ETHICA SOCIETAS-Rivista di scienze umane e sociali
Criminologia NOTIZIE Roberto Delli Carri

IL CRIMINE CHE EDUCA AL RIBASSO, Roberto Delli Carri

La criminalità organizzata non produce soltanto mercato illegale, ma costruisce adattamento sociale, normalizza il consumo, riduce le aspettative e trasforma il disagio in infrastruttura stabile del controllo territoriale

Roberto Delli Carri

Abstract: La criminalità organizzata non si limita a generare profitto attraverso il traffico e lo spaccio di sostanze stupefacenti, ma interviene sui comportamenti collettivi, orienta le scelte individuali, modifica le aspettative sociali e costruisce modelli di adattamento al ribasso nei territori più vulnerabili, nei quali la diffusione di sostanze a basso costo, facilmente accessibili e capillarmente distribuite non rappresenta soltanto un problema sanitario o repressivo, ma un fenomeno sociale più profondo, poiché il consumo diventa abitudine, lo spaccio diventa presenza ordinaria, l’illegalità perde visibilità e il confine tra deviazione e normalità si sposta progressivamente. Il crimine non educa sempre attraverso l’imposizione violenta, ma spesso attraverso la disponibilità continua, la semplificazione dell’accesso, la frammentazione dei ruoli e la progressiva riduzione delle alternative, imponendo alle istituzioni una risposta non episodica, capace di unire prevenzione, controllo del territorio, politiche sociali, educazione, intelligence economica e presenza pubblica continuativa.

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Roberto Delli Carri, ispettore della Polizia Locale ufficiale di polizia giudiziaria, si occupa di attività investigative e di prevenzione, accanto agli interventi di immediata operatività, cura l’approfondimento tecnico-giuridico dei fenomeni, con particolare attenzione alle evoluzioni silenziose della criminalità organizzata e alle zone grigie tra lecito e illecito.


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Il mercato illegale come educazione sociale

La criminalità organizzata non si limita a produrre profitto, né può essere compresa soltanto attraverso la contabilità giudiziaria dei sequestri, degli arresti, delle condanne o delle piazze di spaccio smantellate, perché la sua forza più profonda consiste nella capacità di incidere sui comportamenti, orientare le scelte, modificare le aspettative e trasformare il disagio sociale in un ambiente stabile di riproduzione del potere illegale.

Nei contesti più fragili, la criminalità non si inserisce semplicemente dentro il vuoto lasciato dalle istituzioni, ma lo organizza, lo rende funzionale, lo stabilizza e lo trasforma in un modello di sopravvivenza ordinaria, secondo un processo progressivo, spesso impercettibile nella sua fase iniziale, attraverso il quale l’illegale diventa accessibile, ripetuto, prevedibile e, proprio per questo, socialmente tollerato.

Il mercato delle sostanze stupefacenti mostra con particolare evidenza questa dinamica, poiché l’offerta è semplice, continua, economicamente adattabile e socialmente penetrante, mentre le sostanze circolano con rapidità, raggiungono fasce diverse di consumatori, si diversificano per prezzo, forma, modalità di assunzione e contesto d’uso, senza richiedere competenze, appartenenze, percorsi strutturati o particolare esposizione iniziale. La disponibilità diventa così il primo dispositivo pedagogico del crimine: ciò che è sempre raggiungibile finisce per sembrare meno grave, ciò che è poco costoso appare meno pericoloso, ciò che viene consumato da molti perde il carattere dell’eccezione.

Le relazioni istituzionali più recenti sul narcotraffico confermano che il mercato degli stupefacenti è divenuto sempre più articolato, flessibile e capace di adattarsi alle trasformazioni della domanda, alle rotte internazionali, alla frammentazione dei gruppi criminali e alla diffusione di nuove sostanze psicoattive, in un quadro nel quale il traffico di droga resta una delle principali fonti di finanziamento delle organizzazioni criminali (Direzione Centrale per i Servizi Antidroga [DCSA], 2025; Direzione Investigativa Antimafia [DIA], 2025; United Nations Office on Drugs and Crime [UNODC], 2025).

La normalizzazione del consumo

In questi contesti, il consumo non è soltanto una scelta individuale, né può essere interpretato esclusivamente come fragilità personale, perché diventa progressivamente un’abitudine sociale, una pratica appresa, una risposta immediata alla mancanza di alternative, una forma di appartenenza minima e talvolta persino una modalità di gestione del vuoto, della noia, della marginalità o della frustrazione.

La presenza dello spaccio si normalizza quando non produce più sorpresa, quando il quartiere conosce i luoghi ma smette di nominarli, quando i passaggi diventano prevedibili, quando la paura lascia spazio all’assuefazione e quando l’eccezione perde visibilità, perché in quel momento il confine si sposta e ciò che ieri appariva intollerabile diventa elemento del paesaggio, mentre ciò che viene percepito come inevitabile smette progressivamente di essere contrastato.

Il punto, dunque, non è soltanto la singola sostanza, la sua composizione chimica o il suo prezzo, ma il modello sociale che la sostiene, un modello che semplifica, riduce e abbassa, perché abbassa il costo, abbassa la soglia di accesso, abbassa la percezione del rischio, abbassa l’aspettativa di futuro, abbassa la capacità di immaginare alternative e, soprattutto, abbassa il livello di reazione collettiva.

La criminalità organizzata ha compreso da tempo che non è sempre necessario imporre, poiché spesso è sufficiente rendere disponibile, costruendo un sistema nel quale non serve una violenza esplicita quando il meccanismo funziona da solo, perché il consumo genera domanda, la domanda alimenta presidio, il presidio produce controllo e il controllo diventa una forma di presenza territoriale che non ha bisogno di dichiararsi.

La droga povera come dispositivo di adattamento

La cosiddetta droga povera non produce soltanto dipendenza, ma produce adattamento a un livello più basso di aspettative, di prospettive, di autonomia, di linguaggio e di desiderio sociale, con un effetto che non si esaurisce nel danno individuale, già grave sul piano sanitario, psicologico e relazionale, ma investe la costruzione di un equilibrio fragile e stabile nel quale consumo e spaccio diventano elementi ordinari del contesto.

La criminalità organizzata utilizza questa ordinarietà come risorsa strategica, poiché le economie illegali diventano presenza costante non come deviazione visibile, ma come possibilità concreta, fatta di piccolo guadagno, consegna occasionale, custodia temporanea, segnalazione del passaggio, favore, silenzio, tolleranza e abitudine, così che il territorio non viene soltanto attraversato dal crimine, ma progressivamente educato a convivere con esso.

Il mercato delle droghe sintetiche e delle nuove sostanze psicoattive accentua ulteriormente questa dinamica, perché i bassi costi di produzione, la facilità di occultamento, la rapidità di distribuzione e la capacità di modificare formule e canali rendono il sistema più mobile, meno visibile e più difficile da intercettare, come evidenziato dall’UNODC nel richiamare il ruolo dei bassi costi operativi e dei minori rischi di individuazione nell’espansione delle droghe sintetiche e nella capacità dei gruppi criminali di raggiungere nuovi mercati e nuovi consumatori (UNODC, 2025).

La droga povera, in questa prospettiva, non è soltanto una categoria economica, ma una categoria sociale, perché indica la capacità del mercato illegale di adattarsi alla povertà, di sfruttare la fragilità, di offrire un accesso immediato a chi ha poco e di costruire dipendenza in contesti già dipendenti da mancanza di lavoro, debolezza educativa, povertà relazionale e assenza di prospettive.

La struttura invisibile dello spaccio

Il sistema distributivo criminale si struttura in modo da limitare l’esposizione dei livelli superiori, frammentando i ruoli, rendendo i soggetti sostituibili, distribuendo il rischio e consumando la manovalanza, mentre la struttura resta in ombra, si ricompone e si adatta, con la conseguenza che l’intervento repressivo intercetta ciò che è visibile, ma non sempre riesce a colpire la logica organizzativa profonda che rende il sistema replicabile.

Questa frammentazione produce un duplice effetto, perché da un lato riduce il danno operativo derivante dall’arresto del singolo soggetto, dal momento che la funzione può essere rapidamente sostituita, e dall’altro alimenta l’illusione sociale che lo spaccio sia fatto di figure marginali, isolate, occasionali, quasi autonome, quando invece esse spesso rappresentano terminali poveri di catene criminali più articolate, capaci di connettere il piccolo mercato di strada a reti economiche, logistiche e finanziarie molto più ampie.

Le analisi investigative confermano da anni la capacità delle organizzazioni criminali di adattare strutture, alleanze, rotte e modalità operative alle condizioni del mercato e alla pressione repressiva, dimostrando che il narcotraffico non è una somma di episodi, ma una filiera transnazionale e territoriale insieme, nella quale grandi interessi economici e microcontrollo sociale si alimentano reciprocamente (DCSA, 2025; DIA, 2025).

La conseguenza è che il contrasto non può limitarsi al punto di vendita, pur essendo essenziale il presidio repressivo, perché il punto di vendita è spesso solo la superficie del fenomeno e occorre colpire la logistica, il riciclaggio, i patrimoni, le complicità, i canali digitali, le forniture, le economie di supporto e, insieme, ricostruire nel territorio le condizioni sociali che rendono meno conveniente e meno normale la partecipazione al circuito illegale.

Il territorio che si abbassa

Nel frattempo, il territorio cambia, perché le opportunità si riducono, le alternative si indeboliscono, la presenza illegale diventa prevedibile e le economie criminali assumono una funzione surrogatoria, offrendo denaro, appartenenza, riconoscimento, protezione apparente, accesso a beni di consumo e, soprattutto, una risposta immediata dove le istituzioni, la scuola, il lavoro e i servizi appaiono lenti, distanti o incapaci di produrre mobilità sociale.

Il crimine educa al ribasso perché non chiede di credere in un progetto, ma di adattarsi a una possibilità minima, non promette emancipazione ma disponibilità, non costruisce futuro ma immediatezza, non richiede studio, attesa, disciplina o competenza, ma accesso, esecuzione, silenzio e sostituibilità, con il risultato di ridurre progressivamente l’orizzonte di ciò che viene ritenuto possibile.

Quando questo accade, non si desidera più uscire dal sistema, ma sopravvivere dentro di esso, non si immagina più un’alternativa, ma si impara a muoversi nel margine, e la criminalità organizzata non ha bisogno di affermarsi con manifestazioni eclatanti, perché è già presente nella struttura delle possibilità sociali, nel momento in cui un giovane percepisce il guadagno illegale come più realistico del lavoro regolare, il consumo diventa una forma di socialità, il quartiere si abitua alla piazza di spaccio, il commerciante tace, la famiglia si rassegna, la scuola perde capacità di trattenere e la comunità smette di distinguere tra ciò che subisce e ciò che considera normale.

Il danno più grave, allora, non è soltanto la diffusione del consumo, ma la trasformazione culturale che ne deriva, perché quando un fenomeno viene percepito come inevitabile smette di essere contrastato, quando viene tollerato si consolida e quando si consolida diventa sistema.

La devianza come apprendimento

La sociologia della devianza ha mostrato da tempo che i comportamenti illegali non si trasmettono soltanto attraverso la costrizione, ma anche attraverso apprendimento, imitazione, appartenenza e razionalizzazione, poiché la teoria dell’associazione differenziale di Sutherland evidenzia come il comportamento criminale venga appreso all’interno di relazioni significative, mentre le teorie del controllo sociale hanno sottolineato che la devianza cresce quando si indeboliscono i legami con istituzioni, scuola, lavoro, famiglia e comunità (Sutherland, 1947; Hirschi, 1969).

In questa chiave, il mercato dello spaccio non è soltanto luogo di transazione economica, ma ambiente di apprendimento sociale, nel quale si apprendono linguaggi, ruoli, gerarchie, cautele, aspettative e giustificazioni, fino a interiorizzare l’idea che il guadagno immediato valga più della costruzione lenta, che il rischio sia parte del gioco, che l’illegalità possa essere razionalizzata come necessità e che la presenza criminale sia più concreta della promessa istituzionale.

Anche la teoria dell’anomia e della tensione sociale aiuta a comprendere questo processo, perché nei contesti in cui gli obiettivi socialmente valorizzati restano visibili ma i mezzi legittimi per raggiungerli appaiono bloccati, l’innovazione deviante può diventare una risposta adattiva alla frustrazione strutturale (Merton, 1938). È qui che la criminalità organizzata diventa particolarmente pericolosa, perché non crea da sola il disagio, ma lo interpreta, lo intercetta, lo rende produttivo e lo trasforma in mercato.

Il crimine, dunque, non educa all’illegalità soltanto in modo esplicito, ma educa alla riduzione delle aspettative, alla riduzione delle alternative, alla riduzione della capacità di reagire, alla riduzione della fiducia nelle istituzioni, alla riduzione della percezione del danno e alla riduzione della distanza morale tra legalità e illegalità.

Il limite della sola repressione

La repressione è indispensabile, ma non sufficiente, perché senza repressione il territorio viene consegnato alla forza criminale, ma senza prevenzione, educazione, politiche sociali, lavoro, servizi, cultura e presenza istituzionale continuativa la repressione rischia di rincorrere soltanto gli effetti più visibili del fenomeno, senza incidere sulle condizioni che rendono il sistema illegale riproducibile.

Il punto non è contrapporre sicurezza e welfare, ma comprendere che, nei contesti ad alta vulnerabilità, la sicurezza è anche welfare, scuola, urbanistica, salute mentale, politiche giovanili e capacità dello Stato di restare, perché contrastare il crimine che educa al ribasso richiede continuità, presenza e capacità di leggere ciò che non è immediatamente visibile.

Serve un controllo del territorio non episodico, ma costante; serve un’azione investigativa capace di risalire dai terminali poveri alle filiere economiche; serve una prevenzione patrimoniale in grado di colpire i profitti; serve una scuola che non sia lasciata sola; servono servizi sociali capaci di intercettare precocemente il disagio; servono comunità educanti che non si limitino a denunciare il degrado, ma ricostruiscano alternative.

Le istituzioni non devono soltanto intervenire, ma restare nei quartieri, nelle scuole, negli spazi pubblici, nei servizi, nei percorsi di recupero, nei luoghi in cui la criminalità prova a trasformare il bisogno in dipendenza e la dipendenza in controllo, perché la criminalità organizzata non cresce soltanto imponendo regole diverse, ma cresce quando le regole esistenti smettono di essere percepite come vincolanti, credibili e utili.

Quando l’illegalità diventa più accessibile della legalità, quando il consumo diventa abitudine, quando lo spaccio diventa paesaggio, quando il guadagno illecito diventa possibilità concreta e quando la comunità si abitua a vivere con un livello più basso di aspettative, il crimine non distrugge sempre in modo rumoroso, ma consuma lentamente, riduce, normalizza, adatta, convince che non vi sia alternativa e trasforma la rassegnazione in ordine sociale.

È questa la sua forza più insidiosa: non soltanto violare la legge, ma abbassare l’idea stessa di ciò che una comunità ritiene possibile, perché quando il livello si abbassa il recupero diventa più difficile del contrasto, e quando una comunità smette di pretendere il futuro, il crimine ha già vinto prima ancora di imporsi.


Bibliografia essenziale

Direzione Centrale per i Servizi Antidroga. (2025). Relazione annuale 2025. Ministero dell’Interno.

Direzione Investigativa Antimafia. (2025). Relazione sull’attività svolta e sui risultati conseguiti dalla Direzione Investigativa Antimafia nel 2024. Ministero dell’Interno.

Hirschi, T. (1969). Causes of delinquency. University of California Press.

Merton, R. K. (1938). Social structure and anomie. American Sociological Review, 3(5), 672–682.

Sutherland, E. H. (1947). Principles of criminology (4th ed.). J. B. Lippincott.

United Nations Office on Drugs and Crime. (2025). World Drug Report 2025. United Nations.


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