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Francesco Mancini NOTIZIE Politica e Scienze Politiche

Il diritto di voto non può dipendere dalla residenza, serve una legge elettorale per i cittadini fuori sede

Il diritto di voto non può dipendere dalla residenza: una legge elettorale per i cittadini fuori sede

Francesco Mancini

Abstract: La progressiva diminuzione della partecipazione elettorale in Italia impone di interrogarsi non soltanto sulle cause politiche e sociali dell’astensionismo, ma anche sugli ostacoli materiali che possono rendere più difficile l’esercizio del voto. Tra questi assume particolare rilievo la condizione dei cittadini fuori sede, chiamati spesso a sostenere costi economici e organizzativi significativi per rientrare nel comune di residenza. La sperimentazione introdotta per le elezioni europee del 2024 ha mostrato la possibilità di separare il luogo materiale di espressione del voto dal territorio elettorale di appartenenza, aprendo la strada a una disciplina più stabile. In una società caratterizzata da crescente mobilità per studio e lavoro, la riforma della legge elettorale dovrebbe quindi considerare il voto fuori sede come uno strumento di effettività del diritto costituzionale e di riduzione degli ostacoli alla partecipazione.

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Una democrazia nella quale la partecipazione si è progressivamente ridotta

La discussione sulla riforma della legge elettorale italiana tende tradizionalmente a concentrarsi sul modo in cui i voti vengono trasformati in seggi, sul rapporto tra rappresentanza e governabilità, sulle soglie di accesso, sulle coalizioni e sulla possibilità per gli elettori di incidere direttamente sulla scelta dei propri rappresentanti, mentre minore attenzione viene spesso riservata a una questione logicamente precedente, costituita dalla necessità di garantire che tutti i cittadini che intendono partecipare siano posti nelle condizioni concrete di esercitare il proprio diritto senza incontrare ostacoli economici, territoriali o organizzativi sproporzionati.

La questione assume una particolare rilevanza se osservata alla luce dell’andamento della partecipazione elettorale italiana nel lungo periodo. Alle elezioni politiche del 1976 si recò alle urne oltre il 93 per cento degli aventi diritto, in una fase storica nella quale la partecipazione al voto rappresentava ancora un comportamento largamente maggioritario e trasversale nella società italiana; nei decenni successivi il dato ha conosciuto una progressiva erosione, fino al 72,93 per cento registrato alla Camera nelle elezioni del 2018 e al 63,91 per cento delle politiche del 2022. Il confronto tra queste percentuali non può naturalmente spiegare, da solo, le trasformazioni intervenute nel rapporto tra cittadini e politica, ma rende evidente l’esistenza di una tendenza strutturale che sarebbe riduttivo interpretare come una semplice successione di oscillazioni contingenti.

Le cause di questa progressiva disaffezione sono molteplici e riguardano la crisi delle tradizionali appartenenze politiche, l’indebolimento dei partiti come organizzazioni di partecipazione collettiva, la crescente volatilità elettorale, la sfiducia nei confronti delle istituzioni e la percezione, diffusa in una parte della società, di una minore capacità della politica di incidere concretamente sulle condizioni della vita individuale e collettiva. Sarebbe pertanto semplicistico sostenere che una diversa organizzazione delle procedure elettorali possa risolvere il problema dell’astensionismo, ma proprio l’ampiezza e la complessità del fenomeno rendono ancora meno comprensibile la permanenza di ostacoli materiali che potrebbero essere rimossi senza modificare né la libertà dell’elettore né le garanzie fondamentali del procedimento democratico.

Non tutto l’astensionismo esprime la stessa scelta

L’astensione, infatti, non costituisce un comportamento politicamente omogeneo, perché all’interno della crescente quota di cittadini che non partecipano alle consultazioni convivono fenomeni profondamente differenti: vi sono coloro che scelgono consapevolmente di non votare come forma di protesta, quanti non riconoscono nelle offerte politiche disponibili una proposta sufficientemente rappresentativa, coloro che hanno progressivamente perduto interesse per la partecipazione politica e, accanto a queste categorie, cittadini che potrebbero essere disponibili a esercitare il proprio diritto ma incontrano difficoltà concrete derivanti dalla distanza dal comune nel quale risultano iscritti nelle liste elettorali.

La distinzione è essenziale, perché una democrazia liberale deve riconoscere pienamente anche la libertà del cittadino di non partecipare, senza trasformare l’esercizio del voto in un obbligo sostanziale, ma deve contemporaneamente evitare che alla scelta volontaria dell’astensione venga assimilata la rinuncia determinata, o comunque favorita, da ostacoli economici e organizzativi. Il problema istituzionale non consiste pertanto nel costringere chi non vuole votare a recarsi alle urne, ma nel garantire che chi desidera farlo non debba sostenere costi e difficoltà significativamente maggiori soltanto perché studia o lavora lontano dal proprio luogo di residenza.

Il precedente delle elezioni europee del 2024

Un primo superamento di questa impostazione tradizionale si è verificato in occasione delle elezioni europee dell’8 e 9 giugno 2024, quando l’ordinamento italiano ha introdotto, in via sperimentale, la possibilità per gli studenti fuori sede di votare senza rientrare necessariamente nel proprio comune di residenza. La disciplina, introdotta dal decreto-legge n. 7 del 2024 e successivamente convertita nella legge n. 38 dello stesso anno, riguardava gli elettori che per motivi di studio si trovavano temporaneamente domiciliati, per almeno tre mesi, in una regione diversa da quella del comune nel quale erano iscritti nelle liste elettorali.

La sperimentazione prevedeva modalità differenti in relazione alla collocazione territoriale dello studente: chi si trovava temporaneamente in un comune appartenente alla medesima circoscrizione elettorale poteva votare nel comune di domicilio, mentre per coloro che vivevano in una circoscrizione differente venivano istituite sezioni speciali nei capoluoghi di regione, preservando in questo modo il collegamento tra l’elettore e le liste della propria circoscrizione di origine.

Le richieste regolarmente presentate furono 23.734, delle quali 21.166 provenienti da studenti domiciliati al di fuori della propria circoscrizione elettorale e 2.568 da studenti temporaneamente domiciliati all’interno della stessa circoscrizione del comune di residenza. Il dato, pur non potendo essere assunto come misura complessiva della popolazione studentesca fuori sede, dimostrò concretamente l’esistenza di una domanda di partecipazione alla quale il sistema elettorale tradizionale non era precedentemente in grado di rispondere senza imporre il ritorno nel luogo di residenza.

L’importanza dell’esperimento del 2024 risiede soprattutto nel precedente istituzionale che ha determinato, perché per la prima volta è stato applicato su scala nazionale il principio secondo il quale il luogo materiale nel quale viene espresso il voto può essere distinto, attraverso adeguate garanzie amministrative, dal territorio elettorale al quale quel voto deve essere attribuito. Il Ministero dell’Interno presentò espressamente l’intervento come una sperimentazione finalizzata anche a verificare le procedure e gli eventuali problemi tecnici, organizzativi e amministrativi di un sistema destinato ad agevolare la partecipazione senza compromettere sicurezza e segretezza del voto.

Dalla sperimentazione a una disciplina generale

Proprio l’esperienza del 2024 rende oggi meno convincente l’idea che il voto fuori sede costituisca un problema tecnicamente insuperabile, perché l’amministrazione elettorale italiana ha già sperimentato procedure attraverso le quali identificare preventivamente gli elettori interessati, assegnarli a sezioni differenti da quelle di iscrizione e consentire loro di esprimersi sulle liste della circoscrizione di appartenenza, preservando contemporaneamente l’unicità e la segretezza del voto.

Una riforma organica dovrebbe quindi partire da questa esperienza per costruire una disciplina stabile e non più eccezionale, estendendo il principio oltre la sola condizione studentesca e considerando anche quei cittadini che trascorrono periodi significativi lontano dal comune di residenza per ragioni di lavoro, formazione o altre esigenze oggettivamente documentabili. La questione non consiste necessariamente nel riprodurre in maniera identica il modello sperimentato nel 2024, che può essere semplificato e perfezionato, ma nel riconoscere definitivamente il principio secondo il quale la mobilità territoriale non dovrebbe tradursi in una penalizzazione nell’esercizio dei diritti politici.

Una riforma elettorale che parta dagli elettori

La diminuzione dell’affluenza registrata nel corso degli ultimi decenni dovrebbe indurre a considerare la partecipazione non soltanto come un comportamento individuale, ma anche come una responsabilità istituzionale, perché se appartiene esclusivamente al cittadino la decisione finale di recarsi o meno alle urne, appartiene invece allo Stato il compito di organizzare il procedimento elettorale in maniera tale da rendere quella decisione concretamente esercitabile nelle condizioni più ampie compatibili con la sicurezza e la regolarità del voto.

Una riforma della legge elettorale dovrebbe quindi occuparsi non soltanto della distribuzione dei seggi e della formazione delle maggioranze, ma anche delle condizioni nelle quali il cittadino partecipa alla loro determinazione, perché discutere della rappresentanza senza interrogarsi sull’accessibilità del voto rischia di affrontare soltanto una parte del problema democratico.

Il voto fuori sede non rappresenterebbe certamente la soluzione alla crisi della partecipazione italiana, le cui cause sono molto più profonde e investono il rapporto tra società, partiti e istituzioni, ma costituirebbe una risposta concreta a una contraddizione ormai difficilmente sostenibile: in una società nella quale studio e lavoro richiedono una mobilità sempre maggiore, l’esercizio di un diritto costituzionale fondamentale non dovrebbe continuare a dipendere dalla possibilità economica e materiale di tornare nel proprio comune di residenza nel giorno delle elezioni.

La democrazia deve rispettare chi sceglie liberamente di non votare, ma proprio per questa ragione deve essere altrettanto rigorosa nel garantire che l’astensione sia effettivamente una scelta e non la conseguenza di un ostacolo che le istituzioni avrebbero potuto rimuovere.


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