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Diritto Massimiliano Mancini NOTIZIE

LA TERZIETÀ DEL GIUDICE E LA RIFORMA: INTERVISTA A MARCO TAMBURRINO, Massimiliano Mancini

Le ragioni del Sì al referendum spiegate dal GIP/GUP di Trento

Massimiliano Mancini

Abstract: Nel quadro del dibattito referendario sulla riforma della giustizia, il contributo propone l’analisi della prospettiva di un magistrato giudicante, con particolare riferimento ai temi della separazione delle carriere, della terzietà del giudice e della riforma del Consiglio Superiore della Magistratura. Attraverso l’intervista al GIP/GUP Marco Tamburrino, vengono esaminati i profili costituzionali ed etici della riforma, mettendo in discussione la tesi secondo cui essa comporterebbe un assoggettamento della magistratura al potere politico. L’argomentazione si concentra sul rafforzamento della terzietà, sulla distinzione funzionale tra pubblico ministero e giudice nel processo accusatorio e sulla necessità di ridurre il peso delle dinamiche correntizie all’interno dell’autogoverno. Il contributo si inserisce in un percorso di confronto tecnico-giuridico volto a offrire ai lettori strumenti di comprensione consapevole delle implicazioni istituzionali della riforma, al di fuori di schematismi ideologici, valorizzando il ruolo della giurisdizione come funzione esercitata in autonomia, indipendenza e responsabilità costituzionale.

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Marco Tamburrino è Giudice per le Indagini Preliminari (GIP) e Giudice dell’Udienza Preliminare (GUP) presso il Tribunale di Trento. Nel suo ruolo svolge una funzione di garanzia nel procedimento penale, valutando la legittimità degli atti d’indagine, le richieste cautelari e l’accesso al giudizio, con attenzione ai principi di terzietà, imparzialità e tutela dei diritti fondamentali.


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GLI ALTRI INTERVENTI

MAGISTRATURA TRA INDIPENDENZA E RIFORMA: INTERVISTA AD ANNALISA IMPARATO

LA PUBBLICA ACCUSA NELLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA: INTERVISTA A GIUSEPPE BELLELLI


In un contesto in cui raramente vengono spiegate con chiarezza le conseguenze concrete del voto, la nostra testata prosegue un percorso di approfondimento tecnico-giuridico orientato non alla propaganda, ma alla comprensione. Perché una riforma della giustizia non può essere trattata come un referendum d’opinione: è una decisione che modifica equilibri, ruoli e responsabilità. La nostra rivista ha scelto di dare voce agli operatori del diritto e in particolare alle parti del processo penale per affrontare il tema del referendum in maniera tecnica e scevra dalle posizioni ideologiche e politiche per non ridurre il dibattito a un confronto ideologico tra “favorevoli” e “contrari” in maniera dogmatica.

Dopo aver raccolto le opinioni di magistrati inquirenti — i pubblici ministeri, titolari dell’azione penale e della pubblica accusa — questa intervista si concentra sulla prospettiva di un magistrato giudicante: un giudice chiamato a decidere sulla responsabilità dell’imputato, tra le istanze dell’accusa e quelle della difesa, nel cuore del principio di terzietà.

Il dialogo con il GIP/GUP Marco Tamburrino si colloca in uno spazio critico in cui l’obiettivo non è delegittimare la magistratura, né difenderla in modo corporativo.

Massimiliano Mancini: «In che modo la separazione delle carriere, che di fatto già oggi è limitata, sarebbe eticamente e costituzionalmente sbagliata e in che modo se ne pregiudicherebbe l’autonomia e l’indipendenza, considerato che giudice e pubblico ministero sono due professioni diverse e i loro ruoli dovrebbero essere ben distinti come quello del difensore?»

Marco Tamburrino: «Da magistrato mi permetto di osservare quanto alla riforma, che non vi è con l’eventuale approvazione referendaria alcun rischio di assoggettamento della magistratura alla politica, non trovando nel testo di legge alcun riferimento in tal senso, come sponsorizzato dai fautori del no. Il riferimento più volte citato dal Ministro Nordio della utilità della riforma anche alla sinistra era ed è, verosimilmente, riferito al fatto di cercare il più possibile di avere giudici “laici”, liberi e sereni nell’esercizio della giurisdizione, senza alcuna inclinazione alla gestione “politica”, nell’esercizio della funzione, con eventuale influenza anche correntizia. Il giudice, per me, deve rispondere anzitutto alla sua coscienza nel difficile ed affascinante mestiere che facciamo, essendo soggetto solo ed esclusivamente alla legge, che deve applicare, avendo giurato sulla Costituzione in tal senso. Non ci possono, quindi, essere altre “dipendenze” ideologiche del magistrato, qualunque esse siano, che possono disorientare il suo giudizio. Il giudice deve essere libero da qualsiasi influenza in tal senso portando l’eventuale approvazione referendaria una ventata di aria fresca e dí indipendenza alla categoria che credo sia utile a tutti compresi i cittadini. Nella storia repubblicana degli ultimi 30 anni, quanti processi in tal senso sono stati fatti che poi si sono notevolmente sgonfiati? Non dico con questo, che non si debba controllare l’operato dei colletti bianchi, ma che il tutto deve essere fatto nella giusta, menzionata visione “laica”. Quella è la stortura che si vuole correggere con la riforma e dare al giudice la terzieta’ assoluta, necessaria per giudicare al meglio nell’ottica della piena attuazione del processo accusatorio, creando una più corretta cultura della giurisdizione. Il pm che aveva la stessa carriera del giudice aveva un senso, infatti, nel precedente codice di rito non tanto nell’attuale. Non credo che neanche i componenti togati attuali del CSM né’ quelli sorteggiati, se passasse la riforma, devono avere una responsabilità “politica”, perché allora mi si direbbe, che sono lì non tanto per la gestione dei magistrati e del loro ordinamento, quanto per altre finalità, cosa che non penso affatto che la normativa attuale preveda. Non penso,neanche, che i componenti del CSM devono avere un ruolo di tipo “politico”, o di rappresentanza in tal senso perché non mi pare siano lì per fare quello. Vero che non si eliminano con il sorteggio le correnti, ci mancherebbe, ma forse si evitano determinati “inconvenienti”che in passato abbiamo visto e che non reputo corretti. Il tutto non penso che ci ha reso credibili all’opinione pubblica. E non penso sia il male assoluto il sorteggio, se non si è riusciti a gestire normalmente, in passato il tutto. Semmai ora chi non è iscritto a correnti si trova a subirne le conseguenze, cosa che non trovo anche questa giusta. Il sistema di pesi e contrappesi e come organo di garanzia del Csm lo ha descritto molto bene il prof. Cassese in un ordinamento, però, che,in origine, doveva e dovrebbe vedere ancora oggi, a mio modesto avviso, la magistratura non orientata verso la politica ed in netta contrapposizione con questa, non avendo i magistrati che siedono al CSM funzione di rappresentanza politica contro il governo. È il fatto che credo che come qualcuno ha detto e su cui concordo, talora, si è andati oltre la funzione giurisdizionale ed ordinamentale svolta dal CSM, che rende necessario mantenere ben chiara sia la separazione dei poteri, che la distinzione tra Pubblico Ministero e giudice»


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