Biopolitica, performatività di genere e razionalità giuridica nella radicalizzazione femminile

Abstract: Negli ultimi anni, la partecipazione femminile ai movimenti jihadisti ha suscitato crescente attenzione accademica, politica e mediatica. Tradizionalmente percepite come vittime o strumenti passivi, le donne hanno in realtà svolto ruoli complessi e strategici all’interno di organizzazioni come lo Stato Islamico, partecipando alla propaganda, al reclutamento e alla legittimazione ideologica. Questo articolo analizza la radicalizzazione femminile attraverso una prospettiva interdisciplinare, integrando studi di genere, sociologia della radicalizzazione e teoria biopolitica. Viene esaminata la genealogia storica della partecipazione femminile, il dibattito sul concetto di jihad al-nikah e le dinamiche psicosociali che ne motivano l’adesione. Particolare attenzione è dedicata al ruolo attivo delle donne nella produzione di narrazioni emotive e nel reclutamento relazionale, nonché alla costruzione di una contronarrazione che distingua tra jihadismo politico-militante e religione musulmana. L’analisi mostra come le donne agiscano come agenti situati, modulando la propria partecipazione entro vincoli strutturali e culturali. Il contributo teorico dell’articolo risiede nell’evidenziare la complessità della radicalizzazione femminile, fornendo strumenti concettuali utili per future ricerche empiriche e per strategie di prevenzione e deradicalizzazione sensibili alla dimensione di genere.
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Elhem Beddouda, educatrice professionale laureata in Scienze dell’educazione e dei processi formativi dell’università di Parma con una tesi dal titolo “Islam e funzione educativa. Prospettiva in tema di assistenza religiosa in carcere” , attualmente sono iscritta al corso di laurea “Global Studies For Sustainable Local and International Development and Cooperation” della stessa università.
Genealogia della partecipazione femminile e trasformazione del corpo in dispositivo politico
Negli ultimi due decenni, la partecipazione femminile ai movimenti jihadisti ha assunto una centralità crescente nel dibattito accademico e istituzionale. Studi empirici dimostrano che le donne non sono meri soggetti passivi, ma partecipano attivamente alla propaganda, al reclutamento e alla legittimazione ideologica (Cook, 2019; Khelghat-Doost, 2018). Tale trasformazione richiede una lettura genealogica. Seguendo Foucault (1976), il corpo non è semplice realtà biologica ma superficie di iscrizione del potere. Nel contesto dello Stato Islamico, il corpo femminile diviene dispositivo biopolitico orientato alla riproduzione del progetto politico del “Califfato”: maternità e matrimonio assumono funzione strategica nella continuità generazionale e simbolica dell’organizzazione.
L’istituzionalizzazione della brigata al-Khansaa costituisce un esempio emblematico di questa razionalizzazione del ruolo femminile (Zelin, 2016). In tale quadro, la soggettività femminile viene modellata entro una logica di disciplina e produzione di vita, coerente con la definizione foucaultiana di biopolitica quale gestione della popolazione (Foucault, 1976).
Performatività, agency situata e produzione identitaria
L’integrazione della teoria della performatività di Judith Butler consente di superare letture deterministiche. Secondo Butler (1990), il genere non è essenza ma atto reiterato e performativo. Nel jihadismo contemporaneo, la femminilità viene performata attraverso narrazioni di purezza, sacrificio e maternità eroica. Tuttavia, tale performatività non è pura imposizione: le donne esercitano agency situata, modulando la propria partecipazione entro vincoli patriarcali e organizzativi (Cook, 2019).
La radicalizzazione può essere interpretata anche attraverso la Social Identity Theory (Tajfel & Turner, 1979) e i modelli di identity fusion, nei quali l’identità individuale si salda con quella collettiva, producendo coesione emotiva e disponibilità al sacrificio (Khelghat-Doost, 2018). L’adesione non è quindi esclusivamente coercitiva, ma risultato di un processo di riconoscimento simbolico.
Erotismo sacrificale, trasgressione e dimensione simbolica
L’inserimento del pensiero di Georges Bataille consente di comprendere la dimensione simbolica della militanza. Per Bataille (1957), l’erotismo è “approvazione della vita fin dentro la morte”, esperienza di trasgressione che dissolve l’individualità. Nel jihadismo, la sacralizzazione del martirio produce una forma di erotizzazione simbolica della morte, dove corpo e sacrificio diventano momenti di trascendenza collettiva. La promessa di redenzione attraverso la morte riproduce una logica di eccesso e spesa improduttiva, analoga a quella descritta in La parte maudite (Bataille, 1949). Sebbene tale dimensione non esaurisca la radicalizzazione femminile, essa contribuisce a spiegare l’intensità simbolica dell’adesione.
Nuda vita, stato di eccezione e diritto
L’approccio agambeniano offre ulteriore profondità teorica. In Homo Sacer, Agamben (1995) descrive la nuda vita come esistenza ridotta a pura biologicità, esposta al potere sovrano nello stato di eccezione. Le donne nei territori controllati dallo Stato Islamico oscillano tra funzione riproduttiva valorizzata e vulnerabilità estrema. La loro vita può essere simultaneamente sacralizzata e sacrificabile, inscritta in un ordine giuridico parallelo fondato su una dichiarata eccezionalità permanente.
Dal punto di vista giuridico, il fenomeno si colloca nel quadro delle normative antiterrorismo e della repressione dei foreign fighters. A livello internazionale, la Risoluzione 2178/2014 del Consiglio di Sicurezza ONU impone agli Stati obblighi di prevenzione del reclutamento e del finanziamento del terrorismo. In ambito europeo, la Direttiva (UE) 2017/541 prevede la criminalizzazione dei viaggi a fini terroristici e della partecipazione a organizzazioni terroristiche. Nell’ordinamento italiano, rilevano gli artt. 270-bis e 270-quinquies c.p., che puniscono l’associazione con finalità di terrorismo e l’addestramento ad attività con finalità terroristiche. La partecipazione femminile non costituisce attenuante automatica: la giurisprudenza tende a valutare il grado di consapevolezza e di contributo causale al progetto associativo.
Jihad al-nikah e costruzione discorsiva
Il cosiddetto jihad al-nikah, ampiamente diffuso mediaticamente, non trova codificazione nel diritto islamico classico (Kneip, 2017). La sua centralità appare in parte costruita discorsivamente. Tuttavia, l’uso strumentale della sessualità come dispositivo di mobilitazione evidenzia una dimensione biopolitica coerente con la gestione dei corpi descritta da Foucault (1976). In alcuni contesti post-rivoluzionari siriani, il termine è stato utilizzato per giustificare forme di sfruttamento sessuale, presentate come legittimazione religiosa, pur in assenza di fondamento giuridico canonico.
Contranarrazione e politiche pubbliche
Distinguere tra jihadismo politico-militante e Islam come religione è condizione essenziale per evitare stigmatizzazioni generalizzanti (Mohamedou, 2017). La radicalizzazione femminile non deriva da precetti religiosi in sé, ma da dinamiche socio-politiche e identitarie. Strategie efficaci di prevenzione devono integrare alfabetizzazione digitale, interventi psicosociali e programmi di deradicalizzazione sensibili al genere. In tale prospettiva, la costruzione di contronarrazioni fondate su evidenze empiriche risponde a un’esigenza tanto sociologica quanto giuridica.
Conclusione
La partecipazione femminile alla jihad contemporanea costituisce un fenomeno che intreccia biopolitica, performatività di genere, simbolismo sacrificale e diritto penale internazionale. Le donne emergono come agenti situati entro dispositivi di potere che disciplinano il corpo e ne producono significati politici. Superare letture semplificatorie consente di elaborare politiche pubbliche più efficaci e strategie di prevenzione coerenti con la complessità del fenomeno.
NOTE BIBLIOGRAFICHE
Agamben, G. (1995). Homo sacer: Il potere sovrano e la nuda vita. Einaudi.
Bataille, G. (1949). La part maudite. Minuit.
Bataille, G. (1957). L’érotisme. Minuit.
Butler, J. (1990). Gender trouble. Routledge.
Cook, J. (2019). Women and jihad: The ISIS caliphate. Oxford University Press.
Foucault, M. (1976). La volonté de savoir. Gallimard.
Khelghat-Doost, H. (2018). Women of the Caliphate. Journal of Strategic Security, 11(4).
Kneip, K. (2017). Jihad al-Nikah revisited. Terrorism and Political Violence.
Mohamedou, M. M. O. (2017). A theory of ISIS. Pluto Press.
Tajfel, H., & Turner, J. (1979). An integrative theory of intergroup conflict.
Zelin, A. (2016). The Islamic State’s women. Washington Institute.

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