né una giustificazione permanente per sottrarre risorse ad altri bisogni collettivi. La questione, dunque, non è scegliere tra pace e difesa, ma comprendere come costruire una difesa compatibile con la pace.
Che cosa intendiamo quando parliamo di Patria?
Prima ancora di discutere di riarmo, dovremmo forse tornare a interrogarci sul significato della parola Patria. Perché cosa intendiamo davvero quando diciamo di voler proteggere la Patria? È soltanto il territorio delimitato da confini geografici? È la bandiera, la lingua, la storia nazionale? Oppure è qualcosa di più complesso, che comprende la memoria collettiva, le istituzioni, i diritti, le relazioni sociali e la possibilità di riconoscersi in una comunità? La Patria non è soltanto uno spazio fisico, è anche uno spazio simbolico e relazionale: il luogo in cui si costruiscono appartenenze, identità, si condividono responsabilità e si sviluppa un’idea di futuro comune. In questo senso, il patriottismo non dovrebbe essere confuso con il nazionalismo aggressivo, con la superiorità identitaria o con la negazione dell’altro. È possibile amare il proprio Paese senza considerarlo superiore agli altri, desiderarne la prosperità senza auspicare la subordinazione di altri popoli e difenderne le istituzioni e, contemporaneamente, criticarne le decisioni politiche. Un patriottismo democratico non richiede obbedienza cieca, ma partecipazione consapevole, non impone di condividere ogni scelta dello Stato, ma invita a riconoscere il valore di ciò che rende possibile la convivenza: libertà, diritti, giustizia, sicurezza e responsabilità. La globalizzazione ha profondamente modificato il rapporto tra individuo e Stato-nazione. I confini economici, culturali e tecnologici sono diventati più permeabili; le identità si sono moltiplicate e le appartenenze hanno assunto forme sempre più complesse. Non siamo più necessariamente definiti da un’unica appartenenza territoriale o culturale perchè possiamo sentirci parte di una comunità locale, nazionale, europea e internazionale contemporaneamente. Tuttavia, la trasformazione delle appartenenze non ha cancellato il bisogno di comunità, al contrario, proprio in un mondo sempre più interconnesso, la necessità di riconoscersi in qualcosa di condiviso può diventare ancora più importante. La domanda, quindi, non è se la Patria abbia ancora un significato, ma quale significato siamo disposti ad attribuirle.
La trasformazione delle forze armate e la distanza dalla società civile
Il rapporto tra cittadini e forze armate è cambiato considerevolmente negli ultimi decenni. Durante la Guerra fredda, la difesa territoriale e la prospettiva di un conflitto convenzionale occupavano una posizione centrale nell’organizzazione militare di molti Paesi europei. La leva obbligatoria costituiva, inoltre, un’esperienza che coinvolgeva direttamente una parte significativa della popolazione maschile, rendendo il tema della difesa maggiormente presente nella quotidianità sociale. Con la fine della contrapposizione bipolare, molti eserciti europei hanno progressivamente abbandonato il modello fondato sulla coscrizione obbligatoria, orientandosi verso forze professionali, specializzate, tecnologicamente avanzate e maggiormente impiegate in missioni internazionali. Questa trasformazione ha prodotto conseguenze che non sono soltanto organizzative perchè la difesa è diventata, per una parte consistente della popolazione, un’attività delegata a professionisti. Il cittadino comune non percepisce più necessariamente il proprio coinvolgimento diretto nella sicurezza nazionale e tende a considerare le questioni militari come un ambito distante, riservato alle istituzioni e agli specialisti. Si è così progressivamente ampliata la distanza tra società civile e mondo militare. Questa distanza può generare una contraddizione: si pretende che qualcuno sia pronto a proteggere la comunità, ma si fatica a riconoscere il valore sociale e umano del servizio che svolge. Naturalmente, riconoscere il valore di chi presta servizio non significa rinunciare alla possibilità di discutere criticamente le politiche militari, le missioni internazionali, le scelte di bilancio o le strategie di sicurezza. La critica democratica è legittima e necessaria, ma dovrebbe essere capace di distinguere tra la valutazione delle decisioni politiche e il giudizio sulle persone che, attraverso una scelta professionale, assumono responsabilità e rischi per la collettività.
L’Esercito nelle scuole: tra orientamento, pregiudizio e cultura della difesa
La distanza tra società civile e forze armate emerge con particolare evidenza quando il mondo militare entra in contatto diretto con quello scolastico e formativo. Nell’ottobre 2026, in Emilia-Romagna, si è riaccesa una polemica intorno alle conferenze di orientamento proposte dal Comando Militare dell’Esercito agli istituti scolastici della regione. L’iniziativa prevedeva incontri rivolti agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado: agli alunni del primo biennio sarebbero state illustrate le modalità di accesso e l’offerta formativa delle Scuole Militari, mentre agli studenti delle classi terze, quarte e quinte sarebbero state presentate le opportunità formative e professionali dell’Esercito, comprese quelle dell’Accademia Militare e delle Scuole Sottufficiali. Nell’anno scolastico precedente, secondo i dati riportati nella comunicazione del Comando, gli incontri avevano raggiunto 2.899 studenti sul territorio regionale. La proposta ha suscitato la contrarietà di alcune organizzazioni sindacali e realtà impegnate nel monitoraggio della presenza militare nelle scuole. La FLC-CGIL Emilia-Romagna ha contestato l’utilizzo della scuola pubblica per promuovere le carriere militari, sostenendo che l’istituzione scolastica debba privilegiare l’educazione alla pace, alla cooperazione e alla cittadinanza democratica. Anche USB ha interpretato l’iniziativa come un processo di normalizzazione culturale della guerra e di promozione dell’arruolamento tra i giovani. Sono posizioni che meritano di essere considerate nel dibattito pubblico, ma non in maniera superficiale. La scuola non è un ufficio di reclutamento e il suo compito fondamentale è offrire strumenti di conoscenza, autonomia e pensiero critico, è legittimo interrogarsi sull’età degli studenti coinvolti, sulle modalità di presentazione delle opportunità professionali, sulla pluralità delle prospettive offerte e sulla distinzione tra informazione e promozione, ma proprio perché la questione merita un confronto serio, occorre evitare che la discussione si trasformi in una rappresentazione semplicistica dell’istituzione militare. Presentare le opportunità professionali dell’Esercito non equivale automaticamente a invitare i ragazzi ad arruolarsi. Informare sull’esistenza di un percorso formativo o lavorativo non significa imporre una scelta, né tantomeno indottrinare. La differenza tra orientamento e reclutamento deve essere verificata nelle modalità concrete degli incontri, nei contenuti proposti e nella libertà effettiva degli studenti di aderire o meno. Allo stesso tempo, non si può ignorare la responsabilità educativa della scuola: un incontro di orientamento dovrebbe consentire agli studenti di conoscere una professione senza trasformarsi in una celebrazione acritica di essa, questo principio vale per l’Esercito come per qualsiasi altra istituzione o settore professionale. Tuttavia, c’è un ulteriore aspetto che rischia di rimanere sullo sfondo: la rappresentazione sociale del militare. Nel dibattito pubblico, talvolta, l’Esercito sembra essere ridotto a un insieme di persone desiderose di combattere, di esercitare violenza o di partecipare ad azioni belliche. Una rappresentazione che finisce per sovrapporre l’intera identità militare alla dimensione più brutale della guerra, ma l’Esercito è molto più di questo: è disciplina, nel senso della capacità di rispettare regole, procedure e responsabilità anche quando le circostanze sono difficili; è formazione, perché richiede preparazione continua, competenze tecniche, capacità di valutazione e autocontrollo; è sacrificio, perché comporta rinunce personali, lontananza dagli affetti, disponibilità a operare in contesti complessi e assunzione di rischi; è servizio, perché l’attività militare non si esaurisce nel combattimento, ma comprende anche soccorso, logistica, assistenza, supporto alle popolazioni, gestione delle emergenze e partecipazione a missioni internazionali; è anche, e soprattutto, una scelta consapevole che non dovrebbe essere idealizzata né demonizzata. Una scelta professionale che richiede motivazioni, preparazione, responsabilità e consapevolezza delle conseguenze. Naturalmente, riconoscere queste dimensioni non significa ignorare che l’istituzione militare possiede strumenti coercitivi e che il suo impiego deve rimanere sottoposto al controllo democratico, al diritto e alla responsabilità politica; né significa negare che le operazioni militari possano essere oggetto di critiche, anche profonde, quando emergono violazioni, errori o decisioni discutibili, ma criticare l’impiego delle forze armate non significa disconoscere il valore delle persone che ne fanno parte e riconoscere il valore di queste persone non significa approvare ogni decisione politica o militare. La distinzione è essenziale. Se la scuola deve educare alla pace, deve anche educare alla complessità del mondo. La pace non si costruisce nascondendo l’esistenza dei conflitti, né impedendo agli studenti di conoscere le istituzioni che operano nel campo della sicurezza. Si costruisce fornendo loro strumenti per comprendere la guerra, le sue conseguenze, il diritto internazionale, la prevenzione, la cooperazione e le responsabilità di chi esercita il potere. Un orientamento scolastico realmente pluralista dovrebbe quindi permettere agli studenti di conoscere diverse professioni e diverse prospettive: quelle di chi opera nella difesa, di chi lavora nella diplomazia, di chi si occupa di cooperazione internazionale, di chi interviene nelle emergenze umanitarie e di chi studia la prevenzione dei conflitti. Non si tratta di trasformare la scuola in uno spazio di propaganda militare, bensì di evitare che diventi uno spazio nel quale alcune professioni vengono presentate come moralmente sospette a prescindere dalla loro funzione e dalle persone che le esercitano. C’è una differenza sostanziale tra educare alla pace e educare a una rappresentazione semplificata del mondo, nella quale chi indossa un’uniforme viene automaticamente associato alla guerra e chi manifesta contro il riarmo viene automaticamente associato alla pace. Le intenzioni, le responsabilità e le conseguenze delle azioni devono essere valutate nel loro contesto, non dedotte dall’appartenenza a una categoria. Anche i giovani hanno diritto a conoscere che esistono persone che scelgono di dedicare la propria vita professionale alla difesa e alla sicurezza della collettività, hanno diritto a sapere che dietro una divisa non c’è soltanto un’arma, ma anche una formazione, una struttura di responsabilità, competenze specifiche e, soprattutto, una persona. La cultura della pace non dovrebbe avere paura della conoscenza. Dovrebbe, al contrario, essere abbastanza solida da consentire il confronto con tutte le dimensioni della realtà, comprese quelle che riguardano la difesa. Una scuola che insegna a pensare criticamente non deve suggerire agli studenti quale professione scegliere e quale professione evitare. Deve metterli nelle condizioni di comprendere cosa comporta ogni scelta, quali responsabilità implica e quali valori dovrebbe rispettare, perché la consapevolezza non nasce dall’esclusione di una prospettiva, ma dalla possibilità di conoscerla, interrogarla e valutarla liberamente e consapevolmente.
Le nuove generazioni e il significato del sacrificio
C’è un’altra questione che merita attenzione: il rapporto tra le nuove generazioni e il concetto di sacrificio. In una società sempre più individualizzata, nella quale il successo personale, l’autorealizzazione e la libertà individuale occupano una posizione centrale, il rapporto con la comunità può diventare più fragile. Una domanda che emerge, talvolta anche implicitamente, è questa:
Che cosa mi offre la Patria prima che io possa sacrificarmi per essa?
Non sarebbe corretto liquidare questa domanda come una semplice manifestazione di egoismo. Le nuove generazioni sono cresciute in un contesto caratterizzato da precarietà lavorativa, difficoltà di accesso alla casa, discontinuità economica, sfiducia nelle istituzioni e percezione di una ridotta mobilità sociale.m Chiedere che cosa lo Stato sia disposto a garantire prima di chiedere un sacrificio può essere anche una richiesta di reciprocità, dignità e riconoscimento. Una comunità politica, infatti, non può pretendere responsabilità dai propri cittadini senza assumersi a sua volta le proprie. La Patria ha il dovere di proteggere, rispettare e non abbandonare chi la serve, deve garantire condizioni dignitose, tutela, formazione, riconoscimento e attenzione alle famiglie di coloro che assumono responsabilità particolarmente gravose. Tuttavia, il rapporto tra individuo e comunità non può essere ridotto esclusivamente a uno scambio economico o contrattuale. Il sacrificio non nasce soltanto dalla convenienza, presuppone un legame, un senso di appartenenza, la percezione di far parte di qualcosa che supera il proprio interesse immediato. Non si sacrifica qualcosa per una comunità nella quale non si riconosce alcun valore. E qui emerge una questione più ampia: quanto è ancora forte il nostro senso di responsabilità collettiva? Se la comunità viene percepita soltanto come un insieme di individui che perseguono interessi personali, diventa difficile immaginare un progetto comune. Se, invece, la comunità viene riconosciuta come uno spazio di diritti e doveri reciproci, il sacrificio può assumere un significato diverso: non rinuncia fine a se stessa, ma responsabilità verso ciò che si considera importante.
Le guerre che non vediamo: la sicurezza oltre i confini fisici
Quando parliamo di guerra, tendiamo a immaginare carri armati, bombardamenti, soldati, città distrutte e popolazioni costrette ad abbandonare le proprie case. Questa rappresentazione è comprensibile, perché la guerra armata rimane la manifestazione più evidente e devastante del conflitto. Ma il panorama contemporaneo della sicurezza è più articolato. Esistono forme di pressione e confronto che non comportano necessariamente l’impiego diretto delle armi: sanzioni economiche, attacchi informatici, manipolazione delle informazioni, interferenze nei processi democratici, pressione energetica, competizione tecnologica e campagne di disinformazione. È importante non confondere queste dinamiche con la guerra in senso giuridico e militare. Non ogni sanzione è un atto di guerra, così come non ogni attacco informatico costituisce automaticamente un’aggressione armata. Tuttavia, queste forme di pressione possono incidere profondamente sulla stabilità di uno Stato e sulla vita quotidiana dei suoi cittadini. Si parla, in questo contesto, di conflitti ibridi, nei quali strumenti militari e non militari possono essere combinati per indebolire un avversario, condizionarne le decisioni o comprometterne la capacità di funzionamento. Un attacco alle infrastrutture digitali può compromettere servizi essenziali, la manipolazione informativa può alimentare polarizzazione e sfiducia, la dipendenza energetica può diventare uno strumento di pressione politica e la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento può produrre conseguenze economiche e sociali rilevanti. La sicurezza, dunque, non coincide più soltanto con la protezione dei confini geografici. La difesa di uno Stato riguarda anche le sue infrastrutture, la continuità dei servizi, la capacità di reagire alle crisi, la protezione delle informazioni e la resilienza delle istituzioni. I confini fisici rimangono importanti, ma non sono gli unici confini da proteggere. In questo scenario, parlare di difesa significa interrogarsi su un sistema complesso di vulnerabilità, nel quale la dimensione militare rappresenta una componente, ma non l’unica. Una società sicura non è semplicemente una società dotata di armi. È una società capace di riconoscere i propri punti deboli, prevenire le minacce, proteggere le persone e preservare il funzionamento delle proprie istituzioni.
Potere, violenza e responsabilità democratica
Una riflessione sul rapporto tra pace e difesa non può prescindere da una distinzione importante proposta da Hannah Arendt: quella tra potere e violenza. In On Violence, Arendt distingue il potere, che nasce dalla capacità delle persone di agire insieme e di riconoscersi in un progetto comune, dalla violenza, che rappresenta invece uno strumento e può essere esercitata attraverso mezzi coercitivi. La violenza può imporre, distruggere e costringere, ma non è sufficiente a costruire una legittimità politica duratura, il potere, nella prospettiva arendtiana, trova la propria origine nella pluralità e nell’azione collettiva. Questa distinzione è particolarmente significativa quando si parla di sicurezza. Una comunità non diventa democratica perché possiede un apparato militare efficiente, non diventa libera perché dispone di maggiori capacità coercitive; la sua forza deriva innanzitutto dalla qualità delle istituzioni, dalla partecipazione dei cittadini, dalla fiducia reciproca e dalla possibilità di esercitare i propri diritti. La difesa non crea la comunità e non può sostituirsi alla politica, può però contribuire a preservare le condizioni materiali entro le quali quella comunità continua a esistere e a esercitare la propria libertà. È qui che diventa fondamentale il controllo democratico degli strumenti di difesa. Un sistema militare deve essere sottoposto alla responsabilità delle istituzioni, al rispetto del diritto nazionale e internazionale e a una valutazione costante della propria funzione. Non tutto ciò che viene presentato come necessario alla sicurezza è automaticamente giustificato. La parola sicurezza non può diventare un lasciapassare per qualsiasi spesa, decisione o limitazione dei diritti. Allo stesso modo, la critica alle politiche militari non dovrebbe trasformarsi nella delegittimazione indiscriminata di chi presta servizio. Una democrazia matura deve essere capace di tenere insieme queste due esigenze: il diritto di contestare le scelte del potere e il riconoscimento delle responsabilità di chi opera al servizio della collettività.
Proteggere una comunità anche quando non se ne percepisce il bisogno
A questo punto vorrei porre una domanda a chi si dichiara contrario al riarmo e alle spese militari. Quando osserva un’esercitazione delle forze armate, che cosa vede? Vede soltanto personale militare che si addestra? Vede risorse economiche destinate a un apparato che vorrebbe ridimensionare? Oppure riesce a riconoscere anche persone che si stanno preparando ad affrontare situazioni nelle quali la sicurezza e la vita di altri esseri umani potrebbero dipendere dalla loro capacità di intervenire? Pensiamo, per esempio, a un’esercitazione di carattere sanitario, a una simulazione di evacuazione medica. Non si tratta necessariamente di prepararsi a combattere. Si tratta anche di imparare a soccorrere, evacuare, assistere, coordinare un intervento e salvare vite umane. Le persone a bordo di un elicottero impegnato in un’attività di questo tipo sono lì per una ragione che non è meno nobile di quella che porta un altro cittadino a scendere in piazza per chiedere un’Italia migliore. Non sono due aspirazioni incompatibili. Chi manifesta può farlo perché desidera una società più giusta, più equa, più attenta ai diritti e alle esigenze delle persone mentre chi si addestra può farlo perché, nel momento in cui quella società dovesse essere minacciata, sia possibile proteggerla. Entrambi possono agire, attraverso strumenti diversi, per un interesse che supera quello individuale. Questa distinzione diventa ancora più concreta se pensiamo alla tragedia avvenuta il 29 ottobre 2026 in Bosnia-Erzegovina in cui un elicottero italiano CH-47 Chinook impegnato nell’ambito della missione europea EUFOR Althea, è precipitato durante un’attività addestrativa collegata all’evacuazione medica. Nell’incidente hanno perso la vita quattro militari italiani: due appartenenti all’Esercito, i sergenti Simone Ruggia e Claudio Marchesi, e due appartenenti al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, il tenente Franco Adriano Zecchillo e il sergente Laura Procacci. Altre persone sono rimaste ferite e attualmente le circostanze e le cause dell’incidente sono oggetto degli accertamenti. Queste persone non erano impegnati in un combattimento, non stavano partecipando a un’azione offensiva. Erano coinvolti in un’attività addestrativa connessa a una funzione di soccorso e assistenza, eppure, non sono tornati a casa. La loro morte ci costringe a guardare oltre la rappresentazione astratta delle spese militari e a ricordare che dietro ogni uniforme esistono persone, competenze, responsabilità, famiglie e vite. Non possiamo sapere quali pensieri accompagnassero quelle quattro persone nel momento in cui svolgevano il proprio servizio, non dobbiamo neppure trasformare la loro morte in uno strumento retorico per sostenere qualsiasi politica di riarmo perchè sarebbe una forma di strumentalizzazione del dolore. Possiamo però riconoscere il valore di un’attività che, anche lontano dal territorio nazionale, contribuisce alla sicurezza, alla stabilizzazione e alla protezione delle persone e del territorio. Possiamo riconoscere che l’addestramento non è necessariamente preparazione alla distruzione: può essere anche preparazione al soccorso, alla gestione delle emergenze e alla tutela della vita e possiamo domandarci se, nel dibattito pubblico, non abbiamo progressivamente perso la capacità di distinguere tra la critica legittima a una politica di difesa e il disconoscimento del valore umano e professionale di chi la rende concretamente operativa. Non si tratta di chiedere a tutti di condividere ogni scelta militare, ma di non ridurre le persone a simboli di una posizione ideologica.
Non si tratta di scegliere tra chi manifesta per un’Italia migliore e chi si addestra per proteggerla. Si tratta di comprendere che una società democratica ha bisogno di entrambe le dimensioni.
Il significato di una responsabilità condivisa
Forse il problema più profondo non riguarda soltanto il riarmo, ma il modo in cui abbiamo progressivamente ridefinito il nostro rapporto con la comunità. Abbiamo imparato a parlare molto di diritti individuali, ma non sempre con la stessa intensità di responsabilità collettiva. Abbiamo sviluppato una sensibilità crescente verso la libertà personale, ma talvolta fatichiamo a riconoscere quanto quella libertà dipenda dall’esistenza di istituzioni capaci di proteggerla. Abbiamo costruito società nelle quali la sicurezza viene spesso data per scontata, fino al momento in cui un evento improvviso ci ricorda quanto sia fragile. Questo non significa che dobbiamo vivere nella paura, né che la militarizzazione rappresenti la soluzione a ogni problema. Significa, piuttosto, che dobbiamo recuperare una concezione più ampia della responsabilità. La sicurezza non è soltanto una questione militare. È anche una questione sociale, economica, culturale e politica perchè una società attraversata da disuguaglianze profonde, sfiducia istituzionale, marginalizzazione e conflittualità interna è una società più vulnerabile. Per questo motivo, investire nella difesa non può significare disinvestire nella scuola, nella sanità, nella ricerca, nella protezione sociale e nella qualità della vita dei cittadini. Allo stesso tempo, non possiamo pensare che la costruzione di una società giusta sia sufficiente, da sola, a impedire che soggetti esterni possano minacciarla. La pace richiede una cultura politica, istituzioni credibili, cooperazione internazionale e strumenti di prevenzione, ma richiede anche la consapevolezza che la sicurezza non può essere affidata esclusivamente alla buona volontà degli altri. Il punto di equilibrio non è semplice e probabilmente non può essere raggiunto attraverso slogan. Richiede un confronto serio sulle priorità di bilancio, sulla trasparenza delle decisioni, sulla capacità operativa delle forze armate, sulle alleanze internazionali, sulla prevenzione dei conflitti e sulla tutela dei diritti e richiede, soprattutto, di non confondere il desiderio di pace con la rinuncia a ogni forma di responsabilità.
Conclusione: una Patria da costruire e da proteggere
Una Patria non è soltanto un territorio da difendere. È una comunità di persone, una memoria condivisa, un sistema di diritti e doveri, uno spazio nel quale ciascuno dovrebbe poter immaginare il proprio futuro. Per questo motivo, costruire un’Italia migliore e proteggerla non sono due progetti antagonisti. Possiamo discutere di riarmo senza essere militaristi ed essere contrari a determinate spese militari senza però disconoscere il valore delle forze armate. Possiamo desiderare la pace senza ignorare la necessità della difesa e manifestare per cambiare il nostro Paese riconoscendo chi si prepara a proteggerlo. La vera contraddizione, forse, sarebbe pretendere di vivere in una comunità sicura senza interrogarsi su chi, come e con quali strumenti debba garantirne la sicurezza. Non dobbiamo trasformare il sacrificio in un obbligo romantico, né la divisa in un simbolo intoccabile, ma non possiamo neppure dimenticare che esistono persone che assumono responsabilità e rischi affinché altri possano continuare a vivere, lavorare, manifestare, dissentire e costruire il proprio futuro. Una società democratica deve saper proteggere anche il diritto di contestare chi la protegge e , allo stesso tempo, deve saper riconoscere il valore di chi si mette al servizio della collettività. Perché un’Italia migliore non si costruisce soltanto attraverso ciò che chiediamo allo Stato, ma anche attraverso ciò che siamo disposti a fare gli uni per gli altri.
Costruire la pace e prepararsi a proteggere la comunità non sono necessariamente due responsabilità in conflitto. Possono essere due espressioni della stessa idea di appartenenza.
Bibliografia essenziale
- Anderson, B. (1983). Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism. London: Verso.
- Arendt, H. (1958). The Human Condition. Chicago: University of Chicago Press.
- Arendt, H. (1970). On Violence. New York: Harcourt Brace.
- Hobbes, T. (1651/1996). Leviathan. R. Tuck (Ed.). Cambridge: Cambridge University Press.
- Kaldor, M. (2012). New and Old Wars: Organized Violence in a Global Era (3rd ed.). Stanford: Stanford University Press.
- Ricoeur, P. (1990). Soi-même comme un autre. Paris: Éditions du Seuil.

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