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WHITE JIHAD COME GRAMMATICA TRANSNAZIONALE DELLA VIOLENZA CONTEMPORANEA, Elhem Beddouda

Circolazione dei repertori, outbidding, fused extremism e ibridazioni simboliche nell’ecosistema globale dell’estremismo violento

Elhem Beddouda

Abstract: Il termine “white jihad”, recentemente impiegato in letteratura per descrivere l’appropriazione di metodi, estetiche e narrazioni jihadiste da parte di settori suprematisti bianchi, deve essere assunto con cautela poiché non indica una convergenza dottrinale, ma una possibile ibridazione funzionale della violenza politica. Attraverso i concetti di outbidding e fused extremism, il contributo interpreta l’estremismo contemporaneo come un ecosistema competitivo e digitale, nel quale modelli narrativi, forme propagandistiche e tecniche di mobilitazione possono migrare tra matrici ideologiche opposte. Il recente caso investigativo della DIGOS di Milano e Pavia del 2026, relativo a una rete giovanile di propaganda neonazista e antisemita online, conferma la centralità degli ambienti digitali nella costruzione di identità estremiste e nella socializzazione alla violenza.

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Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.


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Introduzione: dalla separazione ideologica alla circolazione dei repertori

Per lungo tempo, la letteratura sul terrorismo e sull’estremismo violento ha interpretato jihadismo ed estrema destra come fenomeni distinti, incompatibili e collocati in universi ideologici contrapposti. Tale impostazione si fondava su un dato reale: le matrici religiose, culturali, politiche e identitarie dei due fenomeni sono profondamente divergenti. Il jihadismo contemporaneo si organizza attorno a una visione politico-religiosa radicale, transnazionale e millenaristica; l’estrema destra suprematista, invece, fonda la propria grammatica sulla razza, sull’identità etnica, sull’antisemitismo, sul nazionalismo biologico o sull’accelerazionismo anti-sistemico (Hoffman, 2017; Koehler, 2016; Schmid, 2011).

Questa distinzione resta essenziale e non deve essere cancellata da categorie suggestive ma imprecise. Tuttavia, la trasformazione dell’ecosistema digitale globale ha reso meno rigida la separazione tra le forme della violenza. Le ideologie restano diverse, ma i repertori della radicalizzazione — immagini, narrazioni, tecniche di propaganda, modelli di martirio, teatralizzazione dell’attacco, uso della viralità — possono circolare da un ambiente estremista all’altro (Conway, 2020; Winter, 2018).

In tale contesto si colloca il termine “white jihad”, espressione controversa, non ancora pienamente stabilizzata come categoria scientifica, ma recentemente impiegata in ambito accademico per descrivere l’adozione, da parte di segmenti dell’estrema destra suprematista, di metodi, narrazioni, estetiche e linguaggi derivati dall’universo jihadista. La stessa letteratura più recente invita però a non confondere tale fenomeno con una fusione dottrinale: la questione riguarda soprattutto la migrazione di forme della violenza, non l’adesione dell’estrema destra alla teologia politica jihadista (Koch et al., 2025).

Il punto analitico centrale, dunque, non è sostenere che jihadismo ed estrema destra si siano fusi, ma comprendere come, nell’ambiente digitale contemporaneo, movimenti ideologicamente ostili possano osservare, imitare e riutilizzare repertori comunicativi e operativi simili.

Il jihadismo come infrastruttura culturale della violenza globale

Il jihadismo contemporaneo non può essere interpretato soltanto come movimento politico-religioso. Esso ha funzionato, soprattutto nella stagione di al-Qaeda prima e dello Stato islamico poi, come una vera infrastruttura culturale della violenza globale (Moghadam, 2008; Stern & Berger, 2015).

Uno dei suoi tratti distintivi è la costruzione di un’estetica della violenza nella quale l’attacco non è soltanto un atto militare o terroristico, ma anche un evento narrativo. La violenza viene pensata, filmata, montata, diffusa e riprodotta come contenuto simbolico. Non conta soltanto il danno materiale, ma la capacità dell’azione di occupare lo spazio comunicativo, generare emulazione, intimidire il nemico e rafforzare l’identità del gruppo (Winter, 2018).

Questa grammatica si è fondata su alcuni elementi ricorrenti: la spettacolarizzazione del martirio, la costruzione di narrazioni apocalittiche, l’individuazione di un nemico assoluto, la trasformazione del militante in figura eroica, l’uso strategico della propaganda digitale e la diffusione di materiali capaci di orientare tanto l’immaginario quanto l’azione (Bloom, 2005; Moghadam, 2008; Stern & Berger, 2015).

Parallelamente, si è affermata una forma di radicalizzazione individuale e reticolare, nella quale l’attore violento non dipende necessariamente da strutture gerarchiche complesse. L’adesione può avvenire attraverso ecosistemi online, comunità digitali, archivi propagandistici, canali informali e processi di auto-radicalizzazione. Questo modello ha avuto un impatto ben oltre il perimetro jihadista, perché ha mostrato ad altri ambienti estremisti la possibilità di trasformare la violenza in contenuto replicabile (Neumann, 2013; Conway, 2020).

Outbidding e fused extremism come categorie da usare con cautela

Per comprendere le dinamiche contemporanee dell’estremismo violento è utile richiamare due concetti: outbidding e fused extremism.

Il concetto di outbidding descrive la competizione tra gruppi estremisti per dimostrare maggiore radicalità, purezza e capacità d’azione rispetto ai concorrenti. Nella letteratura sul terrorismo, questa dinamica è stata utilizzata per spiegare come gruppi rivali possano intensificare la violenza per conquistare attenzione, legittimità e sostegno presso il proprio pubblico di riferimento. Studi recenti hanno ulteriormente precisato che l’effetto dell’outbidding non è sempre lineare, ma resta centrale per comprendere la relazione tra competizione, visibilità e violenza (Farrell, 2020).

Applicata all’ambiente digitale, la logica dell’outbidding assume una dimensione ancora più evidente. La radicalità non viene misurata soltanto dall’azione compiuta, ma dalla capacità di renderla visibile, condivisibile, imitabile e riconoscibile all’interno della propria comunità di riferimento. L’atto estremo diventa anche prestazione comunicativa (Conway, 2020; Winter, 2018).

Il concetto di fused extremism indica invece la contaminazione tra elementi provenienti da ambienti estremisti differenti. Non si tratta necessariamente di fusione ideologica, ma di ibridazione simbolica, narrativa o funzionale. Proprio per questo il concetto deve essere usato con prudenza: la presenza di repertori simili non prova automaticamente l’esistenza di una comune ideologia, ma può indicare processi di appropriazione, imitazione o adattamento (Baele, 2025; Koch et al., 2025).

In questa prospettiva, il jihadismo non viene adottato dall’estrema destra nella sua dimensione dottrinale, ma può funzionare come repertorio osservato, studiato e rielaborato in chiave antagonistica.

Ibridazione simbolica e appropriazione nell’estrema destra

La prima direttrice analitica riguarda l’appropriazione selettiva di elementi jihadisti da parte di ambienti suprematisti, accelerazionisti o neonazisti. Tale fenomeno non implica convergenza ideologica. Al contrario, spesso si produce proprio all’interno di una relazione di ostilità radicale: il jihadista resta nemico, ma alcune sue forme comunicative o operative vengono percepite come efficaci.

Questo paradosso è uno degli aspetti più rilevanti dell’estremismo contemporaneo. Movimenti che si definiscono attraverso l’opposizione all’islam possono tuttavia appropriarsi di modelli jihadisti di propaganda, di culto del martirio, di teatralizzazione dell’attacco o di costruzione del militante come figura sacrificale (Koch et al., 2025).

Gli elementi maggiormente esposti a questa migrazione sono la figura del martire, la spettacolarizzazione dell’attacco, la narrazione della guerra esistenziale, il linguaggio apocalittico, la produzione di manifesti digitali, la ricerca di viralità, la trasformazione dell’azione violenta in evento estetico e la costruzione di comunità online fondate sull’esaltazione del gesto estremo (Moghadam, 2008; Winter, 2018; Conway, 2020).

L’estrema destra radicale rielabora questi elementi in chiave identitaria, razziale e antisemita. Ne deriva una forma di ibridazione simbolica competitiva, nella quale il jihadismo è insieme oggetto di odio e modello parziale di efficacia comunicativa (Koehler, 2016; Koch et al., 2025).

Il jihadismo come modello operativo globale

Il jihadismo ha contribuito alla costruzione di un modello globale di violenza politica fondato su tre elementi principali.

Il primo è la decentralizzazione operativa. La violenza non richiede sempre una catena di comando rigida. Può essere incentivata, ispirata o legittimata da un ecosistema narrativo, anche in assenza di un rapporto organico tra autore e organizzazione (Hoffman, 2017; Stern & Berger, 2015).

Il secondo è la propaganda digitale. La violenza non termina con l’azione, ma continua nella sua circolazione. Video, manifesti, immagini, dichiarazioni, simboli e memi diventano parte integrante dell’evento terroristico o estremista (Conway, 2020; Winter, 2018).

Il terzo è l’estetizzazione dell’azione violenta. L’attacco viene costruito come gesto destinato a essere visto, interpretato e replicato. In questo senso, la violenza politica contemporanea assume una dimensione performativa (Bloom, 2005; Moghadam, 2008).

Questi elementi hanno contribuito alla formazione di un ecosistema globale nel quale la violenza diventa sempre più replicabile e traducibile in contesti ideologici differenti. La matrice ideologica resta decisiva, ma non esaurisce più l’analisi: occorre guardare anche alle infrastrutture digitali, ai formati comunicativi, ai linguaggi e ai processi di emulazione (Neumann, 2013; Schmid, 2011).

Il caso DIGOS Milano-Pavia del 2026, un indicatore empirico della radicalizzazione digitale

Le recenti operazioni della DIGOS di Milano e Pavia del 2026 offrono un caso empirico utile, pur con le cautele necessarie proprie di una vicenda investigativa ancora recente.

Secondo la Polizia di Stato, l’operazione, coordinata dalla Procura della Repubblica di Milano, ha portato agli arresti domiciliari di un diciannovenne cittadino italiano residente a Pavia, ritenuto responsabile della promozione e direzione di un sodalizio avente tra i propri scopi la propaganda e l’istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale e religiosa. La contestazione riguarda anche contenuti fondati sulla minimizzazione della Shoah e sull’apologia del genocidio del popolo ebraico.[^1]

La Polizia di Stato ha inoltre riferito dell’esecuzione di 14 decreti di perquisizione nei confronti di altrettanti indagati, nove dei quali minorenni, residenti in diverse province italiane.[^2] Secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, il gruppo online sarebbe stato denominato “Terza Posizione” e avrebbe richiamato l’omonima formazione eversiva degli anni Settanta; altre fonti riferiscono anche che la chat fosse accessibile a circa un centinaio di utenti.[^3]

Dal punto di vista analitico, il caso evidenzia tre elementi centrali.

Il primo è la centralità dell’ambiente digitale come spazio primario di propaganda, aggregazione e radicalizzazione. Non siamo di fronte soltanto a un uso strumentale della rete, ma a un ambiente nel quale identità, appartenenza e linguaggio estremista vengono costruiti progressivamente (Conway, 2020; Neumann, 2013).

Il secondo è la giovanilizzazione della radicalizzazione estremista. La presenza di numerosi minorenni tra gli indagati conferma che l’estremismo digitale non riguarda soltanto militanti strutturati, ma può coinvolgere soggetti molto giovani, esposti a contenuti violenti, linguaggi identitari e dinamiche di gruppo.

Il terzo è la costruzione simbolica della violenza. Propaganda antisemita, minimizzazione della Shoah, apologia del genocidio e discriminazione religiosa non rappresentano soltanto opinioni estreme: sono dispositivi narrativi attraverso cui si costruisce un nemico assoluto e si normalizza la violenza come possibilità politica (Koehler, 2016; Schmid, 2011).

Il caso non dimostra una convergenza ideologica tra estrema destra e jihadismo. Sarebbe una forzatura. Mostra però la convergenza di alcune forme: radicalizzazione online, comunità digitali, linguaggi estremi, costruzione del nemico, estetizzazione dell’identità militante e possibile competizione simbolica nella radicalità (Farrell, 2020; Koch et al., 2025).

Verso un ecosistema globale dell’estremismo violento

Le dinamiche analizzate suggeriscono che l’estremismo violento contemporaneo debba essere interpretato come un ecosistema integrato, caratterizzato dalla circolazione continua di modelli narrativi, simbolici e operativi.

In questo ecosistema, il jihadismo occupa una posizione ambivalente. È, per l’estrema destra, un nemico assoluto, ma può diventare anche una fonte indiretta di repertori comunicativi. Questo non significa assimilazione ideologica. Significa che le forme della violenza possono sopravvivere al contesto ideologico che le ha prodotte e migrare in altri ambienti (Koch et al., 2025; Baele, 2025).

L’attuale radicalizzazione digitale funziona infatti come un mercato simbolico della violenza. I contenuti vengono osservati, copiati, adattati, remixati e rilanciati. La competizione non avviene soltanto tra organizzazioni, ma anche tra individui, micro-comunità, canali, chat e sottoculture estremiste (Conway, 2020; Winter, 2018).

La violenza politica perde così parte della sua struttura tradizionale e assume una forma più fluida: meno dipendente da organizzazioni verticali, più esposta all’emulazione, alla contaminazione e alla spettacolarizzazione (Hoffman, 2017; Neumann, 2013).

Conclusione

transnazionali della violenza contemporanea. La sua influenza non consiste soltanto nella capacità di mobilitare militanti all’interno del proprio universo ideologico, ma anche nell’aver prodotto modelli comunicativi, estetici e operativi osservati da altri estremismi (Moghadam, 2008; Stern & Berger, 2015; Winter, 2018).

Le dinamiche di outbidding e fused extremism permettono di comprendere come la violenza politica contemporanea non sia più organizzata in compartimenti ideologici completamente separati, ma in un ecosistema fluido di competizione, imitazione e appropriazione funzionale (Farrell, 2020; Baele, 2025).

Il caso DIGOS Milano-Pavia del 2026 conferma la centralità delle reti digitali nella produzione di radicalizzazione giovanile, propaganda estremista e costruzione simbolica del nemico. Non prova una fusione tra jihadismo ed estrema destra, ma mostra come ambienti ideologicamente distinti possano condividere forme operative e comunicative della violenza (Polizia di Stato, 2026; Questura di Milano, 2026).

La categoria “white jihad”, dunque, può essere utile solo se usata criticamente. Non deve diventare uno slogan, né una scorciatoia interpretativa. Il fenomeno reale non è la trasformazione dei suprematisti in jihadisti, ma la circolazione globale di repertori estremisti in un ambiente digitale che rende la violenza sempre più visibile, imitabile e performativa (Koch et al., 2025).

Il punto decisivo, per le istituzioni democratiche, non è soltanto reprimere l’atto violento, ma comprendere l’ecosistema che lo rende pensabile, desiderabile e comunicabile. È in quello spazio, prima ancora che nell’azione finale, che oggi si gioca una parte essenziale della prevenzione dell’estremismo violento.


NOTE

[^1]: Polizia di Stato. (2026, 22 aprile). Milano: propaganda nazifascista e antisemita, arrestato diciannovenne; Questura di Milano [https://www.poliziadistato.it/articolo/milano–propaganda-nazifascista-e-antisemita–arrestato-19enne]. Pavia, discriminazione razziale e religiosa aggravata dall’apologia del genocidio del popolo ebraico: arrestato diciannovenne [https://questure.poliziadistato.it/it/Milano/articolo/119469e8ada37502c333742880].

[^2]: Polizia di Stato. (2026, 22 aprile). Milano: propaganda nazifascista e antisemita, arrestato diciannovenne [https://www.poliziadistato.it/articolo/milano–propaganda-nazifascista-e-antisemita–arrestato-19enne].

[^3]: Sky TG24. (2026, 22 aprile). Pavia, arrestato 19enne per rete neonazista e antisemita online [https://questure.poliziadistato.it/it/Milano/articolo/119469e8ada37502c333742880].

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

  • Baele, S. J. (2025). Critical reflections on “composite”, “fused”, or “mixed, unclear and unstable” extremist ideologies. VOX-Pol.
  • Berman, E., & Laitin, D. D. (2008). Religion, terrorism and public goods: Testing the club model.
  • Bloom, M. (2005). Dying to kill: The allure of suicide terror. Columbia University Press.
  • Conway, M. (2020). Routing the extreme right: Challenges for social media platforms. The RUSI Journal, 165(1), 108–113.
  • Farrell, M. (2020). The logic of transnational outbidding: Pledging allegiance and the escalation of violence. Journal of Peace Research, 57(3), 437–451.
  • Hoffman, B. (2017). Inside terrorism (3rd ed.). Columbia University Press.
  • Koch, A., Nahon, K., & Moghadam, A. (2025). White jihad: Fused extremism? Terrorism and Political Violence. Advance online publication.
  • Koehler, D. (2016). Right-wing terrorism in the 21st century: The “National Socialist Underground” and the history of terror from the far-right in Germany. Routledge.
  • Moghadam, A. (2008). The globalization of martyrdom: Al Qaeda, Salafi jihad, and the diffusion of suicide attacks. Johns Hopkins University Press.
  • Neumann, P. R. (2013). The trouble with radicalization. International Affairs, 89(4), 873–893.
  • Polizia di Stato. (2026, 22 aprile). Milano: propaganda nazifascista e antisemita, arrestato 19enne. Polizia di Stato.
  • Questura di Milano. (2026, 22 aprile). Pavia, discriminazione razziale e religiosa aggravata dall’apologia del genocidio del popolo ebraico: arrestato 19enne. Polizia di Stato.
  • Schmid, A. P. (Ed.). (2011). The Routledge handbook of terrorism research. Routledge.
  • Sky TG24. (2026, 22 aprile). Pavia, arrestato 19enne per rete neonazista e antisemita online.
  • Stern, J., & Berger, J. M. (2015). ISIS: The state of terror. Ecco/HarperCollins.
  • Winter, C. (2018). ISIS propaganda: A full-spectrum extremist message. Quilliam Foundation.


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