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Ella Clafira Grimaldi NOTIZIE Sociologia e Scienze Sociali

IL FANTASMA DELL’IDEOLOGIA GENDER E L’ANTISCIENTIFICITÀ NELLE POLITICHE EDUCATIVE DEL GOVERNO, Ella Clafiria Grimaldi

Il ddl Valditara, approvato definitivamente dal Senato, trasforma l’educazione affettiva e sessuale in materia sospetta, affidando alla burocrazia del consenso ciò che dovrebbe appartenere alla prevenzione, alla tutela dei minori e alla responsabilità educativa pubblica

Ella Clafiria Grimaldi

Abstract: L’approvazione definitiva del ddl n. 1735 in materia di consenso informato in ambito scolastico segna un passaggio rilevante nel rapporto tra scuola, famiglie, educazione affettiva e formazione alla sessualità. Il provvedimento introduce obblighi di informazione preventiva, consenso scritto per la partecipazione alle attività riguardanti l’educazione alla sessualità, percorsi alternativi per gli studenti non aderenti ed esclusione della trattazione di tali tematiche nella scuola dell’infanzia e primaria. Presentata come misura di trasparenza e corresponsabilità educativa, la nuova disciplina appare attraversata da una diffidenza politico-culturale verso l’educazione affettiva e sessuale, spesso ricondotta alla formula polemica della c.d. “ideologia gender”, espressione priva di un autonomo statuto scientifico e utilizzata nel dibattito pubblico come categoria di allarme più che come concetto pedagogico verificabile e in questo modo più che proteggere i minori si lasciano esposti al silenzio familiare, alla pornografia online, alla disinformazione digitale, agli stereotipi sessisti, alla violenza relazionale e all’incapacità di riconoscere abuso, consenso e limite. In questo modo lo Stato contrappone scuola e famiglia su paure simboliche prive di base scientifica.

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Ella Clafiria Grimaldi: medico a Roma, affianca alla professione sanitaria un intenso impegno culturale e sociale. Scrive poesia come forma di ricostruzione interiore e mezzo di sensibilizzazione collettiva. È fondatrice e presidente del Comitato “Insieme per l’Arte”, promotore di eventi per la tutela del patrimonio e di tematiche sociali. Autrice pubblicata e pluripremiata, ha ricevuto riconoscimenti da enti istituzionali per il suo contributo artistico. Attiva e sensibile anche sul fronte delle pari opportunità


Una legge basata su teorie politiche e non scientifiche

Con l’approvazione definitiva del ddl n. 1735 da parte del Senato, il consenso informato in ambito scolastico diventa legge e modifica in modo significativo il quadro entro cui le istituzioni scolastiche potranno proporre attività educative ed extracurriculari relative alla sessualità. Il provvedimento, composto da tre articoli, introduce l’obbligo di informazione preventiva sui contenuti, sui materiali didattici e sugli eventuali esperti esterni coinvolti, subordina la partecipazione degli studenti al consenso scritto dei genitori o degli studenti maggiorenni, disciplina le modalità di selezione dei soggetti esterni, prevede percorsi formativi alternativi per chi non aderisce alle attività ed esclude la trattazione di tali tematiche nella scuola dell’infanzia e primaria (Senato della Repubblica, 2026).

La maggioranza parlamentare ha presentato la disciplina come uno strumento di trasparenza, corresponsabilità educativa e tutela del diritto-dovere dei genitori, sostenendo che essa non limiti l’autonomia scolastica né la libertà di insegnamento, ma serva a garantire un più corretto coinvolgimento delle famiglie rispetto ad attività ritenute sensibili. Nel dibattito parlamentare, inoltre, il provvedimento è stato difeso come argine a possibili derive ideologiche nelle iniziative affidate a soggetti esterni e come mezzo per impedire che temi connessi all’affettività e alla sessualità vengano affrontati senza adeguata informazione preventiva (Senato della Repubblica, 2026).

La questione, tuttavia, è più profonda della sua formulazione amministrativa poiché il consenso informato, se correttamente inteso, è certamente uno strumento di garanzia che consente alle famiglie di conoscere contenuti, obiettivi, materiali e competenze coinvolte nei percorsi scolastici; ma quando viene collocato dentro una cornice culturale dominata dal sospetto verso l’educazione affettiva e sessuale, esso rischia di mutare natura, trasformandosi da presidio di trasparenza in filtro selettivo, da strumento di dialogo in meccanismo di esclusione, da garanzia per la famiglia in possibile ostacolo all’accesso degli studenti a contenuti essenziali per la loro protezione.

L’antiscientificità che alimenta una subcultura degenere

A fare chiarezza sulla gestione di queste dimostrazioni e sul ruolo dei moduli di autorizzazione è la dott.ssa Grimaldi. Raggiunta dalla redazione per un commento sulla prevenzione e l’educazione alla salute nei giovani, la dottoressa ha lanciato un monito chiaro: «Da questo momento, se mamma e papà non firmeranno il modulo, gli studenti resteranno fuori dalla porta durante i corsi di educazione affettiva. Un colpo di genio, soprattutto per chi vive in famiglie difficili: figuriamoci se un genitore violento firmerà mai il permesso per far scoprire al figlio che la violenza non è normale, ma l’importante è blindare il focolare domestico, anche se scotta.

A questa svolta si sono opposti gli Ordini degli Psicologi, convinti che l’educazione all’affettività serva a prevenire la violenza di genere e a insegnare il rispetto. Ma cosa ne sanno gli psicologi rispetto a un bel modulo cartaceo salvifico?

Siamo un Paese in cui una donna viene uccisa ogni tre giorni, eppure decidiamo che il sesso e l’affetto a scuola debbano essere trattati come argomenti clandestini. La cosa fantastica è che persino il Sinodo dei vescovi cattolici ha chiesto esplicitamente percorsi di formazione alle relazioni e all’affettività nelle comunità ecclesiali. Praticamente la Chiesa apre al dialogo e lo Stato italiano risponde sbarrando le porte delle scuole.

La vera perla, però, resta il divieto totale alle elementari e all’asilo. Perché, siamo onesti: spiegare a un bambino che il suo corpo appartiene solo a lui e che nessuno può toccarlo senza il suo permesso è chiaramente l’inizio della temibile “propaganda gender”. Metti caso che il bambino impari a difendersi dagli abusi o dalla pedofilia… un rischio intollerabile! Molto meglio lasciarlo indifeso pur di non evocare il mostro del gender, che notoriamente si nasconde dietro le lavagne pronto a lavare il cervello ai nostri figli a colpi di arcobaleno.

Mentre noi combattiamo questa eroica crociata contro i mulini a vento, in Europa ci sono almeno 20 Paesi dove l’educazione sessuale e affettiva è obbligatoria. Lì i dati dicono che i ragazzi sono più consapevoli, subiscono meno la pressione del branco e registrano meno gravidanze precoci. Ma noi siamo superiori: preferiamo pensare che ignorare un problema equivalga a risolverlo.

Tanto, la curiosità dei ragazzi mica svanisce per decreto legge. Se la scuola si gira dall’altra parte, ci pensa lo smartphone. Sarà direttamente il porno online, gratis e rigorosamente senza consenso dei genitori, a spiegare ai nostri figli come ci si relaziona. E tutti sappiamo quanto quel mondo sia famoso per insegnare il rispetto, la parità e la gestione del rifiuto, no? Una vera garanzia.

Continuare a vietare l’educazione in classe per poi piangere e fare i talk show davanti all’ennesimo caso di cronaca nera al telegiornale è pura ipocrisia. Si preferisce curare i sintomi, mai la malattia. Un piano perfetto, davvero. Peccato che a pagarne il prezzo siano i nostri figli, ma almeno “Tuteliamo i bambini dalla propaganda gender”»

Il timore complottista della  c.d. “ideologia gender”

Uno degli aspetti più problematici della nuova disciplina è il suo radicamento implicito in una rappresentazione politico-culturale costruita attorno alla necessità di contrastare la cosiddetta “ideologia gender”. Questa espressione, ricorrente nel dibattito pubblico e spesso utilizzata come formula di allarme, non corrisponde però a una categoria scientifica definita, né individua un contenuto didattico preciso, né descrive un metodo pedagogico verificabile ma funziona piuttosto come contenitore polemico nel quale vengono inseriti, senza adeguate distinzioni, l’educazione al rispetto, la prevenzione della violenza, la conoscenza del corpo, l’alfabetizzazione emotiva, l’educazione alla parità, la riflessione sulle relazioni, la tutela del consenso e, più in generale, ogni discorso pubblico sulla costruzione dell’identità personale e sociale.

La questione non è l’esistenza di sensibilità culturali, religiose o pedagogiche differenti, perché in una società pluralistica tali differenze devono essere ascoltate, comprese e governate con equilibrio; il problema nasce quando una categoria polemica, indeterminata e priva di consistenza scientifica viene assunta come presupposto implicito di una politica pubblica, orientando la disciplina scolastica non sulla base delle evidenze psicologiche, pedagogiche e sanitarie disponibili, ma sulla base di una paura simbolica. In tal modo, il dibattito non si concentra più sulla qualità dei contenuti, sulla competenza degli esperti, sull’adeguatezza all’età, sulla trasparenza verso le famiglie e sulla tutela degli studenti, ma sulla necessità di impedire un pericolo ideologico non definito.

La pedagogia contemporanea, a partire dalla tradizione della pedagogia critica, ricorda che l’educazione non è mai mera trasmissione neutrale di informazioni, ma costruzione di consapevolezza, capacità critica e responsabilità relazionale (Freire, 1970/2018) e quindi trattare l’educazione affettiva come minaccia significa ridurre la scuola a luogo di istruzione disincarnata, separata dai bisogni reali degli studenti, mentre la psicologia dello sviluppo mostra da tempo che l’infanzia e l’adolescenza sono fasi nelle quali identità, corpo, emozioni, autostima, confini personali e relazioni vengono progressivamente costruiti attraverso interazioni educative, sociali e familiari (Erikson, 1968/1992; Bowlby, 1988/1996). Una cosa è pretendere che ogni attività scolastica sia chiara, documentata, proporzionata all’età, affidata a professionisti competenti e inserita in un progetto educativo verificabile, altra cosa è trattare l’educazione affettiva e sessuale come materia di per sé sospetta, quasi fosse un veicolo occulto di manipolazione culturale.

Educazione affettiva non significa propaganda

Spiegare a un bambino che il proprio corpo merita rispetto, che nessuno può toccarlo senza consenso, che esistono confini personali da proteggere, che alcune emozioni possono essere nominate e che in caso di disagio si può parlare con un adulto affidabile non significa introdurre sessualizzazione precoce, né veicolare contenuti ideologici, ma svolgere una funzione minima di tutela dell’infanzia. Allo stesso modo, educare un adolescente al rispetto del rifiuto, alla reciprocità nelle relazioni, alla distinzione tra amore e possesso, alla prevenzione della violenza, alla consapevolezza dei rischi digitali e alla responsabilità nelle scelte affettive non significa sottrarre ruolo alla famiglia, ma fornire strumenti di cittadinanza, salute e responsabilità.

La letteratura internazionale definisce l’educazione sessuale completa come un processo educativo curricolare, graduale e adeguato all’età, relativo agli aspetti cognitivi, emotivi, fisici e sociali della sessualità, finalizzato a fornire a bambini e giovani conoscenze, competenze, atteggiamenti e valori utili a costruire salute, benessere, relazioni rispettose e decisioni consapevoli (UNESCO, 2018; World Health Organization, 2026), quindi l’educazione affettiva e sessuale non è antagonista della famiglia, ma parte di una responsabilità educativa condivisa, nella quale scuola, famiglie, esperti e istituzioni concorrono a prevenire ignoranza, violenza, disinformazione e abuso.

Le evidenze richiamate dagli organismi internazionali non confermano la tesi secondo cui l’educazione sessuale completa incentiverebbe comportamenti precoci o irresponsabili; al contrario, i programmi fondati su informazioni corrette, competenze relazionali e prevenzione possono contribuire a rendere i giovani più consapevoli, più capaci di riconoscere situazioni a rischio e più preparati ad assumere decisioni responsabili (UNESCO, 2018; World Health Organization, 2026). Anche la ricerca educativa sottolinea che i programmi scolastici efficaci non si limitano alla trasmissione di nozioni biologiche, ma integrano conoscenze, competenze emotive, pensiero critico, capacità di comunicazione, rispetto reciproco e costruzione di relazioni sane, elementi che appartengono pienamente alla missione formativa della scuola (Kirby, 2007; Goldfarb & Lieberman, 2021).

Il divieto nella scuola dell’infanzia e primaria e il rischio di lasciare senza parole i bambini

La previsione che esclude la trattazione delle tematiche attinenti alla sessualità nella scuola dell’infanzia e primaria rappresenta uno dei profili più delicati della legge. La finalità dichiarata è evitare contenuti inappropriati in età precoce, ma il rischio è che il divieto, se interpretato in modo rigido e ideologico, finisca per impedire anche percorsi di alfabetizzazione emotiva e corporea essenziali alla tutela dei bambini. Parlare a un bambino del rispetto del proprio corpo, della possibilità di dire no, del riconoscimento delle emozioni, della differenza tra segreti buoni e segreti che fanno paura, della fiducia verso adulti affidabili e della necessità di chiedere aiuto non equivale a introdurre temi sessuali adulti, ma a offrire parole elementari di protezione.

La protezione dell’infanzia non coincide con il silenzio che può rassicurare gli adulti, ma non protegge i bambini; può evitare il conflitto ideologico, ma non impedisce l’abuso; può preservare l’apparenza di innocenza, ma non costruisce consapevolezza. La psicologia dello sviluppo e la pedagogia dell’infanzia mostrano che la possibilità di nominare emozioni, confini corporei e relazioni di fiducia è parte della costruzione della sicurezza personale e dell’autoefficacia del minore (Bandura, 1997/2000; Bowlby, 1988/1996). Una politica educativa matura dovrebbe dunque distinguere con rigore tra contenuti non adatti all’età, che vanno certamente esclusi, e contenuti di protezione del corpo e della relazione, che invece dovrebbero essere garantiti proprio perché proporzionati, preventivi e orientati alla tutela.

Secondo Giorgia D’Errico, direttrice relazioni Istituzionali di Save the children, la nuova legge «rischia di indebolire l’alleanza educativa tra scuola e famiglia e rafforzare le disuguaglianze educative». In Italia meno della metà degli adolescenti (47%) ha fatto educazione sessuale e affettiva a scuola, secondo i dati dell’ultima ricerca di Save the Children “Stavo solo scherzando”.

La scuola, lo smartphone e la privatizzazione dell’educazione

Il provvedimento si colloca in un contesto sociale nel quale la curiosità degli adolescenti non viene meno per effetto di un divieto scolastico, ma viene intercettata da fonti molto più pervasive, meno controllabili e prive di responsabilità educativa. Se la scuola arretra, non si crea un vuoto neutro, perché quel vuoto viene riempito dallo smartphone, dalla pornografia online, dai social network, dai gruppi informali, dagli algoritmi e da una rappresentazione dei rapporti spesso segnata da dominio, prestazione, consumo del corpo, stereotipi sessisti e incapacità di gestire il rifiuto.

Una società che vieta o burocratizza l’educazione in classe non elimina la formazione dei ragazzi, ma la consegna ad altri educatori, spesso invisibili, commerciali e irresponsabili. Lo smartphone diventa così il vero curricolo parallelo dell’adolescenza contemporanea senza docenti, senza gradualità, senza relazione educativa e senza assunzione di responsabilità.

La ricerca psicologica sull’adolescenza evidenzia come l’identità, l’autonomia, il giudizio morale, la regolazione emotiva e la capacità di costruire relazioni siano processi progressivi, influenzati dal contesto sociale, familiare, scolastico e digitale (Steinberg, 2014/2022). Da questa prospettiva, la domanda pubblica dovrebbe essere rovesciata: non se sia pericoloso che la scuola affronti con competenza i temi dell’affettività e della sessualità, ma se sia accettabile che gli adolescenti apprendano prevalentemente da contenuti digitali non mediati ciò che riguarda corpo, desiderio, consenso, rifiuto, rispetto e responsabilità. La scuola non deve sostituire la famiglia, ma neppure può abbandonare i ragazzi al mercato informale delle immagini, degli stereotipi e delle pressioni del gruppo.

Violenza di genere e prevenzione tardiva

La questione dell’educazione affettiva non può essere separata dalla violenza di genere, perché la violenza non nasce soltanto da devianza individuale, ma anche da modelli culturali, asimmetrie di potere, incapacità di riconoscere il limite, possesso mascherato da amore, normalizzazione della gelosia e svalutazione del rifiuto. Se la violenza è anche fenomeno culturale e relazionale, la prevenzione deve cominciare molto prima del fatto di cronaca, molto prima della denuncia, molto prima del processo e molto prima della misura cautelare.

La prevenzione tardiva è spesso una prevenzione debole, perché interviene quando i modelli relazionali sono già consolidati e quando la violenza è già divenuta comportamento, abitudine o rischio imminente. Le scienze sociali e psicologiche hanno mostrato che norme di genere, socializzazione emotiva, modelli familiari e apprendimento osservativo influenzano profondamente il modo in cui bambini e adolescenti interpretano relazioni, potere, conflitto e rispetto (Bandura, 1977; Connell, 2002/2006). L’educazione affettiva e sessuale, se svolta con competenza e proporzione, non pretende di risolvere da sola la violenza di genere, ma può contribuire a formare linguaggi, consapevolezze e capacità critiche senza le quali ogni politica repressiva resta parziale.

Il confronto europeo e il provincialismo della paura

Il dibattito italiano appare ancora fortemente condizionato dalla paura simbolica dell’“ideologia gender”, mentre in molti Paesi europei l’educazione affettiva e sessuale è considerata parte ordinaria dei percorsi scolastici, pur con differenze significative nei modelli, nei contenuti e nei livelli di attuazione. Il confronto internazionale non deve essere utilizzato in modo imitativo, perché ogni ordinamento possiede una propria storia educativa e culturale, ma serve a ricordare che l’educazione alla sessualità, alle relazioni e al consenso non è una eccentricità ideologica, bensì una politica educativa ampiamente discussa nei contesti della salute pubblica, della pedagogia e della tutela dei minori.

UNESCO e OMS collocano l’educazione sessuale completa dentro un quadro di salute, benessere, uguaglianza, prevenzione e relazioni rispettose, insistendo sulla necessità che i programmi siano fondati su evidenze, adattati all’età, culturalmente appropriati e capaci di fornire strumenti per decisioni informate (UNESCO, 2018; World Health Organization, 2026). Questo approccio non cancella il ruolo delle famiglie, ma lo integra dentro una responsabilità pubblica più ampia, perché la tutela dei minori non può dipendere esclusivamente dalla qualità educativa del singolo nucleo familiare.

Il provincialismo della paura consiste proprio nel trattare come minaccia ciò che altrove viene affrontato come competenza di vita. Educare al consenso, al rispetto, alla parità, alla protezione del corpo e alla responsabilità relazionale non significa negare la famiglia, ma riconoscere che la famiglia non può essere lasciata sola e che la scuola, in una società complessa, deve offrire parole, strumenti e contesti educativi capaci di sottrarre i giovani alla disinformazione.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Bandura, A. (1977). Social learning theory. Prentice Hall.

Bandura, A. (2000). Autoefficacia. Teoria e applicazioni. Erickson.

Bowlby, J. (1996). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Raffaello Cortina Editore. Opera originale pubblicata nel 1988.

Connell, R. W. (2006). Questioni di genere. Il Mulino. Opera originale pubblicata nel 2002.

Consiglio Nazionale Ordine Psicologi. (2025). Ddl educazione affettiva: vietarla significa esporre i giovani a disinformazione. CNOP.

Erikson, E. H. (1992). Gioventù e crisi d’identità. Armando Editore. Opera originale pubblicata nel 1968.

Freire, P. (2018). Pedagogia degli oppressi. Edizioni Gruppo Abele. Opera originale pubblicata nel 1970.

Goldfarb, E. S., & Lieberman, L. D. (2021). Three decades of research: The case for comprehensive sex education. Journal of Adolescent Health, 68(1), 13–27.

Kirby, D. (2007). Emerging answers 2007: Research findings on programs to reduce teen pregnancy and sexually transmitted diseases. National Campaign to Prevent Teen and Unplanned Pregnancy.

Main, M., & Solomon, J. (1990). Procedures for identifying infants as disorganized/disoriented during the Ainsworth Strange Situation. In M. T. Greenberg, D. Cicchetti, & E. M. Cummings (Eds.), Attachment in the preschool years: Theory, research, and intervention (pp. 121–160). University of Chicago Press.

Senato della Repubblica. (2026). Comunicato di seduta n. 424, giovedì 4 giugno 2026. Senato della Repubblica.

Steinberg, L. (2022). Adolescenti. L’età delle opportunità. Codice Edizioni. Opera originale pubblicata nel 2014.

UNESCO. (2018). International technical guidance on sexuality education: An evidence-informed approach. UNESCO, UNAIDS, UNFPA, UNICEF, UN Women, WHO.

World Health Organization. (2026). Comprehensive sexuality education. WHO.


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