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QUANDO LA VIOLENZA HA LE CHIAVI DI CASA, Silvia Zaghi

La violenza domestica come emergenza relazionale, giuridica e culturale: dalla Camera dei deputati una riflessione sulla prevenzione prima che il conflitto diventi tragedia

Silvia Zaghi

Abstract: Il convegno “Quando la violenza ha le chiavi di casa”, ospitato oggi alla Camera dei deputati, richiama l’attenzione su una delle forme più insidiose della violenza di genere e relazionale: quella che non irrompe dall’esterno, ma nasce dentro lo spazio domestico, affettivo e familiare. La casa, luogo simbolico della protezione, può trasformarsi in ambiente di controllo, isolamento, sopraffazione psicologica, economica e fisica. L’iniziativa si inserisce nel percorso della Campagna Antiviolenza Nazionale 2026 promossa dall’associazione “Per Marta e Per Tutte ETS”, dalla presidente Angela Speranza Russo di Tutela Donne e da una rete di realtà impegnate nella tutela delle donne e delle vittime vulnerabili. Il presente contributo analizza il significato sociale e giuridico dell’iniziativa, evidenziando la necessità di spostare il baricentro dalla sola repressione penale alla prevenzione precoce, al riconoscimento dei segnali, alla formazione degli operatori, alla protezione effettiva delle vittime e alla costruzione di una cultura relazionale fondata su responsabilità, libertà e dignità.

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La casa come luogo ambiguo della sicurezza

Il convegno “Quando la violenza ha le chiavi di casa”, si è svolto oggi dalle 13:00 alla sala stampa della Camera dei Deputati. Il titolo contiene già una tesi forte: la violenza più difficile da riconoscere non è sempre quella che arriva da uno sconosciuto, ma quella che abita lo stesso spazio della vittima, condivide la quotidianità, conosce le fragilità, controlla i tempi, le relazioni, il denaro, i silenzi.

La casa, nella rappresentazione sociale ordinaria, è il luogo della protezione, lo spazio in cui il soggetto dovrebbe potersi sottrarre alla minaccia esterna, ricostruire la propria intimità, esercitare libertà e fiducia, eppure proprio la dimensione domestica può diventare il luogo più difficile da denunciare, perché la violenza si confonde con l’abitudine, con la dipendenza affettiva, con il ricatto economico, con la paura di non essere creduti, con il timore di perdere figli, casa, stabilità, reputazione.

L’espressione “la violenza ha le chiavi di casa” rompe questa illusione protettiva e dice che il pericolo può essere interno alla relazione e che l’aggressore non sempre si presenta con il volto dell’estraneo ma troppe volte è il partner, l’ex partner, il familiare, la persona che ha avuto accesso alla vita affettiva della vittima prima ancora che al suo spazio fisico.

Dal fatto privato alla responsabilità pubblica

Uno dei meriti principali di iniziative come quella di oggi è sottrarre la violenza domestica alla dimensione del “fatto privato”. Per molto tempo, la violenza nelle relazioni familiari è stata culturalmente minimizzata come conflitto di coppia, lite domestica, questione sentimentale, problema interno alla famiglia e questa lettura è ancora oggi pericolosa, perché trasforma l’abuso in incomprensione, il controllo in gelosia, l’isolamento in protezione, la sopraffazione in carattere difficile.

La campagna nazionale “Quando la violenza ha le chiavi di casa” è stata presentata nei mesi scorsi come iniziativa promossa dall’avvocatessa Angela Speranza Russo, presidente dell’Associazione “Per Marta e Per Tutte ETS” e Tutela Donne, in sinergia con Anna Silvia Angelini, presidente di AIDE Nettuno APS, con l’obiettivo di affrontare la violenza domestica e relazionale, in particolare nelle sue forme meno visibili.  

La presenza di questo tema in sede parlamentare ha dunque un valore simbolico e politico poiché significa riconoscere che la violenza domestica non è un episodio marginale o residuale, ma un fenomeno strutturale che riguarda il modo in cui una società organizza potere, affetti, dipendenza economica, educazione sentimentale, protezione delle vittime e responsabilità degli autori.

La violenza invisibile prima della violenza manifesta

La violenza domestica raramente comincia con l’episodio più grave, prima dell’aggressione fisica, spesso si sviluppa una grammatica della dominazione fatta di controllo del telefono, limitazione delle amicizie, svalutazione costante, minacce indirette, ricatti economici, isolamento progressivo, sorveglianza digitale, manipolazione dei figli, alternanza tra paura e falsa riconciliazione.

È questa la zona più difficile da intercettare poiché la vittima può non riconoscere subito ciò che sta vivendo, può normalizzare il comportamento abusante, può sentirsi responsabile del conflitto, può temere di non avere alternative e per questo, la prevenzione non può limitarsi all’invito generico a denunciare. Denunciare è essenziale, ma presuppone che la vittima abbia già riconosciuto la violenza, abbia trovato parole per nominarla e abbia percepito l’esistenza di una rete credibile di protezione.

Quindi, come si è evidenziato nel dibattito, si deve intervenire sul riconoscimento delle forme di violenza invisibili e normalizzate, indicando dinamiche di controllo, isolamento, violenza psicologica ed economica come segnali che precedono e accompagnano spesso le forme più evidenti dell’abuso perché la violenza domestica non è solo un problema penale ma è anche un problema cognitivo, culturale e relazionale. Prima di poter essere contrastata, deve essere vista.

Prevenire significa costruire reti prima dell’emergenza

La prevenzione reale non coincide con la sola repressione successiva, la risposta penale è indispensabile quando il reato si è consumato o quando il rischio è attuale, ma da sola non basta. Se la società interviene solo quando la violenza esplode, arriva spesso troppo tardi, la prevenzione richiede invece la capacità di riconoscere i segnali, proteggere tempestivamente, coordinare le istituzioni, formare operatori e costruire fiducia nei luoghi in cui la vittima può chiedere aiuto.

Questo significa rafforzare il collegamento tra centri antiviolenza, forze di polizia, servizi sociali, sanità, scuola, magistratura, avvocatura, psicologi, enti locali e associazioni. Nessuno di questi soggetti, da solo, può reggere l’intero peso del fenomeno poiché la violenza domestica è un sistema di controllo e, per questo, richiede un sistema di protezione.

Il rischio più grave è la frammentazione: la spesso vittima racconta un pezzo della propria storia a un medico, un altro a un’assistente sociale, un altro ancora a un’amica, un altro alle forze dell’ordine. Se questi frammenti non vengono letti insieme, il pericolo resta sottovalutato. La prevenzione, allora, è anche capacità istituzionale di connettere informazioni, competenze e responsabilità, evitando che ogni soggetto veda soltanto una parte del problema.

La dimensione giuridica: proteggere senza attendere l’irreparabile

Sul piano giuridico, la violenza domestica chiama in causa il diritto penale, il diritto di famiglia, il diritto minorile, il diritto del lavoro, le misure di protezione, gli strumenti cautelari, la valutazione del rischio e il sostegno alle vittime, per questa ragione all’evento sono stati invitati come relatori figure esperte con competenze differenziate per cercare di capire quanto il sistema sia capace di intervenire prima dell’irreparabile.

Una legislazione efficace non deve limitarsi ad aumentare pene o introdurre nuove fattispecie se poi non garantisce tempi rapidi, protezione effettiva, ascolto qualificato, percorsi di uscita e sostegno materiale. Una donna può anche denunciare, ma se resta senza casa, senza reddito, senza rete familiare, senza protezione per i figli e senza fiducia nelle istituzioni, la denuncia può diventare un passaggio drammaticamente fragile.

Il diritto, in questa materia, non può essere solo sanzione, deve essere infrastruttura di libertà che consenta alla vittima di sottrarsi al controllo senza precipitare in una nuova vulnerabilità. Per questo sono centrali il gratuito patrocinio, la protezione economica, i percorsi abitativi, il sostegno psicologico, la presa in carico dei figli e la continuità degli interventi.

I figli e gli orfani di femminicidio: la violenza che continua

Ogni riflessione sulla violenza domestica resta incompleta se non considera i minori. I figli che assistono alla violenza non sono spettatori esterni ma sono vittime e anche quando non subiscono direttamente percosse, vivono dentro un clima di paura, imprevedibilità, colpa e frattura dell’affidamento primario. La violenza assistita incide sulla costruzione della sicurezza emotiva, sulla percezione delle relazioni, sulla fiducia negli adulti e sulla capacità futura di nominare il rispetto.

Ancora più radicale è la condizione degli orfani di femminicidio. In loro la violenza produce una doppia perdita: la madre viene uccisa e il padre, nella maggior parte dei casi, viene perduto come figura affettiva e giuridica perché autore del delitto. La rete associativa richiamata nella campagna comprende anche realtà impegnate sul tema degli orfani di femminicidio, a conferma della necessità di guardare alla violenza domestica non come episodio individuale, ma come trauma che investe intere genealogie familiari.

Proteggere le donne significa dunque proteggere anche i figli, interrompere la trasmissione intergenerazionale della violenza, impedire che il trauma diventi linguaggio ordinario delle relazioni.

Una questione culturale prima ancora che emergenziale

La violenza domestica non nasce dal nulla, essa si alimenta in una cultura che ancora fatica a distinguere amore e possesso, gelosia e controllo, conflitto e abuso, famiglia e dominio. La prevenzione deve quindi entrare nella scuola, nella comunicazione pubblica, nella formazione professionale, nei luoghi di lavoro, nello sport, nei media e nelle comunità locali.

Educare al rispetto non significa produrre slogan rassicuranti ma insegnare il limite e far comprendere che nessuna relazione autorizza il controllo della libertà altrui, che il rifiuto non è un’offesa da vendicare, che la fine di una relazione non è una perdita di proprietà, che il corpo, il tempo, il telefono, il denaro, le amicizie e la vita di una persona non appartengono a chi dice di amarla.

La casa può tornare a essere luogo di sicurezza solo se la società impara a riconoscere quando diventa luogo di prigionia e questa è la sfida più difficile: non limitarsi a indignarsi dopo il femminicidio, ma intervenire quando la violenza è ancora travestita da normalità.

Quando lo Stato entra nella casa senza violarla

Quando la violenza ha le chiavi di casa” non è solo un titolo efficace ma una formula che costringe a guardare la violenza nel luogo in cui più spesso viene negata. Il convegno alla Camera ha il merito di riportare il tema nella sede della rappresentanza nazionale, ricordando che la protezione delle vittime non è questione privata, ma responsabilità pubblica.

L’intervento in collegamento della figlia della prima vittima di femminicidio ha fatto calare un silenzio rispettoso e riflessivo. Lo Stato deve entrare nella casa non per violare l’intimità delle persone ma per impedire che l’intimità venga trasformata in dominio con leggi efficaci, operatori formati, risorse adeguate, reti territoriali, ascolto qualificato, protezione economica e culturale, capacità di leggere il rischio prima che diventi tragedia.

La violenza domestica è una delle forme più gravi di tradimento della fiducia e per questo richiede una risposta che non sia soltanto repressiva, ma ricostruttiva: restituire alla vittima parola, autonomia, sicurezza, casa, futuro. La vera prevenzione comincia quando una società smette di chiedere alla vittima perché non se ne sia andata prima e inizia a chiedersi perché non sia stata aiutata in tempo.


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