Le ragioni del No al referendum spiegate dal procuratore capo di Pescara

Abstract: Proseguendo nell’approfondimento della riforma della giustizia dando spazio esclusivamente a voci tecniche, per offrire ai lettori un’analisi giuridica e non ideologica in vista del prossimo referendum, dopo una precedente intervista favorevole alla riforma, questo contributo propone una lettura di segno opposto, con l’obiettivo di costruire un confronto comparativo centrato su principi costituzionali, garanzie processuali e credibilità delle istituzioni. Nell’intervista, il procuratore capo Giuseppe Bellelli risponde alle domande di Massimiliano Mancini approfondendo tre snodi cruciali: la separazione delle carriere e il rischio di alterare l’equilibrio tra indipendenza e terzietà; l’ipotesi di estrazione a sorte del CSM. Un dialogo che mira a riportare il dibattito sul terreno della razionalità giuridica, dove la scelta democratica può essere informata e consapevole.
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Giuseppe Bellelli è Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Pescara. Magistrato con consolidata esperienza nell’ambito dell’azione penale e dell’organizzazione giudiziaria. Profilo LinkedIn
GLI ALTRI INTERVENTI
MAGISTRATURA TRA INDIPENDENZA E RIFORMA: INTERVISTA AD ANNALISA IMPARATO
LA TERZIETÀ DEL GIUDICE E LA RIFORMA: INTERVISTA A MARCO TAMBURRINO
La nostra rivista ha scelto di affrontare questi temi dando spazio esclusivamente a voci tecniche e a soggetti che esercitano le parti processuali in modo da affrontare i temi centrali della riforma della giustizia con un approccio squisitamente giuridico per evitare di ridurre una materia complessa a una mera contrapposizione ideologica che non aiuta a scegliere cosa votare al prossimo referendum.
Dopo una precedente intervista che ha sostenuto posizioni favorevoli alla riforma, pubblichiamo oggi un contributo di segno opposto, con l’obiettivo di offrire ai lettori un quadro più completo e comparativo. Non per alimentare polarizzazioni, ma per mettere a fuoco ciò che conta davvero: l’equilibrio tra autonomia della magistratura, garanzie costituzionali, tutela dei diritti e credibilità delle istituzioni.
In questa intervista il procuratore capo Giuseppe Bellelli risponde alle domande di Massimiliano Mancini approfondendo come potrebbe variare il ruolo della pubblica accusa attraverso tre snodi centrali: la separazione delle carriere, l’ipotesi di estrazione a sorte del CSM e l’istituzione del Gran Giurì disciplinare, evidenziandone criticità e implicazioni sul piano costituzionale e sistemico.
1. La separazione delle carriere: indipendenza e terzietà
Massimiliano Mancini: «In che modo la separazione delle carriere, che di fatto già oggi è limitata, sarebbe eticamente e costituzionalmente sbagliata e in che modo se ne pregiudicherebbe l’autonomia e l’indipendenza, considerato che giudice e pubblico ministero sono due professioni diverse e i loro ruoli dovrebbero essere ben distinti come quello del difensore?»
Giuseppe Bellelli: «La professione dei giudici e dei pubblici ministeri è la medesima, fortunatamente: sono tutti magistrati che operano a fini di giustizia, per accertare se un reato è stato commesso e da chi, e quale sanzione debba essere comminata a chi risulta colpevole all’esito del processo. Il tutto avviene nell’osservanza della legge processuale e penale, ed entro il perimetro di due principi costituzionali che non sono neppure nella disponibilità delle parti processuali: il diritto di difesa e l’obbligatorietà dell’azione penale. L’unico richiamo all’etica, per rispondere alla domanda, che trovo pertinente al tema, è quello di un’etica comune: il PM non è un antagonista processuale né un “avvocato dell’accusa”; non cerca la colpevolezza, ma la verità processuale — inevitabilmente relativa e fallibile — quanto più possibile ragionevole e accettabile. La separazione, peraltro, esiste già: soltanto lo 0,3% dei circa 10.000 magistrati effettua il passaggio di carriera. La nuova legge non vieterà i passaggi di carriera tra giudici e PM, né imporrà concorsi separati. Al contrario, la nuova legge prevede che: i PM potranno essere giudici in Cassazione; giudici e PM faranno parte della stessa Corte disciplinare; il PM continuerà a sostenere l’accusa nel procedimento disciplinare contro i giudici.»
- L’estrazione a sorte del CSM: ridurre le correnti senza indebolire l’autonomia
Massimiliano Mancini: «Perché togliere valore politico alle correnti con l’estrazione a sorte del CSM sarebbe contro l’autonomia della magistratura, considerato che la Costituzione prevede l’indipendenza della magistratura dalla politica e permette di limitare il diritto di iscrizione ai partiti politici per i magistrati?»
Giuseppe Bellelli: «Premesso che la libertà di associazione è garantita a tutti i cittadini, l’estrazione a sorte elimina la rappresentatività dell’organo di autogoverno dei magistrati e, dunque, ne riduce l’autorevolezza. Sarebbe come stabilire che i consigli comunali, regionali o lo stesso Parlamento venissero estratti a sorte. Il meccanismo previsto dalla controriforma è, inoltre, un sorteggio “di facciata” che finisce per consegnare il CSM ai componenti eletti dal Parlamento: i partiti eleggono i membri laici, mentre giudici e pubblici ministeri verrebbero estratti a sorte tra circa 10.000 magistrati. In ogni caso, non si elimina il rischio che anche tra i sorteggiati si formino cordate e centri di interesse, per giunta occulti o non riconoscibili, contigui alla politica o ad altri centri di potere.»
- Il Gran Giurì disciplinare: autonomia e percezione di imparzialità
Massimiliano Mancini: «Quale rischio ci sarebbe con l’istituzione del Gran Giurì disciplinare, considerando che comunque sarebbe composto dagli stessi magistrati?»
Giuseppe Bellelli: «Il sistema delineato dalla controriforma ha la funzione di intimorire i magistrati attraverso un procedimento disciplinare ingiusto e squilibrato, affidato a una nuova Corte speciale nella quale i giudici sono una netta minoranza (6 su 15) e che giudica sia in primo grado sia in appello, senza possibilità di ricorso in Cassazione.»

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